
Massoneria Occulta,Rosa Rossa,Sette,Esoterismo e Delitti seriali...un mondo
sconosciuto, misteri insormontabili e casi irrisolti
L'Omicidio
di Luigi Tenco

La
morte di Luigi Tenco è stata definita (sul sito Misteri d'Italia) una delle
indagini più demenziali e pasticciate mai svolte in Italia. Presentato, come
molti altri casi simili, sotto veste di suicidio, è in realtà un palese
omicidio. Anzitutto una prima stranezza riguarda il foro d'entrata; la
stranezza sta nel fatto che un calibro 7.65 a contatto, avrebbe spappolato il
cranio e non fatto un semplice buco. L'altra cosa strana è che quel foro
d'entrata non presenta micro-bruciature tipiche di un colpo d'arma da fuoco
sparato a contatto (il suicida solitamente appoggia la pistola ponendola a
contatto con la pelle). Sono state trovate residui di polvere da sparo sulla
tempia destra, ma sulla mano che avrebbe sparato è stato trovato solo
antimonio, di fatto rendendo il guanto di paraffina negativo e non positivo
come attestano gli esiti della riesumazione nella 2006.Tenco si sarebbe sparato
un colpo in testa, con una PPK 7.65 (ma altre fonti indicano una Beretta
calibro 22), in una camera d'albergo (la 219), ma nessuno ha sentito niente. Alcune
foto (vedi il video) mostrano che sul volto di Tenco ci sono ferite lacero
contuse.
Come se fosse stato picchiato. Una è addirittura dietro la testa.
Questo in contrasto con il rapporto della polizia (anche questo ricorda molto
il caso Manca).Gli organi di PG giunti sul posto portano il cadavere
all'obitorio senza effettuare i rilievi di rito. Di conseguenza il cadavere
sarà nuovamente trasferito nella stanza d'albergo. Particolare curioso: la
camicia di Tenco è bianca, linda, e nel secondo trasporto scompare la macchia
di sangue che compariva sulla camicia la prima volta. Come se qualcuno lo
avesse rivestito per l'occasione. Il corpo di Tenco risulta sporco di sabbia in
più punti. La circostanza è apparentemente inspiegabile, visto che aveva passato
la serata al ristorante con amici e poi - secondo le ricostruzioni - si sarebbe
diretto subito in albergo. E poi il solito balletto di incertezze sull'ora
della morte, ad oggi mai appurata, sulla posizione del cadavere, l'autopsia mai
fatta, la prova del guanto di paraffina non effettuato. La solita storia. Il
solito copione già visto in centinaia di casi, Cagliari, Gardini, Niki Aprile
Gatti, Attilio Manca, di recente Stefano Anelli. Infine.
Il biglietto lasciato
da Tenco per spiegare la sua morte dice: “Io ho voluto bene al pubblico
italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio
questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta
contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che
seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno.
Ciao. Luigi”.Il biglietto sarà giudicato autografo da una perizia, ma dopo
oltre trenta anni (evidentemente i periti se la sono presa comoda e hanno
analizzato una parola all'anno).In realtà alcuni esperti che conoscevano Tenco
sostengono che la firma sia falsa e, come potete vedere nel video, pare che il
biglietto sia stato artefatto.In effetti, comparando la firma del biglietto con
quella del cantautore ne viene fuori un tratto completamente diverso. Da notare
poi che Arrigo Molinari, il questore che all'epoca dette la notizia del
"suicidio" di Tenco, telefonò all'Ansa, prima di essere giunto a fare
un sopralluogo personalmente. Insomma, aveva già appurato il suicidio, senza
aver mai visto il cadavere. Per sentito dire cioè.
Concludiamo con le parole
usate dall'autore del video: La verità è che Tenco è stato ucciso sulla
spiaggia e poi riportato nella stanza 219 dell'Hotel Savoy, ecco perché nessuno
ha udito il colpo di pistola, ecco perché il corpo è stato immediatamente
portato in obitorio e poi ritrasportato in camera (era improbabile come
omicida), ecco perché gli hanno cambiato la camicia (era sporca di sabbia),
ecco perché gli hanno nascosto i piedi sotto il cassettone (era necessario per
non far vedere la sabbia sulle scarpe). In conclusione: quello di Tenco è stato
un omicidio. Resterebbe da capire il perché dell'omicidio. Il cosiddetto
movente. Al riguardo può essere utile ricordare che secondo l'esperto di
servizi segreti Aldo Giannuli, Tenco era stato indicato in una lista del Sifar
come persona scomoda e sovversiva. Uno contro il sistema, insomma. Da
eliminare. Come Rino Gaetano, come De Andrè, come Pasolini, come tanti altri di
cui ancora neanche si sospetta che siano morti per altri motivi rispetto a
quelli che le versioni ufficiali ci hanno riportato. Aggiungo una nota finale.
Il biglietto è stato artefatto non a caso, perché comparissero quelle
"rose" nella giustificazione della morte; rose, che, unite alla data
della morte, 27.1.1967 (la cui somma fa 33), danno la firma della Rosa Rossa.
Nota
finale.
Per
approfondire il caso Tenco:
http://luigitenco60s.forumfree.it/?t=26753305
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=zU55FGhwT7I#!
Avv.
Paolo Franceschetti http://paolofranceschetti.blogspot.com/


Paolo
Franceschetti
Stefania Nicoletti
Sommario.
1. Premessa. 2. Il misterioso libro
proibito: la Divina Commedia di Dante. 3. Riflessioni conclusive, e un po’ di
coincidenze. 4. Poscritti.
1. Premessa.
Il romanzo di Umberto
Eco è un romanzo che contiene molti riferimenti impliciti alla Rosa Rossa e
destinato a far capire molte cose di questa organizzazione, se lo si legge
attentamente e cogliendone i numerosi riferimenti nascosti. Lo stesso Eco
dice che il suo libro può avere diversi piani di lettura e qualunque lettore
capisce che tale romanzo contiene una serie di riferimenti: alcuni espliciti,
altri impliciti. Tutta la trama è costruita attraverso una fitta rete di
citazioni che rimandano ad altri libri e/o autori. Tanto che qualcuno ha detto
che il romanzo di Eco, in realtà, è un libro scritto “con libri e sui
libri”. Sempre Eco, poi, ci dice che “i libri parlano sempre di
altri libri”.
Cosa vuol dire Eco con questa frase
enigmatica? Egli vuol dire che la Rosa Rossa nei secoli ha comunicato
attraverso i libri (ma oggi anche attraverso film, giornali, ecc...) e, leggendo
attentamente alcune opere, esiste una fitta rete di citazioni e rimandi, che
comunicano messaggi precisi. Il significato generale dell’opera mi è
sempre apparso abbastanza chiaro: chiunque arriva a scoprire “il nome della
Rosa” muore. Mi ero sempre domandato però a quale libro specifico si
riferisse Eco, quando ne “Il nome della rosa” parla di un libro “che uccide e
per il quale gli uomini uccidono”. Esiste, per la Rosa Rossa, un libro
importante che uccide e per cui si uccide? Ad un’analisi attenta la risposta
diventa chiara. Anzitutto il racconto si incentra su di un libro maledetto e
una serie di omicidi che avvengono in un convento. Nel romanzo il libro
maledetto è il secondo libro della “Poetica” di Aristotele, che tratta della
commedia. A quale libro si riferisce realmente Eco? Quale è questo libro
maledetto? E’ realmente la “Poetica” di Aristotele, o altro?

Paradiso, canto 31: Dante è vicino alla Candida
Rosa. Illustrazione di Gustavo Dorè.
2. Il misterioso libro proibito: la Divina Commedia di
Dante.
Partiamo dal libro maledetto nel romanzo, e
concentriamoci non tanto sul titolo, quanto sull’argomento che tratta: esso è il
secondo libro della “Poetica” di Aristotele, dedicato alla
“Commedia” e al riso. In realtà il testo è inesistente, in
quanto questa parte dell’opera aristotelica è andata perduta.“Commedia”
è il titolo reale della Divina Commedia di Dante. Il termine divina apparve
infatti solo successivamente, perché Dante aveva initolato la sua opera
semplicemente “Comedìa”, senza il divina.Perché Eco sceglie proprio
l’opera di Aristotele come libro maledetto su cui incentrare tutta la trama del
suo romanzo? Perché tra Dante ed Aristotele esiste un rapporto profondo, in
quanto egli lo definisce “maestro di coloro che sanno” e la struttura dell’opera
dantesca è “tolemaico aristotelica”.Altro riferimento che ci riconduce a
Dante è in uno dei protagonisti del romanzo, ovverosia nella figura
dell’assassino; il suo nome è Jorge da Burgos, ed è un frate che spesso, nel suo
parlare, utilizza espressioni chiaramente riferentesi a San Bernardo di
Chiaravalle.Qui il riferimento dantesco è duplice. 1) San
Bernardo è colui che guida Dante in Paradiso, negli ultimi canti, per arrivare
alla Candida Rosa dei Beati. E san Bernardo non è stato certamente scelto a
caso; egli era infatti il creatore della regola templare, il che conferma quello
che molti studi storici hanno affermato, cioè che Dante era un templare e un
rosacroce.
2) Il nome del personaggio richiama esplicitamente Jorge Luis
Borges. Costui è uno scrittore e poeta, tanto appassionato di Dante che le sue
opere sono state definite “intrise di immanentismo dantesco”. L’autore, tra le
altre cose, fa spesso riferimento simbolico alla rosa, e ha dedicato a Dante più
di un’opera, in particolare “Nove saggi danteschi”; le sue opere contengono
inoltre riferimenti cabalistici e alla cultura ebraica (“Il Golem”, “Una difesa
della Cabala”). C’è poi una sua opera, in particolare, che fonde riferimenti
danteschi a riferimenti cabalistici (“L’Aleph”; ovverosia la prima lettera
dell’alfabeto ebraico). Si pensi che Borges ha addirittura influenzato Alan
Moore, dai cui fumetti sono stati tratti i film “V per vendetta” e “From Hell,
la vera storia di Jack lo squartatore”, ove i riferimenti alla Rosa Rossa sono
assolutamente espliciti.Inoltre, proprio perché la rosa è uno dei temi
ricorrenti nell’opera di Borges, uno dei suoi racconti si intitola “La rosa di
Paracelso”, racconto dedicato alla figura del grande alchimista e rosacroce.
E
una delle sue opere poetiche si intitola “La rosa profonda”.Nessun
personaggio poteva quindi essere più indicato, come assassino e difensore del
libro maledetto, di Jorge da Burgos. Il quale ricorda lo scrittore Borges non
solo nel nome, ma anche nelle caratteristiche: la cecità, la biblioteca, il
labirinto, lo specchio... sono tutti temi presenti nel romanzo di Eco, che
alludono allo scrittore argentino, le cui opere hanno proprio questi temi
ricorrenti.Già da queste poche osservazioni ci si può convincere che in
realtà il libro misterioso che non deve essere mai aperto è la Divina
Commedia.Ma i riferimenti e il parallelismo tra Il nome della Rosa e la
Divina Commedia non sono finiti qui.Intanto il libro di Eco si presta a
4 livelli diversi di lettura; esattamente come la Divina Commedia di Dante
(letterale, allegorico, morale ed anagogico).Poi, l’ispirazione di base
del libro – pare – viene da un libro dal titolo “L’ordalia”, di Italo Alighiero
Chiusano. Alighiero, proprio come Dante Alighieri.Pensiamo ora al titolo
stesso.
Il nome della Rosa. Tutta la Divina Commedia è, in fondo, il viaggio di
Dante per arrivare a vedere Dio e la Candida Rosa dei Beati.Eco ha,
quindi, disseminato la sua opera di indizi che riconducono a Dante
Alighieri.Si può allora concludere che il libro maledetto, il libro che
non si può decifrare, il libro “che uccide e per il quale gli uomini uccidono”,
altro non è che la Divina Commedia di Dante.Del resto, che i riferimenti
danteschi compaiano in molti dei delitti che hanno insaguinato l’Italia, lo
diciamo da tempo; dal delitto Moro, al delitto di Cogne, ai delitti del Mostro
di Firenze, la maggior parte dei delitti della Rosa Rossa sono intrisi di
simbologia dantesca (v. al riguardo il video “Delitti mediatici e
disinformazione”, oppure gli articoli relativi alla Rosa Rossa).Soprattutto,
la maggior parte degli omicidi dei testimoni o dei personaggi scomodi avvengono
tramite la cosiddetta legge del contrappasso dantesco, come abbiamo detto fin
dal primo articolo sull’omicidio massonico: la persona muore con una pena
adeguata al peccato commesso. Ad es. i testimoni di Ustica, che muoiono in un
incidente aereo; Fabio Piselli, che doveva testimoniare sul rogo del Moby Prince
e per poco non muore nell’auto in fiamme; Elisabetta Ciabiani, che doveva
testimoniare riguardo ai delitti del Mostro di Firenze e si “suicida” con un
coltellata sul pube; Luciano Petrini che doveva fare una perizia sulla morte del
collonnello Ferraro (suicidatosi impiccandosi al portascuigamani del bagno) e
morto a colpi di portasciugamani; oppure penso alla recente morte di un
carabiniere di Viterbo, che si è suicidato sparandosi proprio nel quartiere
Santa Barbara (la protettrice dei militari).
In particolare, quando deve
essere eliminata una persona scomoda, l’uccisione avviene spesso per mezzo di un
finto suicidio (generalmente per impiccagione, oppure la persona si
spara).Il suicidio è la morte dei traditori (si suicida infatti Giuda, dopo
aver tradito Cristo; e si suicida il personaggio dantesco Pier della Vigna,
perché non reggeva la vergogna delle accuse di tradimento a Federico
II).Il messaggio finale del libro è quindi chiaro. Chiunque si avvicini
a capire il nome della Rosa, e riesca a capire i segreti della Divina Commedia
(collegandola ai delitti dei giorni nostri), farà una brutta
fine.
3. Riflessioni
conclusive, e un po’ di coincidenze.
Resta da vedere se
arriveranno i soliti geni a dire che questi riferimenti danteschi sono
casuali.Se infatti questa solfa della “coincidenza” ci viene propinata ad
ogni piè sospinto per i riferimenti simbolici nelle canzoni di Rino Gaetano, per
i film di Benigni, ecc., è però impossibile pensare ad una coincidenza per un
romanzo scritto da una persona colta come Umberto Eco, che è senz’altro una
delle persone più colte e sottili che abbiamo in Europa, il quale ha
volutamente, e per sua stessa ammissione, disseminato il romanzo di allusioni e
citazioni. Peraltro stiamo parlando di un personaggio che conosce benissimo i
Rosacroce, Dante, i Templari, il simbolismo, e tutto ciò di cui noi parliamo in
questo blog.Parlare di una coincidenza sarebbe veramente una follia, oltre
che offensivo nei confronti di Umberto Eco!questo punto, appare chiaro
il significato della frase conclusiva al libro di Eco. Queste sono le sue
parole:Pare che il gruppo dell’Oulipo abbia recentemente
costruito una matrice di tutte le possibili situazioni poliziesche e abbia
trovato che rimane da scrivere un libro in cui l’assassino sia il lettore.
Morale: esistono idee ossessive, non sono mai personali, i libri si parlano tra
loro, e una vera indagine poliziesca deve provare che i colpevoli siamo
noi.
Cosa vuole dire Eco con queste frasi?
Dicendo
“i libri si parlano tra di loro”, allude anche al fatto che alcune
organizzazioni – in particolare la Rosa Rossa – parlano tra di loro tramite i
libri. Il concetto lo ripete molto meglio in un’altra parte del libro (pag.
288 dell’edizione Bompiani del 2007). Scrive Eco, facendo parlare
Guglielmo da Baskerville: “Spesso i libri parlano di altri
libri”. “Ma allora – chiede Adso – a cosa serve nascondere i
libri se dai libri palesi si può risalire a quelli
occulti?” “Sull’arco dei secoli non serve a nulla. Sull’arco
degli anni serve a qualcosa. Vedi infatti come noi ci troviamo
smarriti”. “E quindi una biblioteca non è uno
strumento per distribuire la verità, ma per ritardarne
l’apparizione?”. “Non sempre e non necessariamente. In questo
caso lo è”. Qui Eco sta dicendo che la verità sulla Rosa Rossa e i
Rosacroce prima o poi verrà fuori, come in effetti sta succedendo. Quindi, in
teoria, non serve a molto nasconderla per mezzo di simboli, nei libri,
nell'arte, ecc.
Ma nell’immediato serve a qualcosa (infatti, pochi hanno
capito il filo rosso che unisce molti delitti, i quali rimangono sempre
irrisolti; vai infatti a convincere un magistrato ad aprire come omicidio un
caso di suicidio in ginocchio, oppure uno dei tanti casi di omicidio-suicidio
che infestano il nostro paese facendogli notare i riferimenti simbolici che
riconducono alla RR... un’impresa impossibile!). Rimane solo da scrivere
un romanzo in cui l’assassino sia il lettore, dice poi Eco. C’è da notare che
egli lascia fuori un’altra possibilità: un libro in cui l’assassino sia lo
scrittore. La lascia fuori probabilmente perché questo tipo di romanzi è già
stato scritto. Infatti molti autori appartenenti alla Rosa Rossa hanno
pubblicato libri su delitti commessi da... loro stessi (o addirittura hanno
fatto dei film, su delitti commessi da loro stessi). Ora, ci dice Eco, una
vera indagine poliziesca dovrebbe provare che i colpevoli siamo noi, cioè noi
scrittori. Ma, lascia intuire, le indagini poliziesche (perlomeno quelle sui
delitti più efferati) non sono mai vere, e la prova non verrà mai
raggiunta. Oggi, la maggioranza degli investigatori e della gente è propensa
a pensare che le nostre idee siano fantasiose.
Che la Rosa Rossa non
esista. Come disse Amedeo Longobardi al convegno su Rino Gaetano?
Testualmente: “Avendo lavorato al delitto di Erba, non ha trovato indizi che
riconducano quel delitto alla Rosa Rossa”. Nessun indizio, nessuna prova.
Infatti, a parte il nome dell’assassina (che unita al cognome forma la doppia,
RR, marchio della Rosa Rossa), il nome della città (Erba), il nome della città
confinante (Albavilla), il nome delle vittime, la data, la dinamica… a parte
tutto questo, non c’è nulla che riconduca alla Rosa Rossa. Lo stesso
Umberto Eco, nella prefazione al libro “Storia dei Rosacroce” di Paul Arnaud,
scrive che i Rosacroce non si sa se siano davvero esistiti. Già. Le
principali città italiane, Firenze, Napoli, Milano, Torino, Roma, e anche
Viterbo, hanno una pianta completamente incentrata sul simbolismo dei Rosacroce;
romanzi, opere d’arte, quadri, sono intrisi di simbologia rosacrociana; esistono
migliaia di titoli di libri che riguardano i Rosacroce; centinaia di opere sono
scritte da autori che si definiscono “rosacroce” e in molti casi sono stati
pubblicati i testi con i loro riti. La maggior parte dei delitti segue una
simbologia rosacrociana e dantesca, e tali delitti ricalcano esattamente quello
che è scritto nei libri.
Ma la maggior parte degli autori nega ancora che
esistano. Compreso, ovviamente, Umberto Eco che, solo casualmente, ha
intitolato il suo libro “Il nome della Rosa”. E probabilmente per caso ha
iniziato il prologo del suo libro con “In principio era il verbo e il verbo era
Dio, e il verbo era presso Dio”, che è il primo verso del Vangelo secondo
Giovanni (il santo patrono della Rosa Rossa). Sempre per caso il primo
capitolo inizia con “era una bella mattina di fine novembre”; Eco ha dichiarato
(http://www.kataweb.it/multimedia/media/333828)
che questo incipit è un riferimento al famoso “era una notte buia e tempestosa”,
con cui inizia (a parte il romanzo scritto da Snoopy) un racconto di Edward
Bulwer Lytton, autore di “Zanoni”, l’unico romanzo in tutta la letteratura
mondiale che è dichiaramente rosacrociano e che tratta di Rosacroce. Un romanzo
scritto da un rosacroce che - pare - è stato il vero fondatore della Golden Dawn
(da cui la Rosa Rossa discende). E, sempre per puro caso, esiste un sito
(www.rosarossa.it, registrato a nome di Margherita Marcheselli, coordinatrice
della rivista online Golem l’indispensabile: rivista diretta, tra gli altri, da
Umberto Eco) come quello della figura in alto, all’inizio dell’articolo, in cui
compare solo un breve testo, senza senso apparente, con l’immagine di una rosa
rossa, che comincia così:
Qui si
parla di qualcosa che forse non esiste,ma forse
sì.
PS.
Alcuni versi
dell’opera “Il Golem”, di Jorge L. Borges: Se è vero (come nel Cratilo
è detto) / che l’archetipo della cosa è il nome, / nella parola rosa è
già la rosa / e il Nilo nelle lettere di Nilo Tra l’altro, come
abbiamo detto, Golem è il titolo della rivista online (del gruppo Motta) diretta
da Umberto Eco, Gherardo Colombo, Renato Mannheimer, e altri. E il coordinatore
della rivista è Margherita Marcheselli, creatrice del sito
rosarossa.it. Bene... questa frase (soprattutto “l’archetipo della
cosa è il nome, nella parola rosa è già la rosa”) non ricorda il titolo del
libro di Eco, Il Nome della Rosa? E non solo il titolo, ma anche la famosa
frase finale: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”; la
rosa esiste in quanto nome, possediamo solo nudi
nomi.
PS2.
Leggiamo attentamente poi i primi passi de “Il nome
della rosa”. Anche qui l’autore ci sta dicendo delle cose molto
importanti. “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il
Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele
sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l'unico immodificabile
evento di cui si possa asserire l'incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per
speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a
tratti (ahi, quanto illeggibili) nell'errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli
segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del
tutto intesa al male.
Giunto al finire della mia
vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell'attesa di perdermi
nell'abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della
luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo
greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare
su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù
mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi
a trarne un disegno, come a lasciare a
coloro che verranno (se l'Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su
di essi si eserciti la preghiera della
decifrazione.”
Insomma, Eco ci dice chiaramente che
vuole lasciare “segni di segni”, “perché su di essi si eserciti la preghiera
della decifrazione”, ovverosia ci dice che vuole lasciare dei segni, affinché
siano decifrati da altri. Non sappiamo se li abbiamo decifrati
correttamente. Si tratta di cose che, purtroppo, più si approfondiscono,
e più si vorrebbe avere torto. E aver decifrato il libro di Eco (grazie
all’intuizione di Stefania) mi dona un profondo senso di sconforto.
http://paolofranceschetti.blogspot.com/


Le Carte degli Illuminati

Si parla spesso in rete di un particolare gioco di carte,
chiamato “Illuminati Card Game”, che appartiene ad una vasta serie di giochi
basati sulle diverse teorie che riguardano gli Illuminati, i poteri occulti e
il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale. (*) Ciò che rende questo gioco interessante
è la presenza di molte carte che descrivono con anticipo(“Illuminati Card Game”
è del 1994/95) eventi di portata mondiale che sono poi realmente accaduti.

Fra
questi spiccano soprattutto la distruzione del Pentagono e delle Torri Gemelle,
la cui rappresentazione grafica sembra addirittura ricalcata da una fotografia
del fatto reale, avvenuto nel2001. Altre sorprendenti “coincidenze“ sono, ad
esempio, la pandemia con tanto di “quarantena", la“manipolazione dei
mercati finanziari”, oppure “l’esplosione del vulcano”, che ci ricordano da
vicino eventi accaduti di recente. Ci sono poi immagini più generiche, come la
“riduzione della popolazione“, … o la “riscrittura della storia“, che
corrispondono sicuramente ai sogni più o meno nascosti degli Illuminati del
“Nuovo Ordine Mondiale”.Il fatto che questo set di carte sia stato
effettivamente pubblicato nel ’94 sembra fuori discussione, in quanto il gioco
è talmente diffuso che se certe carte non comparissero nel mazzo originale, ma fossero
state aggiunte dopo, qualcuno lo avrebbe sicuramente denunciato. Siamo quindi
di fronte ad un curioso minestrone di progetti attribuiti al “Nuovo Ordine
Mondiale” -alcuni specifici, altri generici, alcuni realizzati e altri no - che
di certo non può essere spiegato con una semplice serie di coincidenze. Fra le
varie possibilità, la spiegazione più probabile è che il creatore del gioco,
Steve Jackson, abbia ricevuto informazioni riservate da qualcuno che era a
conoscenza diretta dei progetti che circolavano nell’ambito del “Nuovo Ordine
Mondiale”.E’ possibile che Jackson sia stato usato come “altoparlante
inconsapevole“, a cui vengono passate informazioni da diffondere, in modo
apparentemente triviale, con l’intento di rafforzare la pubblica percezione del
potere degli Illuminati.
Oppure potrebbe appartenere lui stesso al NWO, oppure ancora
può essere una persona che cerca solo di sfruttare commercialmente certe
informazioni di cui in qualche modo è venuto in possesso. In fondo, la Steve
Jackson Games dichiara un reddito lordo annuo superiore ai 2 milioni e mezzo di
dollari .Il caso di Jackson ricorda da vicino quello di certi libri
“fortunati”, come ad esempio “Il Candidato Manciuriano”, che hanno saputo
descrivere in anticipo vicende che si sono poi realizzate nella realtà. Vi sono
anche autori dotati di intuito particolare, che percepiscono in anticipo certe
onde di “sentire collettivo”, come ad esempio “Il Nome della Rosa”, oppure il
“Codice da Vinci”, sfruttando al meglio il nascente interesse popolare per
certi argomenti “occulti” - o comunque occultati. In certi casi diventa addirittura
difficile capire quanta informazione originale esista fra le righe di un libro,
e quanta invece sia il riflesso di quel sentire collettivo, introdotto -
consciamente o inconsciamente – dallo stesso autore nelle sue pagine .In
realtà, a ben guardare, le carte degli Illuminati non rappresentano nulla di
stupefacente, se non l’eventuale conferma che ciò che accade nel mondo sia
spesso il risultato di una precisa volontà di un ristretto gruppo di persone.
Il primo attentato al World Trade Center risale al 1993, indicando che un
progetto di un attentato con esplosivi alle Torri Gemelle dovesse essere in
circolazione almeno da quella data (che precede l’uscita del gioco di carte).
Vi
è anche una possibilità più remota, più difficile però da sostentare in modo
analitico: che l’autore non riceva affatto informazioni esterne, ma che sia
dotato di particolari “poteri di preveggenza“, che gli permetterebbero di
visualizzare in anticipo eventi che poi accadono nella realtà. A sua volta, si potrebbe
teorizzare che questo tipo di preveggenza consista nella capacità di accedere
ad un insieme di archetipi, che esisterebbero fuori della nostra dimensione
spazio-temporale, i quali vengono ad assumere le forme specifiche degli eventi
che poi accadono nel nostro tempo. In questa ottica si può anche spiegare un
fenomeno come quello di Nostradamus, le cui quartine, più che anticipare eventi
specifici, sembrano rappresentare archetipi universali, sufficientemente
dettagliati però da poterli applicare in seguito a certi fatti realmente
avvenuti. Qui però dobbiamo fermarci, perchè stiamo entrando in un territorio
assolutamente ipotetico, che non ci permette di utilizzare il metodo analitico,
e ci offre risposte che possono avere al massimo un valore individuale. Di
certo possiamo affermare una cosa: man mano che procede il cammino
dell’umanità, scopriamo che è sempre più grande il numero di cose che non
conosciamo rispetto a quelle che conosciamo. E questo è già un notevole passo
in avanti, volendo, che ci possa almeno liberare da quell’ignoranza,travestita
da falso sapere, che ci offusca costantemente la vista.
Massimo Mazzucco
* Uso il termine “cosiddetto”, per il Nuovo Ordine Mondiale,
perchè personalmente ritengo che non esista un solo gruppo di potere, sic et simpliciter, ma che
la questione sia molto più complessa ed intricata.
http://www.luogocomune.net/
note**
Steve Jackson che ne inizia lo sviluppo nel 1981, per lanciarlo sul mercato
l’anno successivo riscuotendo un notevole successo sia tra il pubblico che tra
gli addetti ai lavori. Nel 1995 lancia dunque la versione composta da
carte collezionabili, che viene distribuita in lingua inglese e
tedesca. Ciò che risulta quantomeno curioso, è l’attinenza tra alcune
carte e fatti realmente avvenuti 6 anni dopo; emblematica l’immagine delle 2
torri che identifica l’avvenimento dell’ undici settembre 2001 con una chiarezza
a dir poco agghiacciante, che dire poi della carta relativa alle fusioni ed agli
assorbimenti bancari, che si stanno regolarmente verificando ?Ci sono
carte relative all’ ecoterrorismo, al controllo subliminale, alle scie chimiche
al controllo climatico e così via… Ma questo signor Steve Jackson ha solo tirato
ad indovinare ?


Mostro di Firenze
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Mostro di Firenze è la denominazione sintetica utilizzata dai media italiani per riferirsi all'autore o agli
autori di una serie di otto duplici omicidi avvenuti fra il 1968 e il 1985 nella
provincia di
Firenze. L'inchiesta avviata dalla Procura di Firenze ha portato alla condanna in via definitiva di
due uomini identificati come autori materiali di almeno 4 duplici omicidi, i
cosiddetti compagni di merende: Mario Vanni e
Giancarlo Lotti mentre un terzo, Pietro
Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli per 8 duplici omicidi e
successivamente assolto in appello, è morto prima di essere sottoposto ad un
nuovo processo di appello, da celebrarsi a seguito dell'annullamento della
sentenza di assoluzione da
parte della Cassazione. Le
Procure di Firenze e Perugia sono tutt'ora impegnate in un'indagine volta a
individuare i presunti mandanti dei duplici omicidi. La vicenda ebbe molto risalto anche dal punto di vista sociale, suscitando
estrema paura per la tipologia di vittime (giovani fidanzati in atteggiamenti
intimi) ed aprendo l'opinione pubblica italiana al dibattito sull'opportunità di
concedere con maggiore disinvoltura la possibilità per i figli di trovare
l'intimità a casa, evitando i luoghi pericolosi[1][2][3][4][5].
Le modalità
dei duplici delitti
I reati del mostro di Firenze si sono sviluppati nell'arco di quasi
due decenni, e hanno riguardato giovani coppie appartatesi nella campagna
fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono anche ai
mezzi usati e al modus
operandi dell'omicida: i delitti sono avvenuti nelle medesime circostanze di
tempo e di luogo. Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime erano
in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie di vittime erano all'interno di
autoveicoli. Luoghi appartati e notti di novilunio, o comunque con cielo coperto, quasi sempre
d'estate, nel fine settimana o in giorni prefestivi[6]. È sempre stata usata la stessa arma da fuoco, identificata in un modello di
pistola Beretta appartenente alla serie 70, calibro .22 Long
Rifle, in commercio dagli anni Cinquanta, probabilmente un modello con canna
lunga, sviluppata come propedeutica alla disciplina sportiva del tiro a segno, caricata con
munizioni Winchester marcate con la
lettera "H" sul fondello del bossolo (provenienti da almeno due scatole da 50
cartucce ciascuna), con palla in piombo
nudo e con palla in piombo ramato galvanicamente. In quattro degli otto duplici omicidi, l'assassino ha asportato il pube delle donne uccise, negli ultimi due casi
anche il seno sinistro delle vittime. I luoghi dei
delitti (Signa, Vicchio, Calenzano, Scopeti, ecc.) erano per lo più stradine sterrate
nascoste, chiamate tratturi, o piazzole frequentate da coppie. Ciò ha portato a
pensare che l'assassino fosse una persona esperta dei luoghi e ad ipotizzare che
seguisse le sue vittime a distanza[7].
La serie
di delitti e i primi sospettati
21 agosto 1968: L'omicidio di Antonio Lo Bianco e Barbara
Locci, Signa
La notte del 21 agosto 1968, all'interno di una Alfa Romeo
Giulietta bianca posteggiata presso una strada sterrata vicino al cimitero
di Signa, vengono assassinati Antonio Lo
Bianco, muratore siciliano di 29 anni,
sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di 32 anni, di origini
sarde. I due erano amanti, la donna era sposata con Stefano Mele, un manovale sardo emigrato in Toscana alcuni anni prima. Al momento dell'aggressione,
intorno alla mezzanotte, i due sono intenti in preliminari amorosi. Sul sedile
posteriore dorme Natalino Mele, di 6 anni, figlio di Barbara Locci e Stefano
Mele. L'assassino si avvicina all'auto ferma ed esplode complessivamente otto
colpi da distanza ravvicinata, quattro colpiscono la donna e quattro l'uomo.
Verranno repertati cinque bossoli di cartucce calibro .22 Long Rifle Winchester
con la lettera "H" punzonata sul fondello. Intorno alle 2:00 del mattino del 22 agosto, il piccolo Natalino Mele suona
alla porta di un casolare sito in via del Vingone 154, ad oltre 2 chilometri di
distanza da dove e' parcheggiata l'automobile del Lo Bianco. Il proprietario,
sveglio per via del figlio malato che ha chiesto dell'acqua, si affaccia
immediatamente alla finestra, e davanti alla porta vede il bambino che
scorgendolo a sua volta gli dice: "Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il
babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c'è la mi' mamma e lo
zio che sono morti in macchina."[8]. Dopo averlo soccorso, l'uomo chiede a
Natalino cosa sia successo, e questo stentatamente riferisce altri particolari
sul suo arrivo fin lì: "Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era
nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho
cominciato a cantare la tramontana... La mamma è morta, è morto anche lo zio. Il
babbo è a casa malato."[9]
I Carabinieri, chiamati mezz'ora dopo dal
signor De Felice, il padrone di casa, si mettono alla ricerca dell'auto
portandosi dietro il piccolo Mele. Intorno alle 3:00 del mattino l'auto viene
ritrovata grazie anche all'indicatore di direzione lampeggiante, nella stradina
che si trova su via di Castelletti, a 100 metri dal bivio per Comeana, in una
zona abitualmente frequentata da coppie in cerca di intimità[10]. Le indagini conducono al marito della donna, Stefano Mele, 49enne manovale
originario di Fordongianus
all'epoca in provincia di Cagliari, ora di Oristano,
che si sospetta possa aver commesso il delitto per gelosia. Questo elemento è
tuttavia reso piuttosto implausibile dal fatto che lo stesso Stefano Mele aveva
più volte in passato esternato un temperamento decisamente succube, giungendo
persino ad ospitare in casa sua per diverso tempo tal Salvatore Vinci, suo amico
ed amante della moglie, da taluni indicato come il vero padre del piccolo
Natalino. I pettegolezzi del paese insinuavano persino che l'uomo, al mattino,
portasse il caffè a letto agli amanti della donna e che accondiscendesse ad
avere rapporti sessuali con alcuni di loro, incluso lo stesso Vinci. [11]). Il 23 agosto, dopo 12 ore di interrogatorio[12], e dopo aver negato inizialmente un suo
coinvolgimento ed aver gettato sospetti sui vari amanti della moglie, arriva a
confessare il delitto.
Durante il sopralluogo effettuato quello stesso giorno,
l'uomo mostra di conoscere alcuni particolari che solo chi fosse stato presente
all'omicidio poteva sapere, ma al contempo risulta totalmente incapace di
maneggiare un'arma, e sbaglia il finestrino da cui furono portati i colpi[13]. Dopo poche ore Mele ritratta in parte la
confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci. Dice che è lui ad
avergli fornito l'arma, ed è stato sempre il Vinci a portarlo fino alla stradina
di Castelletti con la sua auto. La pistola, dopo aver sparato, il Mele l'avrebbe
buttata nel canale che corre lungo il cimitero, ma l'arma malgrado le ricerche
non viene mai trovata. Il pomeriggio del 24 agosto i due uomini vengono messi a
confronto, nonostante il Vinci abbia portato un alibi confermato da due
testimoni. Il confronto però dura molto poco, perché dopo le prime battute
Stefano Mele ritratta ancora e scagiona Salvatore[14]. Non
passa mezz'ora che Mele fornisce una nuova versione, e questa volta al posto di
Salvatore Vinci c'è il fratello Francesco, anch'egli amante della Locci e, a
detta di Mele, assai geloso della donna. Francesco Vinci per un certo periodo
aveva addirittura convissuto con la Locci a casa di questa, venendo denunciato
dalla propria moglie per abbandono del tetto coniugale e concubinato. Il giorno successivo, visto che quella
nuova accusa non è sostenuta da riscontri, Stefano punta il dito contro un terzo
amante della moglie, tal Carmelo Cutrona, asserendo che, il pomeriggio prima del
delitto, si fosse recato a casa sua in cerca di Barbara e, vedendo lì presente
il Lo Bianco (che Mele conosceva col nome di "Enrico"), se ne fosse andato via
molto turbato. I magistrati intanto stanno nuovamente sentendo il piccolo
Natalino Mele, che dopo aver sostenuto per giorni di non aver sentito, né visto
nulla, adesso ammette di aver visto al suo risveglio il padre, e che questo lo
avrebbe preso sulle spalle portandolo fino alla casa del Vingone dopo avergli
fatto promettere di non dire nulla[15]. È a questo punto che Mele cede confermando
la versione del figlio, e scagionando le altre persone accusate fino a quel
momento. Nonostante le molte incongruenze, e l'assenza dell'arma, nel marzo del
1970 Stefano Mele viene condannato dal tribunale di Perugia in via definitiva
alla pena di 14 anni di reclusione.
La pena è piuttosto mite perché l'uomo viene
riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Gli vengono inoltre
inflitti 2 anni di reclusione per calunnia contro i fratelli Vinci.[16]. Durante il processo a Stefano Mele, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo
Bianco e collega di lavoro di Mele, raccontò che la Locci, pochissimi giorni
prima del delitto, si era rifiutata di uscire con lui dichiarando che
"potrebbero spararci mentre siamo in macchina" e, in un'altra occasione,
gli aveva raccontato che c'era un tale che la seguiva in motorino. Una
deposizione analoga fu resa da Francesco Vinci, che parlò di un uomo in motorino
che avrebbe pedinato la Locci durante i suoi appuntamenti con gli amanti[17].
15 settembre 1974: L'omicidio di Pasquale Gentilcore e
Stefania Pettini, Borgo San Lorenzo
Il 15 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di
apparente natura maniacale; Pasquale Gentilcore di 19 anni, impiegato alla
Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, 18 anni, segretaria d'azienda
impiegata alla Magif, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di
Rabatta, vicino a Borgo San Lorenzo. I due si frequentavano da
circa due anni anche se non avevano ancora ufficializzato la relazione[18]. Pasquale Gentilcore, dopo aver accompagnato
la sorella Cristina alla discoteca
Teen Club di Borgo, promettendole di tornare a prenderla al più tardi per le 12,
raggiunge la fidanzata a Pesciola di
Vicchio, presso l'abitazione di lei. Da lì, verso le 22:00, i due giovani
ripartono per raggiungere gli amici che li aspettano in quello stesso locale per
proseguire la serata. Durante il tragitto decidono però di appartarsi in un
tratturo sulle sponde del Sieve, da loro
già conosciuto, e normalmente frequentato dalle coppiette della zona.[19] Intorno alla 23:45 (verrà appurato sulla
base di una testimonianza che ode dei colpi a quell'ora[20])
qualcuno spunta forse dall'attiguo vitigno e comincia ad aprire il fuoco. Pasquale Gentilcore, seduto al posto di guida, viene raggiunto da cinque
colpi esplosi da una Beretta calibro 22 Long Rifle, la stessa utilizzata
nel delitto del 1968; i colpi mortali
arrivano dal lato sinistro della 127.
La ragazza viene raggiunta da tre colpi che
tuttavia non la uccidono; viene trascinata fuori dall'auto ancora viva, e uccisa
con tre coltellate profonde allo sterno.[21] Dopo
averne disteso il corpo dietro l'auto, l'assassino continua a colpirla per altre
96 volte, colpendo anche il seno ed il pube[22][23]. Successivamente l'omicida penetra la vagina della ragazza con un tralcio di vite; particolare questo che, anni dopo, farà pensare ad
un possibile movente esoterico,
ma che può anche essere interpretato come un segno di sfregio da parte
dell'assassino. Considerato che il luogo del delitto era sito in prossimità di
alcune piante di vite, è comunque possibile ipotizzare che il gesto non fosse
premeditato. Le sevizie sul corpo della ragazza furono tanto violente da
causare, in sede processuale, lo svenimento di un Carabiniere durante l'udienza in cui venivano
mostrate le foto del corpo della ragazza[24]. Prima di lasciare il luogo l'omicida
colpisce con il coltello anche il
corpo esanime di Pasquale con 5 coltellate all'altezza del fegato [25]. In occasione di questo delitto, scoperto la mattina seguente da un contadino
che abitava e lavorava da quelle parti, vengono ritrovati, sparsi sul terreno,
gli oggetti contenuti nella borsetta della ragazza (particolare questo che si
rivelerà costante in tutti gli omicidi). La borsa ed il reggiseno della Pettini
verranno invece ritrovati sul far della sera in un luogo poco distante in
seguito ad una telefonata anonima, mentre orologio e anelli della ragazza non
verranno più trovati. Il pomeriggio prima di essere uccisa, la Pettini aveva confidato ad un'amica
di aver fatto uno "strano incontro" con una persona poco piacevole che l'aveva
turbata, ma non ebbe tempo per approfondire il fatto. In ogni caso la ragazza
non fu la sola, tra le vittime femminili del maniaco, ad aver lamentato molestie
da parte di ignoti poco prima dei delitti. [26]. Gli inquirenti esaminarono anche il diario
della ragazza ma senza trovarvi alcuna annotazione insolita. Qualche anno dopo i
quotidiani tornarono a parlare del caso dopo che la tomba di Stefania (sepolta assieme al fidanzato, nel
cimitero di Borgo
San Lorenzo) fu manomessa e danneggiata da ignoti.
6 giugno 1981: L'omicidio di Giovanni Foggi e Carmela Di
Nuccio, Scandicci
Il primo dei due duplici omicidi del 1981
viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime
sono Giovanni Foggi, 30 anni, dipendente dell' Enel, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, pellettiera di
21 anni. I due si conoscevano da pochi mesi ma avevano già programmato di
sposarsi. La sera del delitto, un sabato, cenano a casa dei genitori di Carmela,
poi, verso le 22:00, escono per una passeggiata e si appartano con l'auto, una
Fiat Ritmo color rame, in una
stradina sterrata sulle colline di Roveta, non lontano dalla discoteca "Anastasia", e in una zona frequentata
abitualmente da coppiette e guardoni. Giovanni viene raggiunto da tre colpi di pistola esplosi attraverso il
finestrino anteriore sinistro, mentre altri cinque proiettili colpiscono
Carmela.[27] In fase di sopralluogo verranno però
rinvenuti solo cinque bossoli su otto[28], un
particolare, quello dei bossoli mancanti, che si ripresenterà ancora nel 1983,
nel 1984, e che già si era verificato nel 1974 e nel 1968. La ragazza viene
tirata fuori dalla macchina e trascinata in fondo al terrapieno rialzato su cui
scorre la stradina, dove le verranno recisi i jeans e, per mezzo di tre precisi
fendenti, le verrà asportato interamente il pube. Anche in quest'occasione l'omicida, presumibilmente
prima di lasciare il luogo del delitto, colpisce con il coltello il corpo
esanime del ragazzo. I corpi dei due giovani saranno rinvenuti il mattino dopo. L'uomo è ancora a
bordo dell'auto, come nel delitto del 1974.
Anche in questa occasione le armi usate sono la Beretta calibro .22 ed un coltello. Anche in questo caso si
verifica l'accanimento sui cadaveri, soprattutto su quello della donna. Ma le
analogie non sono finite, perché stranamente, proprio come a Borgo, la borsetta
della ragazza viene rovistata, e il contenuto gettato a terra senza che però
questa volta risulti mancare nulla. Per il delitto viene inizialmente sospettato
l'ex fidanzato della Di Nuccio, che in passato aveva avuto screzi con lei, ma il
giovane risultò avere un alibi inattaccabile[29].
L'arresto di
Vincenzo Spalletti
Nelle fasi successive al delitto del giugno 1981 entra in scena Vincenzo
Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli. Spalletti era, ai tempi, un
autista di autoambulanze presso la Misericordia di Montelupo
Fiorentino. Tuttavia era conosciuto in famiglia e presso la "Taverna del
Diavolo", un ristorante della zona, per essere anche un guardone. Il
fenomeno del voyeurismo era
peraltro in quei tempi marcatamente diffuso nella provincia fiorentina. [30] La domenica mattina seguente al duplice delitto, rientrato all'alba dopo aver
trascorso la serata fuori con un amico guardone, racconterà alla moglie, e ad
alcuni avventori di un bar da lui frequentato, di aver visto "due morti
ammazzati"; racconterà inoltre particolari inerenti al delitto (in particolare
la mutilazione inflitta alla ragazza) che non potevano essere già stati
divulgati dagli organi di stampa e dai mass media.
In seguito alle indagini alcune persone testimoniarono di aver visto la sua
auto nei pressi del luogo del delitto nella notte del 6 giugno. Spalletti viene
quindi arrestato; durante l'interrogatorio afferma di aver letto la notizia sui
giornali, cosa impossibile in quanto i giornali che riportavano il fatto non
erano stati pubblicati prima di lunedì e, inoltre, mente sull'orario di rientro
a casa per la notte del delitto. Viene quindi accusato di falsa testimonianza e
incarcerato, ma col sospetto che l'assassino possa essere proprio lui. Mentre Spalletti si trovava in carcere sua moglie e suo fratello ricevettero diverse
telefonate anonime, in cui veniva loro assicurato che il loro congiunto sarebbe
stato presto scagionato[31], cosa che in effetti accadrà nell'ottobre
dello stesso anno a seguito di un nuovo duplice delitto che scagionerà
completamente Spalletti [32][33]. Un conoscente dello Spalletti, anch'egli noto come guardone, sentito dagli
inquirenti, asserì di essere stato fermato nei boschi, all'incirca all'epoca del
delitto, da un tizio con una divisa che non aveva saputo identificare. L'uomo in
divisa gli avrebbe rivolto velate minacce, rimbrottandolo aspramente e
mostrandogli - a suo dire - una pistola [34].
22 ottobre 1981: L'omicidio di Stefano Baldi e Susanna Cambi,
Le Bartoline
Il 23 ottobre 1981, a soli quattro mesi di distanza dal precedente
omicidio, a Travalle di Calenzano
vicino a Prato, in località "Le
Bartoline", lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza
da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di 26 anni, operaio
tessile di Calenzano e Susanna Cambi commessa di 24 anni. I due giovani, che
avrebbero dovuto sposarsi entro pochi mesi, avevano cenato a casa di Stefano la
sera prima quindi erano usciti a bordo dell'auto del giovane, una Golf nera, e non
avevano più fatto ritorno. Alcuni amici del ragazzo riferirono che il Baldi
inizialmente intendeva restare con loro, guardando una partita di calcio ma poi aveva
cambiato idea e deciso di trascorrere la serata (vigilia di uno sciopero
generale) con la fidanzata. La Cambi viene raggiunta e uccisa da cinque colpi,
il ragazzo viene invece colpito quattro volte. Le cartucce sono di marca
Winchester con la lettera "H" sul fondello, sparate dalla stessa Beretta calibro .22 LR,
di cui solo 7 bossoli dei 9 complessivi che si sarebbero dovuti rinvenire
saranno repertati.In questo caso l'omicida, per raggiungere la ragazza e compiere l'escissione
del pube, è costretto ad estrarre dall'auto anche il corpo di Stefano. Il corpo
della ragazza verrà trovato ad una decina di metri dall'auto, in un canaletto,
con la maglia sollevata fino al collo. Il seno sinistro presenta gravi ferite
inferte con arma bianca. Anche in questo caso verranno ritrovati gli oggetti
contenuti nella borsetta della vittima femminile sparsi nelle zone circostanti
il luogo del delitto. Il corpo di Susanna Cambi presenta ferite da arma da
taglio, almeno quattro, di cui tre alla schiena. Il giorno successivo al delitto, prima del rinvenimento dei corpi, un uomo
telefonò alla zia di Susanna chiedendo di parlare con la madre della giovane
che, in effetti, in quel periodo era ospite con le due figlie presso la sorella.
A causa di un guasto sulla linea tuttavia, la comunicazione venne interrotta
subito. Si tratta di un particolare decisamente misterioso considerato che il
numero di telefono, appartenente ad un indirizzo nuovo, era provvisorio e quindi
nessuno avrebbe dovuto conoscerlo. [35] Secondo quando sostenuto dall'avvocato Nino Filastò, inoltre,
poco prima del delitto Susanna Cambi avrebbe fatto capire alla madre di essere
pedinata da qualcuno. In una occasione, mentre guidava l'auto in compagnia della
madre, aveva rischiato di provocare un incidente spiegandole che "un tale, il
solito" la stava seguendo e che era sua intenzione evitare di
incontrarlo.
19 giugno 1982: L'omicidio di Paolo Mainardi e Antonella
Migliorini, Baccaiano
La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli vengono uccisi Paolo
Mainardi, meccanico di 22 anni, e Antonella Migliorini di 19, dipendente di una
ditta di confezioni. I due giovani, soprannominati dagli amici "Vinavil" perché inseparabili, erano
appartati a bordo di una piccola Fiat
147, in uno slargo presente sulla strada Virginio Nuova. L'assassino sopraggiunge favorito dall'oscurità ed esplode alcuni colpi verso
la coppia; Paolo viene solo ferito e riesce a mettere in moto l'auto ed inserire
la retromarcia. Probabilmente a causa della concitazione del momento, tuttavia,
Paolo non è in grado di controllare l'auto che attraversa trasversalmente la
strada e resta poi bloccata nella proda sul lato opposto. A questo punto
l'assassino spara contro i fari anteriori dell'auto e colpisce a morte i due
giovani. Secondo la versione tuttora condivisa dai più e ammessa al processo,
l'assassino in seguito sfilerà le chiavi dal quadro d'accensione della vettura e
le getterà lontano, presumibilmente in segno di spregio. Questo delitto si differenzia dai precedenti per almeno due motivi;
innanzitutto il luogo in cui avviene l'aggressione non è appartato; a pochi
chilometri di distanza, nel paese di Cerbaia è in corso la festa del Santo patrono, ed il
traffico di auto lungo la strada provinciale è ridotto ma costante. In secondo
luogo l'omicida, per la prima volta, non esegue le escissioni dei feticci e non
ha il tempo materiale per infierire sui cadaveri, probabilmente a causa dei
rischi che questa operazione avrebbe comportato, considerato che la macchina era
visibilmente disposta in modo innaturale sulla strada. Il delitto sarà infatti scoperto pochissimo dopo da una vettura sopraggiunta
nel frattempo. Antonella è morta, Paolo respira ancora e viene immediatamente
trasportato al vicino ospedale di Empoli, dove muore il mattino seguente
senza riprendere coscienza. Sul luogo del delitto verranno messi a reperto nove
bossoli di calibro .22 Winchester sempre con la lettera "H" punzonata sul
fondello. In quest'occasione il giudice
Silvia della Monica, sperando di indurre il mostro a scoprirsi, convocò in
Procura i cronisti che si occupavano del caso e chiese loro di scrivere sui
giornali che Paolo Mainardi, prima di morire, aveva rivelato importanti
informazioni utili alla ricostruzione dell'identità dell'omicida. Sarà inoltre a seguito di questo delitto che il maresciallo Fiori, 15 anni
prima in servizio a Signa, ricorderà del delitto avvenuto nell'estate del 1968,
e permetterà la riapertura del fascicolo in cui verranno ritrovati i bossoli
repertati quell'anno; sarà così possibile comparare i bossoli e stabilire che a
sparare nel 1968 era stata la stessa arma utilizzata nel 1982. Anche questo
evento non è privo di dettagli inconsueti in quanto, per legge, gli elementi
raccolti nel corso di un processo devono essere distrutti a sentenza avvenuta.
Va tuttavia rilevato che la pratica non è generalmente seguita nel caso in cui
l'arma del delitto non sia stata ritrovata, per l'ovvia necessità di lasciare il
campo a successive verifiche, cosa che si è in effetti verificata con i bossoli
repertati a Signa nel 1968. Mario Spezi nel suo libro " Dolci colline di sangue"
dà una versione un po' differente riguardo al collegamento dei delitti del
mostro con quello del 1968 a Signa. In pratica dice Spezi che arrivò agli
inquirenti una lettera anonima che conteneva un ritaglio di giornale relativo al
delitto del'68 con un messaggio aggiunto a penna che recitava : "Perchè non
andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele ? ( Il fascicolo
processuale di S. Mele era effettivamente presso il tribunale di Perugia ). Nel
fascicolo si trovarono stranamente i famosi bossoli cal. 22 serie H in una busta
spillata che permisero agli inquirenti di mettere in relazione i delitti del '68
con i successivi del 1974 - 1981 - 1982.
Francesco Vinci
Successivamente al delitto del giugno 1982, che aveva portato gli inquirenti
a collegare alla serie di delitti maniacali anche quello avvenuto 14 anni prima
a Signa, in maniera inequivocabile grazie
ai bossoli sparati dalla medesima pistola, le indagini si rivolgeranno verso
Francesco Vinci, pastore, pluripregiudicato,residente a Montelupo
Fiorentino, già chiamato in causa anni prima da Stefano Mele nell'omicidio
del 1968 per il quale lo stesso Mele stava in quegli anni scontando la pena a 13
anni [36]. Vinci era stato a suo tempo amante fisso
della Locci (come il fratello Salvatore) e aveva addirittura abbandonato la
famiglia per vivere con la donna, rimediando per questo una denuncia (da parte
della moglie) per abbandono del tetto coniugale e concubinato (reato allora ancora punibile in
Italia, così come del resto l'adulterio) [37]. Il Vinci viene pertanto posto in stato di fermo con l'imputazione di
maltrattamenti al coniuge [38], in modo da poter approfondire alcuni
aspetti e raccogliere ulteriori prove per indiziarlo dei delitti del Mostro di
Firenze. Tuttavia Francesco Vinci si trovava ancora in carcere al momento in cui
si compie un nuovo duplice omicidio, quello del 1983. Scagionato da tale circostanza, e dalla successiva nuova testimonianza di
Stefano Mele, Vinci resta in carcere
per tre anni a causa di una condanna per furto di camion, ma viene completamente
scagionato dalle accuse per gli omicidi [39] Francesco Vinci fu trovato assassinato nell'agosto 1993 insieme ad un amico,
tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati
rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data
alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del "mostro", quasi
subito scartato [40], ma più probabilmente, date anche le
modalità del delitto, ad una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno
ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
[41]
9 settembre 1983: L'omicidio di Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe
Rüsch, Giogoli
Il 9 settembre 1983 a Giogoli di Scandicci, in un furgone fermo per la notte
in uno spiazzo, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer,
entrambi di 24 anni, studenti presso l'università di Münster che al momento dell'aggressione si
trovavano a bordo del loro furgone Volkswagen T1 con l'autoradio accesa. I ragazzi vengono raggiunti e
uccisi da sette proiettili, sparati con una certa precisione attraverso la
carrozzeria del furgone, di cui però saranno repertati solo 4 bossoli
Winchester. Le indagini successive al delitto permetteranno di stabilire che i
colpi sono stati sparati all'incirca da un'altezza di 1 metro e 30 centimetri da
terra - il che fa supporre che l'assassino sia alto almeno 1 metro e 80 centimetri o
anche di più. L'assassino fredda dapprima Meyer con tre colpi in rapidissima
sequenza, mentre Rüsch tenta inutilmente la fuga ma viene colpito da quattro
proiettili, di cui uno al cervello, e si accascia sul fondo dell'automezzo. Una
volta uccisi i due giovani, l'assassino sale sul retro del furgone e, accortosi
che le vittime sono entrambe di sesso maschile, si dilegua senza compiere
escissioni né usare armi bianche. Denaro e macchine fotografiche appartenuti
alle vittime non vengono toccati né sembra mancare alcunché di valore. In questo
caso, l'assassino fu probabilmente tratto in errore dai capelli lunghi e dalla
corporatura esile di Rüsch. Nelle vicinanze del camper furono rinvenute alcune
riviste "a contenuto probabilmente omosessuale" stracciate, ma non è mai
stato appurato se appartenessero ai giovani, né se i due fossero effettivamente
amanti.
La pista sarda
Si pensava quindi che il mostro, non potendo essere Stefano Mele, che era
detenuto nel periodo in cui il mostro aveva continuato a colpire, né Francesco
Vinci, potesse invece essere un altro personaggio appartenente alla sua cerchia
di frequentazioni e conoscenze. Furono pertanto indiziati ed inquisiti Giovanni
Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele[42]. Sulla base di nuove rivelazioni di Stefano
Mele, che in alcune deposizioni accusò il fratello ed il cognato di aver
partecipato all'omicidio della moglie [43], e con l'aggravante di alcuni indizi
materiali (tra cui un bisturi in
possesso di Giovanni Mele), Piero Mucciarini e Giovanni Mele restano per otto
mesi detenuti con l'accusa di essere gli autori dei duplici omicidi[44]. I due vengono scarcerati, ed escono
dall'inchiesta [45], non essendoci a loro carico indizi tanto
gravi da giustificarne il rinvio a giudizio, ed essendo i due detenuti nel
periodo in cui fu commesso l'omicidio di Claudio Stefanacci e Pia Rontini [46] [47]. Per un certo periodo venne indagato per gli omicidi anche Salvatore Vinci,
fratello di Francesco[48][49]. Stefano Mele morì nel 1995 per una crisi
cardiaca a seguito di un intervento chirurgico, mentre risiedeva in uno ospizio
per ex detenuti a Ronco all'Adige, presso Verona[50].
29 luglio 1984: L'omicidio di Claudio Stefanacci e Pia
Rontini, Vicchio
Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio
Stefanacci, studente universitario di 21 anni e Pia Gilda Rontini di 18 anni, da
poco tempo impiegata presso il bar della stazione di Vicchio nel Mugello. L'auto
dei giovani, una Panda celeste, è parcheggiata in fondo ad una strada sterrata
che si diparte dalla Strada Provinciale Sagginalese, contro il terrapieno di una
collina. Quando vengono aggrediti, i due ragazzi sono seminudi sul sedile
posteriore della Fiat Panda di
proprietà del ragazzo. L'omicida spara attraverso il vetro della portiera destra
colpendo il ragazzo quattro volte (di cui una alla testa), e due volte la
ragazza (colpita al volto ed al braccio che aveva probabilmente steso di fronte
alla faccia come estremo gesto di difesa)[51]. In seguito l'assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due
ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia
viene trascinata, ancora viva anche se ormai in agonia, fuori dalla vettura in
un vicino campo di erba medica, dove le vengono asportati il pube e il seno
sinistro. Verrà ritrovata con il proprio reggiseno ancora serrato tra le dita
della mano destra [52]. La catenina che portava è stata strappata
ed è stato rubato il pendente a forma di croce. In questo caso la borsetta non è
stata frugata né manomessa, presumibilmente perché nascosta sotto il sedile del
passeggero. I cadaveri vengono scoperti prima dell'alba da alcuni amici della coppia, ma
l'allarme per la scomparsa dei due era stato dato già verso le 23 circa dalla
madre della Rontini, preoccupata per l'insolito ritardo della figlia che, al
momento di uscire di casa, poco dopo le 21, aveva promesso di rientrare entro
un'ora essendo stanca dopo aver lavorato tutto il giorno.[53]. Anche in questo caso pare che la vittima
femminile avesse subito molestie da parte di ignoti nei giorni
precedenti al delitto.
Un'amica di famiglia di Pia, conosciuta durante un
soggiorno di studio in Danimarca e
che in seguito aveva intrattenuto con lei relazioni di corrispondenza, riferì
tempo dopo di aver ricevuto una telefonata dalla giovane, pochissimo tempo prima
del delitto, in cui Pia le riferiva che nel bar dove lavorava "c'erano
persone poco piacevoli assieme alle quali si sentiva molto insicura"[54]. Tale fatto sembra peraltro avvalorato da un riscontro raccolto in una fase
successiva al delitto; Il Sig. Bardazzi gestore di una tavola calda in località
San Piero a
Sieve aveva dichiarato di riconoscere nei due fidanzatini uccisi una coppia
che nel pomeriggio del 29 luglio
1984, poche ore prima dell'omicidio, si era
fermata presso il suo locale. Subito dopo di loro, secondo il teste, era
arrivato un "signore distinto", alto, corpulento, sguardo intenso, in giacca e
cravatta, dai capelli rossicci, che aveva ordinato una birra e si era seduto all'esterno del locale, senza
staccare gli occhi dalla ragazza. Non appena i giovani avevano terminato di
mangiare e si erano avvicinati alla cassa, l'uomo aveva bevuto d'un fiato la
birra e si era accodato a loro. Invitato a partecipare ai funerali delle
vittime, tuttavia, non riconobbe il "signore distinto" tra i presenti. [55]. Nel marzo del 1994 le croci piantate sul
luogo del delitto dal padre di Pia Rontini in memoria dei due giovani
assassinati sono state danneggiate da ignoti [56]
8 settembre 1985: L'omicidio di Jean-Michel Kraveichvili e
Nadine Mauriot, Scopeti
L'ultimo duplice delitto (e quello su cui si hanno più particolari e
riscontri [57]) avviene nella campagna di San Casciano Val di Pesa in frazione
Scopeti, all'interno di una piazzola attorniata da cipressi in cui erano solite
appartarsi le giovani coppie[58] Le vittime sono due giovani francesi, Jean-Michel Kraveichvili, musicista
venticinquenne, e la trentaseienne Nadine Mauriot, commerciante, madre di due
bambine piccole recentemente separata dal marito, entrambi provenienti da Audincourt. Le vittime sono accampate in una piccola tenda ad igloo a poca distanza dalla
strada. L'omicidio è stato fatto risalire da taluni alla notte di domenica 8 settembre 1985, da altri a quella tra sabato 7 settembre e domenica 8 settembre 1985, considerazione motivata con la presenza sui cadaveri
delle vittime di larve di mosca che necessitano di almeno 25 ore di tempo per
svilupparsi [59] e col fatto che Nadine Mauriot aveva
avvertito i parenti in Francia che sarebbe rientrata dalla vacanza al più tardi
domenica sera per accompagnare a scuola le figlie il giorno successivo e
riaprire il negozio di sua proprietà [60]. Una coppia che si era appartata nella
piazzola del delitto nelle prime ore del pomeriggio di domenica 8 settembre 1985, inoltre, riferì di aver notato la tenda delle
vittime all'interno della quale sembrava esservi una persona distesa, e parlò di
"un nugolo di mosche" e di "cattivo odore" nella zona, tanto che i due ragazzi
decisero di andarsene [61].Le modalità dell'aggressione sono simili a quelle precedentemente messe in
pratica dall'omicida, eccettuato il fatto che, in questo caso, le vittime non si
trovavano in auto ma in una tenda piantata vicino alla propria Volkswagen: il
mostro, dopo aver forse reciso con un coltello il telo esterno della tenda sulla
parte posteriore, si sposta verso l'ingresso della tenda e spara. Nadine muore
all'istante, il giovane Jean-Michel, ferito non mortalmente, riesce ad uscire
dalla tenda e a fuggire di corsa in direzione del bosco, ma viene raggiunto
dall'omicida che lo finisce a coltellate e poi ne occulta il corpo, cercando di
nasconderlo in una pila di rifiuti poco distante dalla tenda [62]. Dopo averlo estratto dalla tenda per effettuare le mutilazioni sul pube e sul
seno sinistro, anche il cadavere della donna viene in qualche modo occultato e
risistemato all'interno della tenda in modo che non sia visibile. Il modus operandi
particolare attuato dall'omicida in quest'ultimo delitto lascia presupporre che
l'assassino avesse l'intento di ritardare il più possibile la scoperta dei
corpi. Un brandello del seno della ragazza viene spedito alla Procura della Repubblica di Firenze in una busta anonima con
l'indirizzo composto da lettere di giornali ritagliate, indirizzato alla
dottoressa Silvia Della Monica, PM incaricato
delle indagini sul mostro [63]. La scoperta dei corpi avverrà, per puro
caso, poche ore prima che la lettera giunga in Procura vanificando così il
macabro piano dell'omicida.
I "compagni di
merende"
Pietro Pacciani
Precisamente negli anni
novanta, con l'arrivo a capo della Squadra Mobile di Firenze
di Michele
Giuttari, le indagini si concentrarono, dopo una segnalazione anonima e dopo
alcune analisi da parte della procura su persone abitanti nella zona degli
omicidi [64], prima su Pietro Pacciani, un agricoltore di Mercatale
in Val di Pesa, e successivamente su alcuni amici di Pacciani coinvolti
nella vicenda: Vanni, Lotti, Pucci, e Faggi [65] [66][67] (quest'ultimo prosciolto nel 1996 da ogni accusa riguardante gli omicidi [68][69]). Nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano [70] soprannominato "il Vampa" per una
bravata che gli aveva ustionato il viso, Pacciani era un uomo collerico e
violento indipendentemente dal giudizio per i delitti del mostro. A ventisei
anni Pacciani sorprende la fidanzata, Miranda Bugli (appena quindicenne), in
atteggiamenti intimi con un altro uomo, tal Severino Bonini di 41 anni e uccide
a coltellate il rivale costringendo poi la ragazza ad avere un rapporto sessuale
proprio accanto al cadavere; al processo l'imputato dichiarerà d'essere stato
accecato dal furore avendo visto la fidanzata denudarsi il seno sinistro [71](proprio quello che in due casi viene
asportato alle vittime del pluriomicida). Per questo fatto Pietro Pacciani è
condannato (e sconta) 13 anni di carcere. L'analogia di questo delitto con
quelli del "mostro" sarà l'indizio che guiderà gli inquirenti sul Pacciani. La
violenza dell'agricoltore si riversa sulla moglie Angiolina Manni (bastonata e
costretta a rapporti sessuali) e sulle due figlie Rosanna e Graziella[72], nutrite con cibo per cani, picchiate,
violentate con falli artificiali e zucchine, costrette a visionare foto del
padre in pose pornografiche [73]. Pacciani viene arrestato con l'accusa di essere l'omicida delle otto coppie
di giovani il 17 gennaio 1993. Il 1 novembre 1994 inizia il processo che rivela le atroci violenze
familiari [74] e che si conclude con la condanna
dell'imputato all'ergastolo da
parte del tribunale di Firenze con
l'accusa di essere il responsabile di quattordici dei sedici omicidi per cui era
imputato [75].
Ad incastrare Pacciani ci sono molti elementi, tra cui intercettazioni
telefoniche, un bossolo di pistola compatibile con quelli trovati sui luoghi
degli omicidi, trovato a casa sua [76], alcuni oggetti che l'accusa ritenne
appartenessero ad alcune delle vittime [77] [78][79] oltre alle testimonianze di Lotti e di altre
persone che lo riconobbero nei luoghi degli omicidi [80][81]. Altri elementi a carico di Pacciani sono stati i grossi movimenti di denaro
sul conto bancario dello stesso, cifre enormi per un agricoltore all'epoca dei
fatti [82], che portarono successivamente ad ipotizzare
che Pacciani ricevesse denaro per eseguire gli omicidi su commissione da parte
di mandanti mai identificati [83][84]. Il 13 febbraio 1996 Pacciani (in carcere da 1.100 giorni) è
assolto dalla corte
d'appello per non aver commesso il fatto [85], l'assoluzione è però viziata da un errore tecnico che
non consentì di sentire e verbalizzare le testimonianze di quattro persone
direttamente coinvolte nel gruppo dei Compagni di merende, tra cui anche
Lotti, che pochi mesi dopo si autoaccuserà di uno degli omicidi e fornirà
elementi a carico di Pacciani e Vanni; in conseguenza di ciò, il 12 dicembre 1996 la corte di Cassazione annulla l'assoluzione e
dispone un nuovo processo[86] che Pacciani non potrà subire a causa della
morte. Nel luglio del 1996, la moglie chiede la separazione da Pacciani [87], e anche dopo l'assoluzione del marito
decise di abbandonare la casa e chiudere ogni relazione con il coniuge fino alla
morte, avvenuta ad 80 anni nel 2005 [88]. Nel dicembre del 1996, Pacciani viene riviato a giudizio per sequestro e
maltrattamenti ai danni della moglie [89]. In particolare gli inquirenti addebitavano
a Pacciani di aver aggredito la moglie nel 1992, al ritorno della stessa da un interrogatorio durante
il quale la signora avrebbe rilasciato dichiarazioni compromettenti per il
marito [90].
La reazione di Pacciani fu registrata e
ascoltata in diretta dalla polizia che aveva apposto alcune microspie nella casa
del contadino[91]. Il 22 febbraio 1998 viene trovato morto
nella sua abitazione di Mercatale con i pantaloni abbassati e
il maglione tirato in alto fino al collo. Un esame tossicologico rivela nel sangue tracce di un farmaco antiasmatico
fortemente controindicato per lui (affetto da una malattia cardiaca). Le
circostanze sospette della morte provocano ulteriori ombre sulla vicenda che
sembrava essere giunta ad una conclusione [92][93]. Pacciani infatti, dopo la sentenza di
assoluzione di secondo grado, era tornato ad abitare nel suo casolare, dove la
sera era solito "barricarsi in casa", sprangando la porta e tutte le serrande,
quasi avesse timore di qualcosa (così le testimonianze dei vicini)[94]. La sera in cui i Carabinieri lo trovarono
morto nella sua abitazione, la porta e le finestre erano completamente
spalancate, e le luci spente. Le successive intercettazioni telefoniche,
relative al "caso Narducci" (vedi apposito paragrafo sotto), fanno emergere la
possibilità che Pacciani sia stato ucciso dagli appartenenti ad una setta
satanica perché colpevole di averli traditi[95].
Mario Vanni
Nato a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927, di professione portalettere, Vanni, detto
"Torsolo", è rimasto particolarmente famoso come inventore involontario
della locuzione "compagni di merende", che i media
ricavarono dalla caricatura di una sua espressione. Sentito infatti come
testimone al processo contro
Pacciani, il postino, alla domanda «Signor Vanni, che lavoro fa lei?»
rispose in modo inatteso e illogico «Io sono stato a fa' delle merende co' i'
Pacciani no?», suscitando l'ilarità generale e facendo supporre al PM che fosse
stato istruito alle risposte. Il suo continuo, goffo e reticente riferimento a
tali "merende", oltre a determinarne l'incriminazione, produsse l'ironico modo
di dire, usato per indicare persone legate da un rapporto losco. Vanni viene arrestato in concomitanza con l'assoluzione (poi annullata) di
Pietro Pacciani, per concorso in duplice omicidio e villipendio di cadavere, messo in atto secondo l'accusa proprio
assieme a Pacciani [96][97]. Il Vanni ha dimostrato durante lo svolgimento del processo un atteggiamento
ostile nei confronti dei giudici, dettato in maggior parte dall'ignoranza,
dall'abuso di alcol, dalla paura e dalla
sua età avanzata, che non gli permetteva forse di comprendere lucidamente lo
svolgersi delle udienze. Viene spesso richiamato e allontanato dall'aula, fino
ad essere espulso dopo aver lanciato una maledizione sul PM e aver dichiarato la
sua fede per Mussolini [98]. Dei "compagni di merende", Vanni fu condannato al carcere a vita. La condanna, per soli quattro degli
otto duplici omicidi, è stata resa
definitiva nel 2000 dalla Corte di Cassazione. Nel 2004 la pena gli viene sospesa per motivi di salute, e
Vanni trascorre i suoi ultimi cinque anni di vita in una casa di riposo per
anziani non autosufficienti a Pelago, in
provincia di Firenze. Ricoverato il 12 aprile 2009 all'ospedale toscano di Ponte a Niccheri è morto il
giorno dopo [99]. Era l'ultimo compagno di merende ad essere rimasto in
vita.
Giancarlo Lotti
Giancarlo Lotti, detto "Katanga", fu condannato a 26 anni di reclusione per i delitti del
mostro. A differenza di Vanni e Pacciani, che protestarono sempre la loro
innocenza, Lotti rese confessione[100], e accusò in maniera precisa Pacciani e
Vanni [101] fornendo particolari di alcuni omicidi cui
aveva assistito [102] e autoaccusandosi [103] dell'omicidio dei due ragazzi tedeschi [104]. Le testimonianze di Lotti si rivelano
decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda, nonostante il legale dello
stesso Lotti e alcuni periti indichino Lotti come poco attendibile [105]. Va detto per completezza d'informazione
che nel corso del dibattimento processuale ai cosiddetti "compagni di merende" e
nei controinterrogatori fatti al Lotti dalla difesa di Mario Vanni ( Avv.Filastò
) si evidenziarono numerose incongruenze in ciò che riportava lo stesso Lotti ;
in pratica riferì il Lotti alcuni fatti e particolari dei delitti che
oggettivamente non potevano essere considerati attendibili. Giancarlo Lotti
viene scarcerato nel marzo 2002 per gravi motivi di salute. Muore qualche settimana
dopo a causa di tumore al fegato[106]. Fernando Pucci, amico dei tre compagni, pur non subendo condanne per i
delitti, testimoniò contro Pacciani e Vanni come testimone oculare di alcuni
omicidi [107]rischiando l'incriminazione a causa delle
deposizioni spesso reticenti e contraddittorie[108].
La pista esoterica
Le indagini sui delitti del mostro e sui compagni di merende
hanno succesivamente condotto gli inquirenti ad ipotizzare l'esistenza di una
sorta di sovrastruttura mandante dei delitti[109]. Tale ipotesi si basa su alcune
dichiarazioni del teste e imputato Giancarlo Lotti, il quale ha dichiarato in sede
processuale che i feticci escissi dai corpi femminili sarebbero stati comprati
da personaggi ignoti ed altolocati[110], e sul ritrovamento di un possibile
simbolo esoterico, una piramide
di granito colorato (una rara varietà
di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana) di circa
quindici centimetri, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi di Giovanni
Foggi e Carmela Di Nuccio in occasione del delitto del giugno 1981[111]. Altri riscontri di supposta simbologia esoterica si sono avuti in occasione
dell'ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti
francesi; pochi giorni prima di essere assassinati i due si erano accampati in
zona Calenzano ma erano stati
invitati ad andarsene da un guardacaccia, in quanto il campeggio libero non era
consentito in quella zona[112]. In seguito lo stesso guardacaccia aveva
rinvenuto, poco distante dal luogo in cui Nadine Mauriot e Jean Michel
Kraveichvili si erano accampati la prima volta, tre cerchi di pietre, di cui due
aperti ed uno chiuso, contenenti bacche, pelli di animali bruciate e croci di
legno. Secondo il parere di alcuni specialisti tali cerchi di pietre potrebbero
essere ricondotti a pratiche di tipo esoterico, da collegarsi con le fasi di
individuazione, condanna a morte ed esecuzione materiale della coppia[113]. Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi
alimentarono il filone d'inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati
al satanismo alla base dei delitti
[114] [115]. In particolare Pacciani e Vanni
frequentavano un tale "mago indovino", presso una cascina situata nei dintorni
di San Casciano, dove si consumavano orge e riti collegabili all'occultismo.
[116]. Durante le perquisizioni eseguite dalla
Polizia di Stato a casa di Pacciani sono stati trovati almeno tre libri
ricollegabili alla magia nera e al satanismo.[117] La pista esoterica trova riscontro anche in virtù delle grosse somme di
denaro del quale entrarono in possesso Pacciani e Vanni negli anni dei delitti,
che rendono meno ipotetica la teoria secondo cui i Compagni di Merende
agissero per conto di personalità rimaste nell'ombra[118][119], interessate a ricavare i feticci dai
corpi mutilati [120]. Pacciani, modesto contadino, arrivò
addirittura a disporre di 157 milioni di lire (dell'epoca) in contanti e buoni
postali fruttiferi, oltre ad aver acquistato due case e ristrutturato la sua
abitazione[121]. I controlli eseguiti dalla Polizia di
Stato evidenziarono che Pacciani, prima dei delitti attribuibili al cd "Mostro
di Firenze", versava in condizioni di grande povertà, e non ereditò beni che
potessero giustificare la improvvisa ricchezza[122].
Possibili collegamenti con il caso Narducci
Ulteriore tesi è quella che vede nel responsabile dei delitti, o in uno dei
capi della misteriosa setta che avrebbe commissionato gli omicidi seriali, il
dottor Francesco Narducci, medico e professore universitario perugino
morto nel Lago
Trasimeno a trentasei anni nel 1985, a
poche settimane dall'ultimo degli omicidi del mostro. La morte, all'epoca, fu
archiviata come incidente e la salma fu tumulata senza procedere ad autopsia, apparendo abbastanza chiara
la causa di morte (annegamento) .Il coinvolgimento di Narducci si fonda sull'intercettazione telefonica di un
gruppo di pregiudicati umbri che avrebbero minacciato a una tale "Dora"[123]di fargli fare la stessa fine del "medico
ucciso sul Trasimeno", velato riferimento alla morte dello stesso Narducci,
rinvenuto cadavere al largo dell'isola Polvese, e sulla base di alcune lettere
anonime ricevute dagli investigatori nei mesi successivi, nelle quali veniva
collegato il medico agli omicidi. [124]. Alcuni esperti del caso scettici rispetto
alla figura del Narducci coinvolto nelle vicende del mostro affermano che in
realtà il personaggio citato nella famosa intercettazione alla Sig.ra Dora non
fosse il Narducci ma un altro medico implicato in un giro di usurai che poi si
suicidò al lago Trasimeno.In seguito furono intercettate altre telefonate minacciose rivolte a "Dora":
in una di queste una voce femminile (molto alterata) faceva riferimento, oltre
al presunto omicidio di Narducci, anche all' "omicidio di Pacciani".
Secondo la
voce al telefono entrambi gli omicidi erano stati eseguiti dagli appartenenti ad
una setta satanica, perché le vittime erano colpevoli di averli traditi[125]: la stessa fine, nella telefonata, era
minacciata anche a "Dora".[126].Le telefonate intercettate, insieme ad altri elementi, portarono ad
ipotizzare che il Narducci sia stato assassinato dagli stessi membri della
presunta setta, o comunque dagli altri componenti del gruppo autore degli
omicidi, in quando oramai ritenuto un pericolo a fronte della sua volontà di
rivelare la matrice dei delitti o di dissociarsi dalla stessa [127].Nel 2002 venne riesumata la salma, sulla quale esame autoptici
dimostrarono la presenza di ferite compatibili con lo strangolamento, e con
tracce di narcotizzanti nei tessuti [128].Proprio il presunto omicidio del medico umbro, legato alla sostituzione del
suo cadavere [129][130] con quello di uno sconosciuto in maniera
tale da insabbiare le indagini sulle effettive cause della morte nell'autunno
del 1985, ha dato luogo all'avvio di una inchiesta giudiziaria da parte della Procura della Repubblica di Perugia, profilando il coinvolgimento di
una loggia massonica, alla quale apparteneva il
padre di Narducci[131], sia nella copertura degli omicidi del
mostro che nella sostituzione del cadavere[132][133]. Secondo Ugo Narducci invece, il figlio
Francesco si tolse volontariamente la vita a seguito di diagnosi mediche che gli
attribuivano un grave problema di salute [134].Nel giugno del 2009, una parte dell'inchiesta relativa alle modalità della
fine del medico perugino è stata archiviata dal GIP del capoluogo umbro[135]. Mario Spezi e Francesco Calamandrei, indagati,
insieme a due pregiudicati, nella vicenda, sono stati prosciolti da ogni
addebito e con formula piena.[136]
Per quanto riguarda la presunta morte per
omicidio di Narducci, il gip ha disposto l'archiviazione, accogliendo la
richiesta del pubblico ministero.[137].La parte dell'inchiesta relativa ai presunti depistaggi, operati da vari
soggetti istituzionali e dalla famiglia di Narducci, finalizzati a nascondere
l'omicidio e sostituire il cadavere, viene aperta presso il tribunale del
capoluogo umbro[138]. In particolare si contesta a membri della
famiglia di Narducci e a vari esponenti delle istituzioni il reato di
associazione per delinquere finalizzata all'occultamento di cadavere. I
soggetti, secondo l'accusa, in concorso tra di loro, avrebbero occultato le
reali modalità della morte di Narducci, sostituendo il cadavere con quello di
uno sconosciuto[139]. Inoltre avrebbero impedito la autopsia
sul cadavere, assolutamente di prassi in casi simili di sospetto annegamento: la
autopsia non fu eseguita all'epoca, ma soltanto dopo la riapertura delle
indagini da parte della procura di Perugia. Il 20 aprile 2010,
però, nell'udienza preliminare davanti al Gup di Perugia, tutti gli imputati
vengono prosciolti da tali accuse di irregolarità e depistaggio[140][141].
Calamandrei, il
farmacista
Nel 2004 viene perquisito (per la terza volta) l'appartamento di un
farmacista di San Casciano
in seguito alle indagini per gli ultimi quattro omicidi. Questa volta però gli
viene notificato anche un avviso di garanzia[142]. L'uomo, secondo l'accusa, è il "mandante"
degli omicidi, il cui scopo è quello di prelevare parti anatomiche dai cadaveri
per usarle durante riti satanici.
La principale testimone dell'accusa è la moglie, affetta da una malattia
mentale[143]. Il 21 maggio 2008, al termine di un
processo con rito abbreviato iniziato nel settembre 2007, Calamandrei (che era
indagato anche nell'inchiesta sulla morte di Narducci come possibile mandante
dell'omicidio del medico perugino [144][145]) viene assolto con formula piena dalle
accuse in quanto il fatto non sussiste[146].
Ipotesi alternative alle sentenze giudiziare
Ipotesi del serial killer solitario legato alla pista
sarda
Una tesi seguita negli ultimi anni e profilata ad esempio da Mario Spezi nel libro Dolci
colline di sangue del 2006, è quella
secondo cui il mostro sarebbe un individuo legato al "clan dei sardi", già
indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. La tesi di Spezi muove dalla ricostruzione del primo omicidio del 1968
ritenendo che l'omicidio di Lastra a Signa venne effettivamente commesso per
ragioni sentimentali e d'onore da parte di soggetti legati alle famiglie Mele e
Vinci, con la Beretta e le cartucce utilizzati successivamente dal mostro. Tuttavia, il mostro sarebbe del tutto estraneo a tale vicenda essendosi
appropriato solo successivamente della pistola e le munizioni per avviare, dal
delitto del 1974, la catena seriale di omicidi[147].Secondo Spezi solo un componente delle famiglie coinvolte nel primo delitto
del 1968 avrebbe potuto appropriarsi di
pistola e cartucce, essendo del tutto improbabile una casuale cessione, da parte
del detentore, di un'arma e di una scatola di cartucce già utilizzati in un
omicidio (quello del 1968, e quindi potenzialmente a rischio per lo stesso
venditore). Sarebbe secondo Spezi soprattutto da escludere una cessione
volontaria a soggetti estranei a quell'ambiente familiare, come pure un casuale
e contemporaneo rinvenimento da parte di terzi di pistola e cartucce[148]. Secondo il giornalista gli omicidi sono
da attribuire ad una sola persona, un serial killer che avrebbe sempre agito da solo
[149]. Mario Spezi è stato arrestato nel 2006
con l'accusa di depistaggio delle indagini e calunnia[150], proprio in conseguenza della sua
proprensione per la Pista Sarda, cosa che lo avrebbe portato, secondo la
tesi accusatoria a creare false prove al fine di portare gli investigatori sulla
strada da lui voluta [151] [152][153].Scarcerato dopo 23 giorni di detenzione (di cui 12 di isolamento)[154] al carcere di Perugia, nel giugno 2009 Spezi è stato prosciolto da ogni accusa [155].
Ipotesi del
serial killer in divisa
Un'altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze
giudiziarie, è quella espressa dell'avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro Storia delle
Merende Infami. Il libro, pubblicato da Maschietto Editore nel 2004, è una sorta di
controinchiesta sui delitti delle coppiette. Lo scrittore-avvocato, che
investiga sul caso dai primi anni '80 oltre ad essere stato il legale di Mario
Vanni, tenta di mostrare l'innocenza dei compagni di merende con un'analisi
globale su tutta la vicenda. Si mettono in luce le incongruenze del pentito
Giancarlo Lotti, e si criticano le modalità di indagine. Nell'ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer lust murder, mai
entrato nelle indagini, affetto da una grave patologia sessuale.[156] Alcuni elementi, come per esempio il
libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta
uccisa oppure la capacità del mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture,
portano l'avvocato a inquadrare il serial killer come un "uomo in divisa".
Radicale è anche la critica di Filastò verso le teorie esoteriche e "di gruppo"
sulla vicenda, ritenute antistoriche e criminologicamente incompatibili con
delitti seriali di stampo maniacale.
Filmografia
- Nel febbraio 1986 esce L'assassino
è ancora tra noi, e due mesi dopo Il
Mostro di Firenze, tratto dall'omonimo libro del 1983 del giornalista e
scrittore Mario Spezi. Quest'ultimo film
viene però bloccato al momento della prima distribuzione dalle azioni legali di
alcuni familiari delle vittime del Mostro di Firenze[157].
Bibliografia
- Giuseppe
Alessandri. La leggenda del Vampa. Loggia De Lanzi, 1995.
- Luca
Cardinalini, Pietro
Licciardi. La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e
il «mostro» di Firenze. DeriveApprodi, 2008. ISBN 978-88-89969-27-4.
- Alessando Cecioni;
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- Nino Filastò, Storia
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- Michele
Giuttari. Il mostro , Rizzoli, 2006 ISBN 978-88-17-01628-5
- Carlo Lucarelli.
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- Ruggero Perugini,
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- Douglas Preston; Mario Spezi, Dolci
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- Francesco
Ferri. Il caso Pacciani. Storia di una colonna infame?. Edizioni
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- Massimo
Polidoro, Cronaca Nera, pagg. 219-312, Piemme, 2005
Note
- ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/05/31/firenze-volantini-anti-mostro-non-fate-amore.html
- ^ [1] Puntata del programma Blu Notte dedicata alle vicende del Mostro di
Firenze
- ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/11/il-mostro-tornera-ad-uccidere.html
- ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/07/28/giudici-di-firenze-fidanzati-attenti-il.html
- ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/08/24/lettere.html
- ^ [2] Puntata del programma Blu Notte dedicata alle vicende del Mostro di
Firenze
- ^ [3] Puntata del programma Blu Notte dedicata alle vicende del Mostro di
Firenze
- ^ Rapporto dei Carabinieri
del 21 Settembre 1968: Storia delle merende infami, Nino Filastò, ed. Maschietto
Pag.99
- ^ Rapporto dei Carabinieri
del 21 Settembre 1968: Storia delle merende infami, Nino Filastò, ed. Maschietto
Pag.99
- ^ Rapporto dei Carabinieri
del 21 Settembre 1968: Storia delle merende infami, Nino Filastò, ed. Maschietto
Pag.98\99
- ^ Dolci colline di sangue,
Mario Spezi e Douglas Preston, ed Sonzogno Pag.234
- ^ Storia delle merende
infami, Nino Filastò, ed. Maschietto Pag.193
- ^ Storia delle Merende
Infami, Nino Filastò, pag.108
- ^ La Nazione 25 agosto
1968
- ^ La Nazione, 27 agosto
1968
- ^ Storia delle Merende
Infami, Nino Filastò, ed. Maschietto
- ^ Storia delle Merende
Infami, Nino Filastò, ed. Maschietto Pag.150\151
- ^ La Nazione, 17 settembre
1974 pag.5
- ^ Compagni di sangue,
Lucarelli-Giuttari, Pag.6
- ^ La Nazione, 24 Settembre
1974
- ^ La Nazione, 19 settembre
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Voci correlate
Collegamenti
esterni
Tratto da :http://it.wikipedia.org/wiki/Mostro_di_Firenze


Simbolo
Massonico ed esoterico
Poco tempo fa abbiamo pubblicato un video nel quale si mettono in evidenza
tutti i simboli massonici che ci circondano, senza che ce ne accorgiamo.
Esaminiamoli, quindi, questi simboli.Cominciamo dalla capitale degli USA, Washington.
Essa e’ famosa per essere
piena zeppa di richiami diretti all’esoterismo di stampo massonico; lo stesso
Washington infatti era un massone di alto grado e fece costruire le fondamenta
dei principali edifici con rituali esoterici. Nel cuore della citta’, a Capitol
Hill, c’e’ un giardino gigantesco a forma di gufo:

E il gufo altro non e’ che il simbolo del Bohemian Club:

Il Bohemian Club e’ notoriamente un’associazione di stampo massonico della
quale hanno fatto parte quasi tutti i presidenti degli Stati Uniti, politici e
banchieri internazionali, giornalisti di fama mondiale.
Wikipedia riferisce:
Il Bohemian Club organizza dal 1899 un elitario campo estivo di due
settimane a cui partecipano anche migliaia di invitati, prevalentemente
personaggi rilevanti del mondo politico ed economico. In questi incontri si
partecipa a rituali pagani, a conferenze e a spettacoli di intrattenimento di
vario genere. Il primo sabato del campo estivo si compie il tradizionale rito
del “Cremation of Care” (traducibile con “cremazione dell’intento”) chiaramente
di origine occulta: una processione funebre a lume di torcia con uomini vestiti
di rosso e con legni appuntiti addosso che concludono il rito con l’apertura di
una bara contenente uno scheletro nero di legno vestito da donna, rappresentante
appunto il “Care”. Tra i manufatti presenti nel Bohemian Grove il più rilevante
è un enorme gufo stilizzato alto circa 15 metri attorno al quale si svolgono
tutti i riti. Il gufo, chiamato Moloch, è
anche presente nel logo del Bohemian Club e su altri edifici presenti nel bosco.
Moloch è una antica divinità pagana a cui era dedicato un culto che prevedeva
anche sacrifici
umani.
Sempre a Washington e’ possibile trovare simboli massonici nella planimetria
della citta’, tra cui il celeberrimo pentacolo rovesciato, unendo gli edifici e
le vie

Planimetria di Washington con in risalto i simboli
massonici più importanti
Come potete vedere questo disegno lo abbiamo orientato con il Nord in alto,
in modo da vedere dove sono orientati geograficamente i vari simboli.
Innanzitutto il pentacolo e’ perfettamente bilanciato ed e’ puntato
perfettamente verso Sud (verso il basso), corrispondente quindi al simbolo
satanico per eccellenza; con la cuspide nella Casa Bianca. Inoltre notiamo che
il Gufo a Capitol Hill che abbiamo gia’ visto e’ intersecato con la squadra ed
il compasso, simbolo della Massoneria.
Il dollaro conserva ancora oggi una simbologia non indifferente:

In alto a destra del Lato A, piccolissimo e nascosto, c’e’ un gufo. Il blog
IlNautilus (da cui
abbiamo preso alcune di queste immagini) fa notare che il gufo sta sopra uno
scudo, diversamente da tutti gli altri 1 presenti sulla facciata, questo per
rimarcare la sua importanza.

Al centro il massone di alto grado Washington, a destra una bilancia e una
chiave, altri simboli cari alla Massoneria.
LatoB: abbiamo l’immagine di una piramide dotata dell’Occhio Onniveggente,
simbolo per eccellenza assieme alla squadra e compasso delle associazioni
massoniche. Da notare che mentre l’occhio dentro un triangolo viene
fatto risalire a diverse religioni come simbolo della perfezione della trinita’,
la piramide non compare in nessuna di esse. La piramide rappresenta la
perfezione architettonica figlia della Conoscenza, unica vera divinita’ della
Massoneria. Wikipedia dice: Alla sinistra della banconota appaiono la piramide (la
faccia anteriore della piramide è sempre di forma triangolare: il triangolo
viene in questo caso paragonato alla Trinità, e dunque alla perfezione).
Falso, falsissimo. Nei triangoli rappresentanti la
Trinita’ l’occhio e’ inscritto in un triangolo semplice, non in una piramide, e
tantomeno e’ circoscritto nella sommita’ della piramide. Disegnato cosi’, e’
inequivocabilmente un simbolo massonico. Che la faccia di una piramide sia
triangolare, poi, lo si sapeva… altrimenti sarebbe un cubo! Sempre sul lato B e’ fortissima la componente numerologica: la piramide ha
tredici gradini, l’aquila tiene tredici frecce nella mano, la frase sopra la
piramide e’ composta da tredici lettere. Restiamo in argomento per parlare del protagonista di questa banconota: a
George Washington e’ stata dedicata una statua molto particolare, nella quale
viene raffigurato in una posizione del tutto originale, e guarda caso molto
simile a quella che viene usata per raffigurare l’idolo Baphomet:

Inoltre, una delle primissime bandiere americane aveva questo aspetto:
Bandiera americana col simbolo dell'occhio
onniveggente
L’Information Awareness Office ha presentato un logo
che ha fatto scalpore !

Anche qua la piramide con l’occhio inscritto nella sommita’ distaccata, anche
qua tredici gradini prima della cima.
Un’altro logo che colpisce, guardando il video, e’ quello del servizio
segreto inglese MI5:

Di nuovo la sommita’ e’ staccata, di nuovo l’occhio e’ inscritto nella
sommita’. Anche il precedente simbolo del MI5 pero’ faceva abbastanza
pensare.

Dodici simboli, di cui tre cancelli disposti a 120° l’uno dall’altro, gli
altri sono tutti pentacoli piu’ o meno stilizzati che puntano sempre verso
l’esterno.
Per concludere,
abbiamo visto sempre gli stessi simboli: pentacoli rovesciati, gufi, squadra
e compasso, e in ogni occasione quel simbolo della conoscenza superiore, la
piramide con la sommita’ distaccata ed emanante luce, all’interno della quale e’
racchiuso un occhio. Li abbiamo visti sempre in elementi architettonici o loghi
di organizzazioni di alto livello, e si possono trovare gli stessi simboli negli
edifici di tutto il mondo. La mano che li ha disegnati e’ sempre la stessa, sono
stati disegnati cosi’ perche’ potessero essere riconoscibili, sono stati
disegnati in quei luoghi perche’ potessero essere trovati da chi di dovere.
Pensateci.
http://chimidice.wordpress.com/2008/07/30/simbolismo-massonico-esoterico/


La decapitata di
Castelgandolfo
Antonietta Longo, 30 anni, siciliana di
Mascalucia in provincia di Catania, aveva l'appuntamento con l'amore, ma ad
aspettarla solo il suo spietato assassino. Era il 10 luglio del 1955 quando,
sulla riva del lago di Castelgandolfo, da sempre meta delle vacanze papali,
sotto un mucchio di giornali datati 5 giorni prima, viene trovato il corpo nudo
di una donna decapitata. Il medico legale stabilì, in seguito, che donna prima
della decapitazione era stata accoltellata con numerosi colpi ripetuti al
ventre, all'addome, alla schiena (l'unica mortale che aveva reciso l'aorta).
La
stessa mano, poi, le aveva mozzato la testa di netto con fare esperto. Il
cranio, forse per evitare il riconoscimento immediato della donna, non è mai
stato più ritrovato. Secondo i primi riscontri i periti patologi dichiarano che
la donna poteva avere una età compresa tra i 26 e i 30 anni, era alta 1,60, ben
curata, abbronzata e con le unghie della mani e dei piedi laccate con smalto
rosso. Al polso un orologio molto piccolo di marca Zeus. Accanto al cadavere i
carabinieri ritrovarono un portachiavi, un orecchino con un pendaglio
triangolare, il frammento di una foto che raffigurava una donna ed un uomo
ripresi a braccetto. Niente di più, niente, nemmeno le sue ovaie.
L'autopsia,
infatti, stabilirà che ad Antonella erano state strappate le ovaie quando era
ancora in vita. Secondo alcuni periti l'atroce sevizia era stata compiuta da
mani esperte, forse di un chirurgo. Per altri, invece, si era trattato di un
gesto di "bassa macelleria". Le indagini proseguono.Un errore
dell'assassino permette l'identificazione di quel cadavere. E'stato proprio
l'orologio a far scoprire l'identità della giovane donna massacrata. Gli
investigatori stabiliscono che l'omicidio era stato commesso nell'esatto punto
del ritrovamento del corpo per la presenza copiosa di sangue rappreso e che
dell'orologio ne erano state vendute solo 150 copie in tutta Roma.
Passati al
setaccio tutti i gioielleri di Roma le indagini portano ad una domestica,
Antonietta Longo, che lavorava presso la famiglia Gasparri da oltre 10 anni. La
sua scomparsa era stata denunciata alle forze dell'ordine alla fine del mese di
luglio dal suo datore di lavoro, un funzionario del ministero dell'Agricoltura.
Confrontando le impronte digitali nella casa Gasparri con quelle del cadavere e
quelle di una sarta che le confezionava gli abiti gli inquirenti ebbero la
certezza: era Antonietta.Ma chi era la giovane siciliana? Della sua vita si
conosceva ben poco: una vita tranquilla, grande lavoratrice, alcune amiche,
qualche storia d'amore non molto importante. Eppure i suoi ultimi mesi di vita
fanno pensare a qualcosa che ha cambiato radicalmente la sua esistenza.
A fine
giugno chiede alla famiglia Gasparri un mese di ferie per ritornare in Sicilia,
il 30 giugno riceve una lettera, ma chi l'abbia spedita e cosa c'era scritto
non si saprà mai, risulterà che qualche mese prima, il 14 marzo, preleva dal
suo conto postale tutti i suoi risparmi, circa 214 mila lire. Il 4 aprile aveva
depositato presso la stazione ferroviaria di Termini una valigia con indumenti
intimi e i suoi abiti. Prende le ferie e il 5 luglio, la stessa data dei fogli
di giornale ritrovati sul suo corpo, spedisce una lettera alla sua famiglia in
Sicilia. Nella missiva Antonietta raccontava di aver conosciuto un uomo, ne era
profondamente innamorata e lui le ricambiava lo stesso amore. Nella lettera poi
si legge "Fra poche ore sarò sua. Spero di sposarlo e di darvi la gioia di
un nipotino".
Quel giorno la donna era uscita di casa alle 8,30 del
mattino, in tasca aveva il biglietto con destinazione Mascalucia, il suo paese
natio, ma non prende il treno. Perchè resterà ancora qualche giorno in una
pensione? Era incinta Antonietta? Molto probabilmente si, ma dell'uomo
sbagliato, un feroce assassino rimasto nel buio più totale per oltre 45 anni.
Chi era l'aguzzino di Antonietta e del suo probabile figlio? Nessuno lo sa e
forse non si saprà mai. Antonietta Longo riposa nel cimitero di Mascalucia
aspettando, forse che giustizia venga fatta.
Lucia Criscuoli


ESCLUSIVA … IN PRIMO PIANO
DI GABRIELLA CARLIZZI


L’ORDINE DELLA ROSA
ROSSA E DELLA CROCE D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO: CHE COS’E’, CHI VI PUO’
ESSERE INIZIATO, DOVE AVVENGONO I RECLUTAMENTI E CON QUALI MODALITA’, COME
OPERANO, DOVE STA’ LA CENTRALE, QUANTI DECENTRAMENTI VI SONO NEL MONDO, COME
DIALOGANO GLI ADEPTI, COME FORMANO I CODICI UTILI PER L’ATTUAZIONE DEL CONTROLLO
MENTALE A DISTANZA E L’ESECUZIOE DI DELITTI O IL CONSEGUIMENTO DI DIFFERENTI
FINALITA’.
QUALCHE
ESEMPIO PRATICO.
GLI
STRUMENTI DELLA GIUSTIZIA.
CHE COS’E’
L’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA CROCE D’ORO INDIPENDENTE E
RETTIFICATO.

Partiamo innanzitutto da un dato storico, così come
risulta nella letteratura ufficiale. Esiste veramente l’Ordine della Rosa Rossa
e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato? Si, questo Ordine esiste e
assunse fin dalla sua origine, caratteristiche proprie, e tali da non poter
essere di fatto considerato come una emanazione di altri Ordini massonici
esoterici, nonostante sembrò derivare dal più ampio contesto della Magia della
Gold Dawn,
confondendosi al fine di depistare, con i Rosacroce.
Depistare chi e da che cosa? Questo Ordine esoterico, sarà successivamente
definito come il più crudele per i suoi rituali segreti, tutti impostati sul
sacrificio umano, e sulla cosiddetta medicina alternativa in tema di malattia
mentale e malattia sessuale. Il fondatore e protagonista di questo Ordine fu
Arthur Edward Waite, mago,massone ed esoterista dei nostri tempi, giacchè visse
fino al 1942.
Costui proveniva da una formazione Rosicruciana, ma entrò
in un insanabile conflitto quando con determinazione, non solo aprì l’Ordine
Indipendente e Rettificato alle donne, ma stabilì per gli adepti uomini che
l’iniziazione esoterica doveva necessariamente essere un tutt’uno con
l’iniziazione massonica, e su tale elemento, cui seguì un aspro scontro, Waite
uscì dalla Golden Dawn e nel 1903 costituì l’Ordine della Rosa Rossa e della
Croce d’Oro Indipendente e Rettificato, ponendo per gli uomini che ne avrebbero
fatto parte l’obbligatorietà di essere massoni.Questo Ordine, attraverso molte
“rettifiche”, nel tempo diventerà quella Schola Esoterica criminale, che noi
definiamo comunemente “Rosa Rossa”. Lo scontro tra Waite e alcuni dirigenti
della Golden Dawn
vide episodi addirittura cruenti, qualcuno fu ucciso, e i
motivi di questa “guerra” erano riconducibili al sospetto che Waite nell’uscire
dalla Golden Dawn si fosse appropriato dei manuali segreti della magia
cerimoniale, tradendo così le pratiche degli adepti con il rischio di vanificare
l’efficacia dei riti stessi che è tale solo se segreta e riservata ai
celebranti. Nessun adepto sarebbe entrato mai nei misteri della Golden Dawn, e
coloro che li ereditavano a causa della morte di uno o più di uno dei dirigenti,
avrebbero dovuto prestare giuramento di fedeltà, pena la loro stessa
uccisione.
Waite fu abilissimo dunque nel gestire lo scontro,
convincendo i suoi avversari che la fondazione di un nuovo Ordine altro non era
che una esigenza di maggiore indipendenza, ma che comunque le sue radici
restavano Rosicruciane e nella Golden Dawn.La pericolosità di Waite si
nascondeva invece nel suo pensiero, quando iniziò a maturare il limite della
cosiddetta magia-cerimoniale rispetto ad una magia di tipo “mistico”Dunque
l’Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato si
configurerà grazie anche alla
presenza delle donne in una “falsa e
ingannevole”affiliazione massonico esoterica con spiccate caratteristiche
mistiche e cristianeggianti.Solo apparentemente Waite, onde placare l’ira dei
capi della Golden Dawn continuava ad utilizzare la Cabala e i Tarocchi, ma erano
strumenti già archiviati dal suo pensiero che diveniva nel tempo pericolosissimo
per quanto sfuggente, mutevole nella pratica, molto simile ad un
caleidoscopio.In tal modo Waite con il suo nuovo Ordine abbracciava una
vastissima area di fedeli e aspiranti adepti, sia per la presenza delle donne
sia perché l’ affiliazione alla sua Schola esoterica non determinava alcun
conflitto di tipo religioso per i cattolici e i cristiani desiderosi di meglio
approfondire perfino i misteri della loro fede. Addirittura nelle pratiche di
Waite paramenti e rituali erano assai simili alla liturgia cattolica, ottenendo
uno straordinario successo, definito un “Grande” un “Magnifico
Ritualista”.
Sempre attento, tuttavia, onde non tradire la sua realtà
se si fosse trovato in presenza di un appartenente alla Golden Dawn, a mettere
in bella mostra i Tarocchi, elemento da cui si era invece definitivamente
distaccato.In definitiva potremmo definire Wait, nel campo dell’occulto e della
Massoneria, un uomo dalla doppia vita, e solo così scampò ad una morte
violenta.Intanto, la dottrina dell’Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro
Indipendente e Rettificato grazie proprio alla apparente serenità e religiosità
dei concetti teorici, si estendeva soprattutto in Italia, divenendo così uno
“specchietto per le allodole”, giacchè nessuno immaginava che proprio in quella
tendenza mistica e cristianeggiante si sarebbe trovata la “giustificazione” del
“sacrificio umano” in nome di una ragione superiore, si sarebbe riusciti a
decolpevolizzare a livello coscienziale la “manovalanza” che per garantirsi
l’iniziazione nell’Ordine avrebbe dovuto accettare di compiere delitti di ogni
genere. Quando Waite nel 1942 morirà, già le sue dottrine avevano contagiato e
invaso le aree di aderenti all’occultismo più in generale, specialmente in
Italia, una Massoneria
dedita all’occultismo mediante le pratiche terapeutiche riservate ad adepti le
cui malattie non ottenevano alcun beneficio dalla medicina
tradizionale.
Per circa venticinque anni, dopo la morte di Waite vi fu
una grande e voluta confusione nella lotta tra gruppi che pur modificando
qualcosa si ritenevano i prosecutori del Maestro. Perfino negli Stati Uniti, ove
Waite nacque e in Inghilterra ove si trasferì con la mamma rimasta vedova,
rivendicarono la paternità del suo pensiero esoterico, e furono proprio i due
primi Templi dell’Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e
Rettificato , americano ed inglese, a dare vita a più di una Schola Esoterica
destinata alla immortalità di una dottrina apparentemente innocua ma dalle
finalità pericolosissime. Questo Ordine riusciva a mimetizzarsi infiltrandosi
all’interno dei vari gruppi magici esoterici e delle logge massoniche, così da
essere irriconoscibile nella sua vera identità, ogni qual volta al proprio
interno per questioni di rivalità e di potere si attuavano efferati delitti.
A
Firenze, città magica, assai più di quel che si dice di Torino, la “Rosa Rossa”
entrò e si camuffò all’interno di sette segrete, fino a ristabilire la propria origine e identità anche
all’interno dell’insegnamento lasciato dal Conte Umberto Amedeo Alberti di
Catenaia, (Erim) cui anche Waite ne era un estimatore dei suoi insegnamenti,
tutti categoricamente impostati su rituali cruenti, veri sacrifici umani
comprensivi della asportazione di parti anatomiche alle vittime, feticci che
divenivano l’Ostia nel corso di una celebrazione simile alla celebrazione
eucaristica della religione cattolica. A Perugia, un famosissimo medico che non
interruppe mai la professione, era in realtà un Gran Maestro dell’ordine
Ermetico, e studiò a fondo le dottrine e i rituali di Waite e di Alberti di
Catenaia, fino ad essere egli stesso l’autore dei Manuali di Magia Sessuale. A
lui si rivolgevano persone della “Perugia-bene”, con problemi prevalentemente
sessuali, e il professor Brunelli presso il suo studio curava e disponeva con
strumenti esoterici il soggetto per una iniziazione all’interno dell’Ordine
della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato.

CHI PUO’ ESSERE INIZIATO ALL’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA CROCE
D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO
Possiamo oggi dire, anche sulla base delle risultanze
delle indagini svolte su questa organizzazione, che sono ammessi all’Iniziazione
solo personaggi molto facoltosi, di elevato grado di cultura, con un quoziente
intellettivo vicino alla genialità, persone che hanno superato la soglia dei
cosiddetti comuni mortali ma che al di là di qualunque codice istituzionale o
morale concepiscono l’attuazione di un male per un fine considerato di bene,
nell’interesse o dell’adepto o della Schola Esoterica. La componente comune degli
aspiranti deve essere necessariamente un problema psico-fisico-sessuale, poiché
questo elemento consente ai dirigenti della Schola di tenere “agganciato”
l’adepto a qualunque ricatto nel caso si presentino problemi di natura
giudiziaria o scandalistica. L’aspirante viene di solito presentato da due
personalità tra il settimo e il nono livello della Schola, una struttura
piramidale che contempla dieci livelli. Possono essere affiliati medici,
letterati, economisti, bancari, cariche istituzionali di grande rilievo,
artisti, scienziati. Se si appartiene già ad una Loggia massonica, l’aspirante
deve mettersi “in sonno”, e chiedere di essere ammesso alla Loggia massonica
coperta della Schola, una Loggia italo-americana, con frange inglesi e francesi.
Attenzione. Molti esperti e autori famosi di libri sulla magia, l’esoterismo e
la massoneria, sono in realtà adepti di
questa Schola, e nelle trattazioni svolgono un
attento lavoro di depistaggio in modo che nessuno possa mai avvicinarsi o
conoscere i segreti dei rituali e dei codici.
DOVE AVVENGONO I RECLUTAMENTI E CON QUALI
MODALITA’
Un interesse primario dei dirigenti di questa Schola
Esoterica internazionale, è garantirne la continuità nel tempo, e a tale scopo
molti adepti vengono distribuiti nel mondo con il compito di “reclutare”
soggetti idonei a questa realtà.Gli addetti al “reclutamento” sono nella maggior
parte dei casi docenti universitari, uomini anche di potere nell’universo della
cultura e che godono di fama e di stima.Persone che per esigenze professionali
girano il mondo e sempre presenti sui mass media. Le discipline universitarie
ove si preferisce individuare le “reclute”, sono la Filosofia, la Psicologia, la
Scienza della Comunicazione, la Teologia, la Psichiatria. Tale scelta non è
casuale, in quanto queste discipline per la Schola Esoterica hanno una doppia
importanza: una di merito, per gli insegnamenti connessi, l’altra perché in
tutte queste Facoltà è prevista la somministrazione di test. E’ questo un
aspetto molto inquietante, e per il quale io stessa ho presentato una articolata
relazione al Ministro competente in Italia, ma anche in sede di Commissione
Europea. Infatti, i giovani studenti cui viene somministrato un qualunque test,
pensano che sia normale all’interno del corso di studi prescelto, ma non hanno
alcuna esperienza sulla natura di quel test, non sanno riconoscerne all’interno
gli elementi capaci di modificare e manipolare il proprio pensiero, sono
pertanto ignari di essere sottoposti ad un vero e proprio lavaggio del cervello.
I sintomi sono uguali per tutti. Stato confusionale, demotivazione a quel tipo
di studi, ricorso all’aiuto di un docente. Ed ecco che lo studente è in
trappola, si affida totalmente al “Maestro”, perde gradualmente la coscienza del
sé, e senza accorgersene entra a far parte di realtà che lo fanno sentire
importante, gli conferiscono un ruolo, lo facilitano nel superamento degli
esami, gli spianano, per così dire, la strada verso mete da cui non potrà
tornare indietro. Abbiamo ad esempio una nota organizzazione che prevede lo
scambio di studenti tra un Paese e l’altro, ebbene questa organizzazione fu
ispirata per gli scopi della “Rosa Rossa”.
COME OPERANO GLI ADEPTI DELL’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA
CROCE D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO 
Per capire come operano gli adepti di grado dirigenziale
della Schola Esoterica, è necessario conoscere quali sono i loro obiettivi.
Riflettendo sulle Facoltà universitarie prescelte per i reclutamenti, non è
difficile individuare gli obiettivi più sensibili cui la “Rosa Rossa” intende
direzionare il proprio operato. Infatti, la “Rosa Rossa” essendo anche un Ordine
massonico non può prescindere dal controllo delle aree di potere, quali i
Governi, l’Economia mondiale, la Comunicazione e i Mass media, ma anche la
Medicina, sia quella che “pilotando i virus” regola il mercato delle
multinazionali, sia quella che suggerisce (Psichiatria) metodi di lavaggio dei
cervelli attraverso la Pubblicità di prodotti ben studiati.
Un esempio già trattato da Pamio, sono alcuni dentifrici
con elevata dose di fluoro, sostanza che riduce i riflessi attentivi del
cervello. Il “modus operandi” per le finalità legate al Potere in assoluto,
ricalca in gran parte il sistema piduista: reclutamento, addestramento,
inserimenti nel posto giusto al momento giusto. Requisito fondamentale per tutti
gli adepti, è l’essere ricattabili per una qualunque ragione o esperienza di
vita.Ciò garantisce la Schola da possibili “tradimenti”.Il tradimento nella
“Rosa Rossa” viene considerato al pari di quello che usiamo definire “Alto
Tradimento”, in quanto gli adepti sono militari nell’ambito di una
organizzazione similabile alle “Forze Armate”, nel vero senso del termine.
Per le finalità “terapeutiche”, la “Rosa Rossa”, una
volta iniziato l’adepto, questi viene convocato dai dirigenti del Tempio cui fa
riferimento, e inviato ad esporre le proprie difficoltà psico-fisiche o
problematiche nei rapporti relazionali all’interno del “piccolo gruppo”, cioè la
famiglia, madre, padre, figlio, marito , moglie ecc. A seconda del grado di
patologia, i dirigenti della “Rosa Rossa” propongono la “terapia” che consiste
nel disporre un rito personalizzato, o una serie di riti. Ma per la celebrazione
del rito, occorrono quasi sempre degli “ingredienti” che
deve procurare l’adepto, anche
per dimostrare la propria convinzione a ricorrere a questa sorta di “medicina
alternativa”. Gli “ingredienti” devono necessariamente provenire da un crimine.
Quali possono essere questi ingredienti? Ve ne sono di tre tipi. Il frutto di
una rapina, denaro, gioielli, droga.
Il rapimenti di un bambino. Parti anatomiche asportate da
persone uccise. L’adepto assume pertanto il mandato utile alla propria
“guarigione” o meglio “sospensione del male”. Deve riferire luogo, tempo e
modalità dell’esecuzione del mandato, in modo che un delegato dei dirigenti
della Schola, possa documentare tutto, e imprigionare così ad vitam l’adepto
mediante l’arma del ricatto. Una volta consegnato ai dirigenti della Schola
Esoterica l’ingrediente , all’adepto viene chiesto il versamento della metà del
compenso stabilito per la terapia. L’altra metà sarà versata quando si
dichiarerà “guarito” il poveretto o la poveretta, che in realtà crederà
solamente di essere “guarito”, dopo un lungo rituale di ipnosi che cancellerà la
memoria e la cognizione della malattia stessa Vale a dire che se ad esempio il
soggetto è un uomo impotente, pur restando tale, non vivrà più la malattia come
un problema, perderà la cognizione del problema stesso. Idem se una donna è
sterile, e via dicendo. Quando la problematica ha radici antiche, che si
collocano tra l’infanzia e l’adolescenza, e sono relative al rapporto
madre-figlio o uomo-donna, la terapia richiede quasi sempre un sacrificio umano
con caratteristiche simboliche specifiche per
il problema dell’adepto.
DOVE STA LA CENTRALE DELL’ORDINE DELLA ROSA ROSSA E DELLA CROCE
D’ORO INDIPENDENTE E RETTIFICATO, E QUANTI SONO I DECENTRAMENTI NEL MONDO
La centrale per motivi di
origine legati alla nascita del fondatore di questa Schola Esoterica, Waite, si
trova appunto negli Stati Uniti, con ben ventuno Templi, e la sua prima
succursale è a Londra, con undici Templi in tutta l’Inghilterra. Viene poi la
Francia, con cinque Templi, di cui il più attivo è a Perpignan. Di seguito
l’Italia, con quattro Templi, la Germania con tre Templi, il Brasile con due
Templi, l’Egitto con due Templi, In ogni Tempio vi sono i corsi di formazione
per il potenziamento dei poteri della mente.
COME DIALOGANO GLI ADEPTI
La disciplina di base dei
corsi di formazione è l’ “Ascolto del silenzio”. L’adepto imparerà a riconoscere
le vibrazioni magnetiche che sono nell’aria, e allenerà l’udito a modulare
queste vibrazioni, o onde, codificandone dei suoni che utilizzerà poi come le
note di uno strumento musicale. Questa disciplina è complementare al
potenziamento dei poteri della mente, in quanto una volta “catturato” il
pentagramma è l’impulso del cervello che trasmette al destinatario del
“messaggio” una determinata vibrazione, insomma il destinatario sa che lo stanno
chiamando. A sua volta, secondo la propria specificità professionale, risponderà
in “codice” servendosi degli strumenti a lui congeniali, usuali. Ad esempio se è
un giornalista, utilizzerà i codici che la Schola prevede nell’ambito del
giornalismo relativamente ad alcune testate internazionali.
COME FORMANO I CODICI UTILI PER L’ATTUAZIONE DEL CONTROLLO
MENTALE A DISTANZA E L’ESECUZIOE DI DELITTI O IL CONSEGUIMENTO DI DIFFERENTI
FINALITA’
L’Ordine della Rosa Rossa e
della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato, in conformità con la sua
denominazione, rettifica, cioè modifica i codici continuamente, di volta in
volta, onde non consentire che vengano decriptati facilmente.Naturalmente
dispongono di una serie di codici, tutti differenti tra di loro, e che gli
adepti devono conoscere necessariamente. Il dialogo in codice avviene suo mass
media, nella pubblicità, nei brani musicali, nella narrativa, nella
rappresentazione cinematografica e televisiva, nella collocazione in un
determinato tempo del codice, nelle banconote universali. Pertanto, quando si
decide che è necessario un delitto, una strage, un attentato, su questi
strumenti veicolano i messaggi in codice in modo che tutti gli adepti mettano in
funzione ciascuno i “poteri della mente”Avviene dunque una concentrazione
paurosa di magnetismo che anche da più parti del mondo, direziona le onde verso
l’obiettivo da controllare.E’ anche vero che tale obiettivo umano deve contenere
a sua volte un codice rispondente a ciò che si vuole ottenere.A tal fine, si
contatta la Centrale primaria, ove esiste un “cervellone” che immagazzina
milioni di dati. Si richiamano pertanto dal “cervellone” i dati conformi alla
esigenza del momento. Ad esempio un nome che richiami la giustizia, un numero
simbolico, una data contenente a sua volta un simbolismo legato alla dottrina
della Schola Esoterica, e così via. Il “cervellone” cerca nella propria banca
dati e tira fuori uno o più soggetti realmente esistenti che senza saperlo
contengono il codice perfetto che “giustifica” l’esigenza di un determinato
crimine.
QUALCHE ESEMPIO PRATICO
Questo capitolo, affinchè la
mia trattazione non appaia precostituita con esempi scelti ad hoc, è aperto a
tutti
gli eventuali casi che i lettori
proporranno per una analisi attinente alla mia esposizione. Mi limito solo a
ricordare che sotto il dominio della “Rosa Rossa” rientrano stragi di Stato,
attentati, delitti efferati, Governi dal potere assoluto e non relativo, ma è
anche vero, che in tale globale ambito, è necessario un responsabile
discernimento prima di firmare un qualunque evento “Rosa Rossa”.
GLI STRUMENTI DELLA GIUSTIZIA
In molti Paesi del mondo, gli
operatori della Giustizia sono attenti a un gran numero di eventi,
considerandoli anche sotto questo profilo, nuovo per la scienza della
investigazione, per quanto antico nel tempo.Io stessa, già da molti anni, sono
consultata da apparati preposti alla ricerca della verità, per la decriptazione
di taluni “Messaggi” che compaiono su riviste, periodici, o anche “romanzi” che
non sono romanzi, ma solo veicoli di avvertimenti e ricatti. In tutto questo,
nulla c’entra la “veggenza” o la “sensitività”, questa realtà, è una realtà scientifica, con riscontri oggettivi, e frutto di
“trappole” o infiltrazioni in particolari ambienti. Se gli inquirenti l’hanno
presa in seria considerazione, è perché non è entrata in gioco nemmeno
lontanamente la valutazione della mia credibilità, ma sui loro tavoli sono
finite centinaia di registrazioni, audiovisive, e documenti, di fronte ai quali
, il problema di una testimone più o meno credibile, non si è mai posto. Mi
risulta che siano stati organizzati dai Ministeri preposti, centri operativi
impegnati a comprendere questo nuovo tipo di analisi del crimine, e pertanto
penso che si sia fatto un grande passo avanti. Lo Stato, se vuole, può ancora
esserci.
articolo del 29/05/2009 a cura di Gabriella Pasquali Carlizzi
- http://lagiustainformazione2.it/


IL DIO
OCCULTO DEI TEMPLARI
All’inizio del XIV secolo cominciarono a correre
strane voci sull’Ordine dei cavalieri del Tempio, che, ben presto, divennero
accuse gravissime: apostasia, idolatria, sacrilegio, sodomia, stregoneria e
omicidi rituali. Tra le accuse più gravi mosse ai Templari vi era anche quella
di adorare orribili idoli dopo aver rinnegato Cristo, come attestano alcune
delle dichiarazioni rese al processo. Un templare morente, Il 14 aprile del
1309, ad una commissione, dichiarò: <<Sono stato ricevuto nell’Ordine
quaranta anni fa alla Rochelle dal Fratello de Legione, oggi defunto. Egli mi
disse che bisognava rinnegare Nostro Signore. Non mi ricordo se si servì della
parola Gesù Cristo oppure crocifisso; è tutt’uno, disse lui (sed dixit ipsi
testi quod totum est unum). Io risposi che se anche lo avessi rinnegato sarebbe
stato un atto di bocca e non di cuore; cosa che feci... Il Fratello Legione mi
ordinò di sputare su una piccola croce ed io sputai una volta nella direzione
della croce, e non sopra>> (Jean Marquès-Rivière, Storia delle
dottrine esoteriche, Mediterranee, Roma 1984).
Pur se
con delle varianti il tenore delle deposizioni continua in tal senso. Bisogna
convenire con gli scrivani ecclesiastici del secolo XIV, tra i quali Angerius de
Béziers, che i cavalieri del Tempio erano depositari di un misterioso culto
<<falso ed ingannevole>>? Sembrerebbe ormai assodato che in seno
all’Ordine si celebrassero rituali segretissimi. E’ anche certo "che i
filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del Tempio... Se si dice
influenza materiale, si intende impregnazione spirituale ed anche <<osmosi
mistica>>, in un certo senso" (Ibid.). Sicuramente l’Ordine accolse
elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo orientale. Subì l’influsso delle
confraternite esoteriche musulmane insieme al disegno di un’unificazione del
mondo e di un nuovo ordinamento sociale.
Le
altre gravi accuse, mosse contro l’Ordine, furono quelle di tenere "costumi
deplorevoli" e di adorare i bafometi (teste ed immagini misteriose). Per
quanto concerne questi strani idoli ecco quanto riporta l’accusa lanciata dalla
corte romana:
Art. 46
- In tutte le provincie essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una
sola o anche crani umani.
Art. 47
e sgg. - Nelle loro assemblee e soprattutto nei grandi Capitoli, essi adoravano
l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa testa poteva
salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze, e che faceva fiorire
gli alberi e germinare le piante della terra.
C’è da
sottolineare che vi sono varie testimonianze e confessioni, sull’esistenza degli
idoli. Questo è uno dei maggiori misteri dei Templari. Alcune testimonianze
conservate nei "Documenti inediti della Storia di Francia", dimostrano
che essi adoravano una <<testa barbuta>>. Jean
Marquès-Rivière scrive: "Il fratello Jean Taillefer, della diocesi di
Langres, dichiarò che al tempo della sua ammissione, gli era stato mostrato un
idolo dalla figura umana. Ugo di Bures, fratello borgognone, parla di una testa
contenuta in un armadio della cappella. Questo idolo era a suo parere d’argento,
di rame o d’oro, e raffigurava una testa umana con una lunga barba che egli
riteneva bianca.
"Il
templare Rodolfo di Gisi dichiarò di aver assistito ad un Capitolo generale
tenuto dal fratello di Villers, nella diocesi di Troyes, durante il quale il
fratello Ugo di Besancon appoggiò su un banco una testa d’idolo. A quel punto lo
spavento del neofito fu talmente grande, che egli uscì dal Capitolo senza
attendere l’assoluzione. Lo stesso Rodolfo di Gisi, nuovamente interrogato,
confessò di aver visto una testa simile in sette Capitoli, e, a suo dire,
l’idolo aveva un’aria terribile e demoniaca; ogni volta che appariva la testa,
egli poteva a malapena guardarla, perché lo riempiva di terrore" (Jean
Marquès-Rivière, Amuleti, talismani e pantacoli, Mediterranee, Roma
1972).
Altre
confessioni sconvolgenti provano il culto diabolico praticato dall’Ordine ad una
strana testa e ad un ancor più misterioso idolo. Marquès-Rivière precisa
ancora: "Non bisogna confondere la TESTA dei Templari con la statua intera;
Fratello Giovanni di Turn, tesoriere del Tempio di Parigi, confessò di aver
visto l’immagine di un uomo, che a suo parere poteva essere un santo, su una
tavoletta che gli avevano ordinato di adorare. Arnoldo di Goerte, della diocesi
di Saintes, aveva udito parlare di un idolo contenuto nella casa del Tempio di
Rupelle; la deposizione di Pierre Girald di Marsac è più dettagliata, egli
afferma che il suo iniziatore, il fratello Thibault, estrasse dal suo abito una
piccola immagine di donna e gli disse che tutto si sarebbe volto in bene se
avesse avuto fiducia nell’immagine".
Ai
commissari incaricati di istruire il processo, Guglielmo Pidoye, amministratore
e guardiano dei beni del Tempio, "…mostrò loro un grande idolo d’argento
perfettamente dorato che raffigurava una donna. Il testo afferma (Doc. in., t.
II, pag. 218) che su una stoffa rossa attaccata dietro il busto, un biglietto
consumato recava la dicitura: Caput LVIII (58a testa). Matter, nella sua Storia
dello Gnosticismo, scrive: <<Al rinnegamento seguiva l’adorazione di un
idolo, una testa che variava nella forma e nell’espressione, nel materiale e nel
colore. Ne esistevano svariate copie che i Templari custodivano nei
cofanetti>>. Presto si venne a creare una confusione fra la testa e
l’idolo, e spesso l’una era scambiata con l’altro" (Ibid.).
Va
considerato dopo quanto detto, l’androginia dell’idolo chiamato Baphomet, in
quanto, esso aveva la barba ma anche il seno femminile. Il suo nome è stato
oggetto di diverse interpretazioni. Alcuni lo hanno considerato "una variante
di Maometto (Mahomet, Machomet, Maphomet, Baphomet)" (Massimo Izzi, Il
dizionario illustrato dei mostri, Gremese Editore, Roma 1989). Per altri è
"una abbreviazione di AB PPHibus TEMplum, il Tempio (deriva il suo potere)
dai serpenti" (Ibid.). Tra le numerose scuole e sette di gnostici derivate
da i maestri principali della gnosi Simon Mago, Meandro, Saturnino, Carpocrate,
Basilide, Valentino e Marcione, uno di questi gruppi, gli ofiti, veneravano il
Serpente del Paradiso terrestre. Taluni studiosi, per questo ed altro, affermano
che le dottrine templari procedevano dagli ofiti.
La
soterologia gnostica vede il mondo materiale come una prigione, l’aborto di un
dio inferiore, il regno delle tenebre, quello della Materia-eterna che si
contrappone a quello della Luce, il regno di Dio. Il mondo della materia,
secondo loro, è stato creato dal dio demiurgo (l’artefice) del cosmo che era
"o l’ultimo degli eoni, il più lontano dal Dio-Abisso, o un Demone che aveva
rapito una scintilla della Pienezza divina - il Pleroma - onde animarne la
materia" (Leone Cristiani, Breve storia delle eresie, Paoline, Catania
1957).
Gli
ofiti dei primi secoli cristiani praticavano gli stessi rituali di cui erano
accusati i Templari. Secondo Origene bestemmiavano Gesù Cristo, praticavano la
sodomia e celebravano un culto orgiastico di tipo fallico. L’orientalista Joseph
Hammer affermò anche che: "la leggenda medievale del Santo Graal fosse di
origine gnostica, e che i Templari avessero ripreso direttamente dagli gnostici
certi atti di adorazione a cui si supponeva che la leggenda del Graal avesse
dato origine. (…). Il Graal stesso era per Hammer un vaso gnostico, simbolo
della conoscenza gnostica e senza alcun significato cristiano" (Peter
Partner, I Templari, Einaudi, Torino 1993).
Jean
Marquès-Rivière, nel suo: "Amuleti, talismani e pantacoli", ancora a proposito
del Baphomet, cita Porfirio, che nello Styx, riporta la descrizione di
Bardesane di una statua che "si trovava <<nel paese dei
Brahmani>>; questa statua <<aveva le mani disposte a croce, la
faccia destra era quella di un uomo, la sinistra quella di una donna; il lato
destro aveva attributi maschili, il sinistro femminili. Sul seno destro era
scolpito il sole e sul sinistro la luna; le braccia erano circondate da
angeli...>>".
Maschio
e femmina erano questi idoli. Maurizio Blondet ci informa che "Gershom
Scholem ci ha avvertito che già nella tradizione ebraica maggioritaria
<<Dio ha due ‘configurazioni’ (parsufim), un volto maschile e uno
femminile>>. E ci ha spiegato che, da questa paradossale androginia di Dio
presa alla lettera, i seguaci di Sabbatai Zevi hanno dedotto le loro crude
pratiche orgiastiche, <<manifestamente riprese dal culto della Grande
Madre, che continuò a essere praticato da piccoli gruppi dell’Asia Minore sotto
spoglie islamiche>>" (Maurizio Blondet, Gli <<Adelphi>>
della dissoluzione, Strategie culturali del potere iniziatico, Ediz. Ares,
Milano 1994).
Val la
pena di considerare anche che "Nel processo dei Templari si ebbero due
testimonianze indipendenti e concordanti sull’origine del Baphomet. Questo
sarebbe stato la testa barbuta nata miracolosamente dal coito contro natura di
un nobile signore di Sidone con il cadavere di una fanciulla di cui era
follemente innamorato. De Sede ritiene che questa testa la si possa identificare
con quella celeberrima che si dice essere stata realizzata verso l’anno 1000 da
papa Silvestro II, il dottissimo Gerberto d’Aurillac, testa che era in grado di
rispondere affermativamente o negativamente a qualsiasi domanda" (Massimo
Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, cit.).
L’immagine di un essere barbuto con le corna è
posta sul portale di due chiese, una si trova a Parigi, è la chiesa di
Saint-Méry, l’altra a Provins, è la chiesa di Sainte-Croix. Il "mostro" è
visibile anche su un edificio di Saint-Briss-Le-Vineux, nei pressi di Auxerre,
appartenuto ai Templari. Quali segreti celava il misterioso idolo? Le
supposizioni sono ancora tante ma il mistero rimane, assieme agli altri che
avvolgono l’Ordine. Joseph Hammer nel suo "Mystery of Baphomet Revealed"
identificò il dio bisessuale dei Templari come una divinità androgina,
supponendo che riti sessuali e orge rituali ne caratterizzarono
l’adorazione.
I
cavalieri del Tempio erano molto profondi nella magia e H. Cornelius Agrippa,
nel XVI secolo, disse di loro che erano esperti maghi. E’ se il loro Baphomet
fosse stato un talismano prodigioso che, nella sua androginia, celava l’unione
fra le due grandi polarità del cosmo? Serge Hutin, a tal proposito, racconta la
straordinaria ipotesi di Maurice Magre e cioè che: "i Templari fossero in
possesso di una figura baphometica carica di magico potere, …loro sottratta nel
corso di uno scontro armato tra i cristiani e i mongoli invasori" e per
l’Ordine fu l’inizio della fine.
Giuseppe
Cosco


La squadra e il compasso, simbolo massonico
(si può trovare con o senza la G).
La massoneria è un ordine iniziatico che ha per scopo il
"perfezionamento dell'individuo". Tale definizione viene spesso modificata
sostituendo "uomo" (o
talvolta "umanità") alla parola
"individuo", portando così la finalità della massoneria a una dimensione sociale
e collettiva in genere, anziché puramente individuale.I membri della massoneria (i massoni) sono chiamati anche frammassoni, forma
italianizzata del francese franc-maçon (in inglese
freemason), ovvero "libero muratore".
Il nome deriva dalla pretesa
discendenza della massoneria dall'associazione di operai e muratori che si rifà alla leggenda di Hiram, architetto del Tempio di Salomone. Nella sua veste
operativa, la massoneria sarebbe nata come associazione di mutuo appoggio e perfezionamento
morale tra artigiani muratori, mentre in seguito adottò l'attuale veste
speculativa, trasformandosi in una confraternita di tipo iniziatico caratterizzata
dal segreto rituale, con
un'organizzazione a livello mondiale.I suoi affiliati condividono gli stessi ideali di natura sia morale che metafisica e la comune credenza in un essere
supremo, chiamato "Grande Architetto dell'Universo".[1]
Storia
e Origini

La taverna "l'Oca e la Griglia" di Londra, dove fu
fondata la prima Gran Loggia della massoneria, il 24 giugno 1717

Stampa rappresentante una Scena di
Massoneria, 1878
È difficile ricostruire; in termini storicamente incontrovertibili, la
nascita della massoneria come fenomeno concretamente documentabile e per questo
alcuni studiosi sono arrivati a concludere che le sue vere origini si perdono
nella storia. Le difficoltà nello stabilire una datazione precisa sulla nascita
del fenomeno massonico sono in buona misura una conseguenza della segretezza che
– specialmente nelle epoche passate – avvolgeva "l'Ordine": a sua volta, il
fatto che la massoneria abbia spesso fornito un rifugio per i non ortodossi ed i
loro simpatizzanti durante un'epoca in cui certe attività potevano portare alla
morte può essere all'origine delle tradizioni degli incontri segreti e le
strette di mano.
Inoltre, le origini di tale fenomeno sono per natura leggendarie o mitiche e, nella sua intima concezione, l'iniziazione
muratorìa non differisce dalle iniziazioni delle età più antiche, con le quali
ha in comune il fatto che ne siano state ipotizzate le ascendenze più disparate
e remote. Perciò accanto alla storia reale della massoneria, cioè quella
ricostruibile attraverso gli usuali strumenti della ricerca storica, ne sussiste o acquista rilevanza
un'altra, anch'essa storia ma in senso molto peculiare, o più propriamente
metastoria, che prescinde dal dato documentario perché si colloca in un
orizzonte diverso, nel quale i nomi, le date e gli avvenimenti s'inseriscono
nella dimensione sacrale del simbolo e acquistano un altro significato rispetto
a quello profano. Le due "storie" non si escludono reciprocamente, ma anzi
confluiscono entrambe in una nozione di tradizione leggibile e decifrabile
secondo due ottiche diverse, governate da scritture e da cifre non omogenee.
Le radici della massoneria vengono fatte risalire tradizionalmente – da parte
dei suoi membri – alla costruzione del Tempio di Salomone (il Tempio Interiore o
Tempio Eterico) ed alla leggenda di Hiram Abif. Secondo la Bibbia (2 libro delle Cronache, 2Cr 2,12-13), Hiram era
un fonditore, "figlio di una vedova della tribù di Neftali", "dotato di abilità,
d'intelligenza e di perizia nell'eseguire qualsiasi lavoro in bronzo", e sapeva
"eseguire qualunque intaglio e creare qualunque opera d'arte". Egli venne
inviato dal re di Tiro a Salomone per aiutarlo nella costruzione del tempio.
Hiram costruì due colonne di bronzo da
collocare davanti al vestibolo: "innalzò la colonna di destra cui diede il nome
Joakim e innalzò quella di sinistra che chiamò Boaz", costruì il "mare di
bronzo" con le dodici basi in forma di altrettanti buoi, dieci conche di bronzo
su altrettante basi quadrangolari, i vasi per la cenere, le palette e le coppe.
Nella leggenda massonica, il geniale artigiano diviene invece l'architetto del
tempio, preposto alla direzione di tutti i lavori e di tutti gli operai.Il racconto ha una sua chiave d'interpretazione iniziatica e rinvia ai
concetti di perfezione, meta della ricerca iniziatica, e di "Grande Opera"
(l'opera del Grande Architetto costruttore del mondo), attraverso la cui
comprensione avviene l'ingresso del sacro nel profano. La massoneria simbolica
(o dei primi tre gradi) si fonda su questa visione iniziatica e perciò avrebbe
esclusivamente a che fare con un cammino spirituale.Alla massoneria sono state inoltre attribuite diverse origini suggestive e
mai dimostrate,[2][3][4]
come quella di essere una discendenza diretta dei Poveri cavalieri di Cristo e
del Tempio di Salomone in Gerusalemme (più noti come cavalieri
templari) oppure un ramo delle antiche scuole
del segreto, o dei Collegia
fabrorum romani, o una conseguenza istituzionale delle corporazioni
medievali di muratori, per il
tramite di maestranze bizantine o italiche (tra queste, i cosiddetti
Magistri cumacini) operanti nell'Alto Medioevo.
In questo contesto si colloca anche il fenomeno dell'accettazione, ossia
dell'ammissione nella corporazione di elementi estranei all'arte della
costruzione, soprattutto sacerdoti e scrivani, ma anche medici, in quanto utili
alla comunità degli associati per l'espletamento di indispensabili funzioni;
dall'ammissione di massoni "accettati" potrebbe essere derivato l'ingresso nel
simbolismo muratorio di tematiche non direttamente legate al mestiere, ma
appartenenti alla cultura ermetico-alchemica e cabalistica dilagata nell'Europa occidentale tra il XV secolo e il XVII secolo. All'inizio del XVIII secolo, almeno nel sud
dell'Inghilterra, all'interno
delle logge gli elementi accettati
(massoni speculativi o "di teoria") prevalevano ormai largamente su quelli
operativi, assecondando una tendenziale crisi generale dell'ordinamento
corporativo, poiché le originarie ragion d'essere delle confraternite di
mestiere (compresa quella dei liberi muratori) venivano gradualmente meno.Ha una qualche diffusione, specialmente tra i massoni che praticano il Rito di York, la tesi secondo
cui la massoneria sarebbe esistita sin dal tempo di Re
Athelstan di Inghilterra, nel X
secolo, il quale si sarebbe convertito al Cristianesimo a York ed avrebbe pubblicato la prima Lettera alle Logge
Massoniche del posto; una teoria priva di sostegni storici (la dinastia era
cristiana già da secoli).
Qualche critico e membro della Chiesa di
Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (la principale confessione
religiosa del mormonismo) nota
somiglianze tra le sacre Dotazioni
eseguite nei templi dei Santi degli Ultimi Giorni (chiesa appartenente al
mormonismo) ed alcuni rituali massonici e basa questa somiglianza sul fatto che
i rituali massonici discenderebbero direttamente dai rituali dati da Dio al Tempio di
Salomone e pertanto conterrebbero ancora molte delle verità originali.Una fonte storica assistita da maggior documentazione (ma comunque
storicamente non comprovata) asserisce l'antichità della massoneria basandosi
sul Regius Manuscript o Poema Regius (detto anche Halliwell
Manuscript, dal nome di chi lo scoprì nel 1840), databile al 1390, che fa riferimento a molte frasi e concetti simili a
quelli che si ritrovano nella massoneria. Tale manoscritto consta di 794 versi
in rima baciata e in inglese
medioevale. Secondo tale narrazione leggendaria, la massoneria è geometria, arte
o scienza d'eccellenza applicata alla muratorìa; primo maestro ne fu Euclide e patria d'origine l'Egitto, da cui giunse in Inghilterra al
tempo del re Atelstano, che le diede le prime costituzioni.
Un documento manoscritto risalente al 1535, noto come Carta di Colonia,
testimonierebbe per la prima volta "l'accettazione" nelle gilde massoniche di
membri che non partecipavano materialmente alla costruzione di edifici e di
opere architettoniche. Nel documento venivano considerati "muratori accettati" i
medici, che si occupavano della salute degli operai, il cappellano e tutti i
notabili del luogo in cui doveva sorgere l'edificio che possedevano le qualità
fisiche e morali richieste dagli statuti della corporazione e che avrebbero
avuto la capacità di introdurre nella muratoria le nuove teorie scientifiche e
filosofiche che avrebbero permesso la crescita di tutti i componenti della
loggia.Questo documento proverebbe l'esistenza, già da uno o due secoli, di una o
più società segrete clandestine operanti negli Stati europei. L'originale era
custodito negli archivi della madre-loggia d'Amsterdam, che conservava anche
l'atto della sua propria costituzione, in data del 1519. Tuttavia diversi
studiosi ritengono che si trattasse di un apocrifo.La maggior parte degli storici non massoni sostiene che la massoneria sia
nata soltanto nel tardo XVII
secolo e che non abbia alcun collegamento con organizzazioni più antiche;
avendo essenzialmente fini speculativi, la massoneria non è, secondo questi
storici, una conseguenza diretta delle corporazioni medievali dei muratori, i quali, tra
l'altro, vivevano tutti vicino al loro posto di lavoro e quindi non avevano
bisogno di segni segreti per riconoscersi tra loro.
Fondazione
della Gran Loggia di Londra

Il quartier generale della Gran
Loggia Unita d'Inghilterra
La fondazione della Gran
Loggia di Londra, successivamente
denominata Gran
Loggia d'Inghilterra, segnò formalmente o convenzionalmente l'atto di
trapasso dall'antica massoneria di mestiere o operativa a quella moderna o
speculativa. Il 24 giugno 1717, nella Taverna dell'Oca e della Graticola,
quattro logge londinesi, The Goose
and Gridiron, The Crown, The Apple Tree e The Rummer and
Grapes, così chiamate dai locali presso i quali ciascuna si riuniva,
decisero di darsi una nuova organizzazione centralizzata, cui dettero il nome di
Gran Loggia di Londra, ed elessero come capo, con il titolo di gran maestro, il
gentiluomo Anthony
Sayer. Nelle quattro logge fondatrici della neocostituita Gran Loggia era
netta la prevalenza di speculativi, estranei all'arte della costruzione:
gentiluomini, borghesi, intellettuali, tra i quali un ruolo preminente
rivestivano il pastore anglicano Jean-Théophile
Désaguliers (1683-1744), membro della Royal Society, brillante volgarizzatore delle teorie newtoniane e letterato
ben introdotto nell'alta società londinese, e il pastore presbiteriano James
Anderson (1684-1739); a quest'ultimo si devono le Costituzioni adottate
il 14 gennaio 1723.
Le costituzioni di
Anderson

The Constitutions of the Free-Masons,
1723
Significativo è il Titolo I, concernente "Dio e la religione"
| |
« Un Massone è tenuto,
per la sua condizione a obbedire alla legge morale; e se egli intende rettamente
l'Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei
tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese a essere della
religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi si reputa più
conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini
convengono, lasciando a essi le loro particolari opinioni; ossia, essere uomini
buoni e leali o uomini di onore e di onestà, quali che siano le denominazioni o
confessioni che servono a distinguerli; per cui la Massoneria diviene il Centro
di Unione e il mezzo per annodare una sincera amicizia tra persone che sarebbero
rimaste in perpetuo estranee. » |
| |
|
In un Paese come l'Inghilterra, per quasi due secoli sconvolto da
rivolgimenti politici, sociali e dinastici all'insegna delle divisioni
religiose, l'autodefinizione della massoneria quale "centro d'unione" tra gli
uomini, sulla sola base delle loro qualità morali e di una religiosità non
precisamente qualificata, costituiva un netto salto in avanti, semi-utopistico e
rivoluzionario.
Di notevole rilievo anche il Titolo II, che tratta "Del magistrato civile
supremo e subordinato":
| |
« Un Muratore è un
pacifico suddito dei Poteri Civili, ovunque egli risieda o lavori e non deve
essere mai coinvolto in complotti e cospirazioni contro la pace e il benessere
della Nazione, né condursi indebitamente verso i Magistrati inferiori; poiché la
Muratorìa è stata sempre danneggiata da guerre, massacri e disordini, così gli
antichi Re e Principi sono stati assai disposti a incoraggiare gli uomini
dell'Arte, a causa della loro tranquillità e lealtà; per cui essi praticamente
risposero ai cavilli dei loro avversari e promossero l'onore della loro
fraternità, che sempre fiorì nei tempi di pace. Cosicché se un Fratello
divenisse un ribelle contro lo Stato, egli non deve essere favoreggiato nella
sua ribellione ma piuttosto compianto come uomo infelice; e, se non convinto di
altro delitto, sebbene la leale Fratellanza possa e debba sconfessare la sua
ribellione e non dare ombra o base per la gelosia politica del governo in
essere, egli non può venire espulso dalla Loggia e il suo vincolo rimane
irrevocabile. » |
| |
|
Con tali parole si sanciva il principio dell'apoliticità dell'Ordine nel suo
complesso e delle singole logge, che devono vivere nel rispetto delle leggi e
delle autorità dello Stato. Al singolo massone è consentito di nutrire
convincimenti politici e di tradurli in azione, ma soltanto a titolo personale e
sempre che non coinvolga in alcun modo la massoneria, la quale, peraltro, è
tenuta a sconfessarne l'operato quando egli si atteggi a ribelle contro i poteri
costituiti, pur senza arrivare ad espellerlo dalla fratellanza.
Altri principi fondamentali sono dettati dal Titolo III, "Delle Logge":
| |
« Le persone ammesse
come membri di una Loggia devono essere uomini buoni e sinceri, nati liberi e di
età matura e discreta, non schiavi, non donne, non uomini immorali o scandalosi,
ma di buona reputazione » |
| |
|
e dal Titolo IV, "Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni e Apprendisti":
| |
« Tutte le preferenze
fra i Muratori sono fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale:
che così i committenti siano serviti bene, che i Fratelli non debbano
vergognarsi né che l'Arte Reale venga disprezzata: perciò nessun Maestro o
Sorvegliante sia scelto per anzianità ma per il suo merito. » |
|
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Scisma inglese del 1753 e sua ricomposizione
In un periodo compreso tra il 1730 e il
1738, la Gran Loggia inglese, onde impedire
la partecipazione ai lavori di loggia a chi non fosse stato debitamente iniziato
ed affiliato, compie diverse innovazioni in alcuni importanti elementi rituali.
Tali innovazioni determinarono una scissione ad opera dei cosiddetti "Antichi"
(Antients), massoni tradizionalisti. Il 5 febbraio 1752,
nove logge dissidenti, prevalentemente costituite da massoni irlandesi, dettero vita ad un'altra Gran Loggia, che
dal 5 dicembre 1753 prese la denominazione di Gran Loggia dei Liberi e
Accettati Muratori secondo le Antiche Istituzioni, da cui il nome di
Antients o Ancients, mentre la Gran Loggia del 1717 venne dai
dissidenti spregiativamente chiamata dei cosiddetti "Moderni" (Moderns).
Le tensioni fra i due gruppi erano talvolta molto forti. Benjamin Franklin,
un "moderno" e un deista, non venne
riconosciuto al momento della sua morte come un membro della sua loggia, che nel
frattempo era diventata "antica" e giunse persino a rifiutargli il funerale
massonico.[5]Lo scisma fu sanato solo il 27 dicembre 1813, quando si pervenne alla fusione delle Grandi Logge
dei Moderns e degli Ancients e alla nascita di un'unica Gran Loggia, sotto la
denominazione completa di Gran Loggia Unita degli Antichi Liberi Muratori
d'Inghilterra.
La riunificazione fu possibile grazie a un compromesso
accuratamente formulato che sancì la non-cristianità della massoneria inglese,
riportò i modi di riconoscimento alle forme precedenti al 1753, mantenne
l'esistenza di soli tre gradi nella massoneria "propria", ma con voluta
ambiguità permise ai "moderni" di pensare al grado detto Antient Royal
Arch come ad un grado superiore facoltativo, mentre gli "antichi" potevano
vederlo come il compimento del terzo grado. Tutto ciò venne condensato nelle
nuove Costituzioni della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, che furono approvate
nel 1815.
Poiché durante lo scisma entrambe le correnti ebbero filiazioni in tutto il
mondo, e poiché molte di queste logge esistono tuttora, c'è un notevole grado di
variabilità nei rituali oggi in uso, anche tra giurisdizioni riconosciute dalla
Gran Loggia Unita. La maggior parte delle logge conducono i loro lavori in
osservanza di un singolo rito scelto in precedenza, come per esempio il Rito di York, molto diffuso
negli Stati Uniti o il Rito Canadese (che è, in un certo senso, una commistione
fra riti usati da "Antichi" e "Moderni").
Diffusione
oltre i confini inglesi

La lotta tra Ancients e Moderns non impedì una costante diffusione della
massoneria in Europa e negli Stati
Uniti, secondo le linee di espansione dell'impero britannico, dei suoi
commerci marittimi e delle colonizzazioni. Di questa propagazione,
concretizzatasi nella fondazione di logge successivamente regolarizzate mediante
la concessione di "patenti" dall'una o dall'altra Gran Loggia inglese – oppure
dalle Grandi Logge di Scozia e di Irlanda – strumento molto efficace furono le
logge militari, costituite all'interno delle unità dell'esercito britannico e
frequentemente trasferite da una parte all'altra dell'impero.
Lo sviluppo della nuova massoneria fuori delle Isole britanniche fu
rapidissimo. Nel 1728 furono fondate una
loggia a Madrid ed una a Gibilterra; nel 1731 la Gran Loggia di Londra nominò un gran maestro
provinciale per la Russia, e sempre nel
1731 una loggia inglese fu fondata a Firenze. Nel 1733 a Boston nacque la prima Gran Loggia
provinciale statunitense, mentre nel 1734 i
liberi muratori olandesi elessero un
gran maestro per le Province Unite. Nel 1735
sorsero logge a Lisbona, Roma, Milano, Verona, Padova, Vicenza, Venezia, Napoli, Stoccolma. Nel 1736 fu fondata la loggia di Genova, e nel 1737
nacque una loggia ad Amburgo.
Scisma
franco-inglese del 1877
Il secondo grande scisma nella storia della massoneria, dopo quello inglese
del 1752, avvenne negli anni successivi al 1877, quando il Grande Oriente di Francia abolì ogni restrizione all'ammissione di atei. Nonostante la discussione
sull'ateismo sia verosimilmente il maggior fattore della frattura con il Grande
Oriente di Francia, gli inglesi menzionano anche il riconoscimento da parte dei
francesi della massoneria femminile e delle co-massonerie, come anche la
tendenza dei massoni francesi a discutere volentieri di religione e politica
nella loggia. Anche se i francesi scoraggiano queste discussioni non le
bandiscono altrettanto drasticamente quanto gli inglesi.[6] Lo scisma tra i due rami è stato
occasionalmente superato, specialmente durante la prima guerra
mondiale, quando massoni statunitensi richiesero di poter visitare logge
francesi.[6]Per quanto riguarda i requisiti religiosi, la più antica costituzione
massonica (quella di Anderson, 1723) dice
solo che un massone "non dovrà mai essere uno stupido ateo né un libertino senza
religione" se "comprende l'Arte correttamente".
La sola religione richiesta era
"quella religione in cui tutti gli Uomini concorrono, tenendo per sé le loro
particolari Convinzioni".[7] I massoni non si trovano d'accordo nel
definire "stupido" o "senza religione" degli aggettivi necessari o accidentali
per "ateo" e "libertino". È possibile che l'ambiguità sia intenzionale. Nel 1815, l'appena riunificata Gran Loggia Unita
d'Inghilterra (UGLE) cambiò le Costituzioni di Anderson in senso più ortodosso:
«qualunque sia la religione o il modo di praticarla, nessuno sarà escluso
dall'Ordine, purché creda nel glorioso Architetto del cielo e della terra, e
pratichi i sacri doveri della moralità».
Gli inglesi mettono in pratica questo
articolo col richiedere al candidato la fede in un Essere Supremo e nella sua
volontà rivelata; nonostante ciò possa ancora essere interpretato in modo
non-deista, ciò rese più difficile per credenti non ortodossi l'ingresso nella
massoneria.Nel 1849, il Grande Oriente di Francia
seguì l'esempio inglese adottando il "requisito dell'Essere Supremo", ma nei
paesi latini si registrava già una pressione crescente per ammettere apertamente
gli atei. Ci fu un tentativo di compromesso nel 1875 (Congresso dei Supremi consigli federali, al convento
di Losanna) con l'uso dell'espressione
"Principio Creatore" (che suonava meno deista che non "Essere Supremo") ma alla
fine ciò non era abbastanza per il Grande Oriente di Francia, e nel 1877 essi tornarono ad abolire il requisito di
religiosità per l'ingresso, adottando l'originale documento di Anderson del 1723 quale Costituzione ufficiale. Venne
inoltre creato un rituale modificato che non faceva alcun riferimento diretto al
GADU (sebbene, come simbolo, rimanesse probabilmente ancora in uso). Questo
nuovo rito non rimpiazzava i vecchi, ma era proposto come alternativa (le
giurisdizioni europee in generale non tendono a ridursi all'uso di un solo rito,
come la maggioranza delle giurisdizioni nordamericane, ma offrono un
assortimento di riti tra cui le logge possano scegliere).
Massoneria di Prince
Hall

Tomba di Prince
Hall nel cimitero di Copp's Hill, a Boston
Nel 1775, un afroamericano di nome Prince
Hall fu iniziato in una loggia militare di costituzione irlandese assieme a
quattordici altri afroamericani, tutti liberi dalla schiavitù fin dalla nascita.
Quando la loggia militare lasciò l'area, agli afroamericani fu concessa
l'autorità di incontrarsi come loggia, eseguire processioni nel giorno di San
Giovanni e celebrare funerali massonici, ma non quella di conferire gradi o fare
altro lavoro massonico. Questi chiesero, e ottennero, un Warrant for
Charter dalla Gran Loggia d'Inghilterra nel 1784 e formarono una Loggia Africana numero 459. Benché
venga rilevata dai registri come tutte le altre Gran Logge statunitensi dopo la
fusione della Gran Loggia "Premier" e la Gran Loggia "Ancient" nel 1813, quando essi formarono la Gran Loggia Unita
d'Inghilterra la loggia si ridenominò come la loggia africana numero 1 (da non
confondere con le varie Gran Logge africane) e si separò dalla massoneria riconosciuta
dall'UGLE. Questo portò alla tradizione di separare le giurisdizioni
prevalentemente afroamericane in Nord America, note collettivamente come
Massoneria di Prince Hall.Razzismo e segregazione diffusi in Nord America resero impossibile per gli
afroamericani unirsi a molte cosiddette logge "principali", e molte Gran Logge
in Nord America rifiutarono di riconoscere come legittime la Loggia Prince Hall
e i massoni di Prince Hall nelle proprie giurisdizioni. Attualmente, la
Massoneria di Prince Hall è riconosciuta da alcune Gran Logge a loro volta
riconosciute dall'UGLE, e non da altre, e sembra poter raggiungere la piena
agnizione.[8]
La pretesa autorità internazionale della massoneria
inglese
Istituzione quasi ufficiale, dotata di grande prestigio e fortemente
selettiva nella scelta dei propri membri, la massoneria inglese è divenuta una
componente stabile della società britannica e della sua classe dirigente,
atteggiandosi a potenza massonica "madre del mondo" e depositaria della
tradizione.La massoneria inglese afferma esplicitamente a partire dal XIX secolo di avere tra i suoi
protettori la monarchia del Regno Unito[9], alla quale riporta anche con i legami di
parentela fra i suoi vertici e i Windsor.L'idea di una massoneria inglese come "madre del mondo", per quanto diffusa
sia in ambienti massonici che storici, è quantomeno controversa. Con lo scisma
inglese del XVIII secolo fra Antichi e Moderni, infatti, la Gran Loggia di
Londra smise di fatto di esistere. L'obbedienza che fu fondata nel 1815 era
un'obbedienza diversa, sia dal punto di vista filologico che dal punto di vista
rituale. Nacque allora, assieme alla odierna Gran Loggia Unita d'Inghilterra, il
Gran Capitolo dell'Arco Reale; spesso confuso con i riti è in realtà una sorta
di grado complementare, propedeutico al grado di Maestro Libero Muratore.
La
nascita dell'Arco Reale e la sua particolare collocazione nell'alveo del rituale
Inglese (detto comunemente Emulation Ritual), rappresenta la soluzione di
compromesso fra le Grandi Logge degli Antichi e dei Moderni, che con tale
modifica fondarono un' obbedienza diversa e terza rispetto alla Gran Loggia di
Londra o Loggia Madre del Mondo.La massoneria inglese, peraltro, non ha alcun tipo di autorità reale sulle
altre giurisdizioni massoniche, la cui regolarità, ancorché non riconosciuta
dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, può essere peraltro legittima nel
giudizio di altre Grandi Logge. Ad esempio, il Grande
Oriente d'Italia è regolare (rispetta tutti i requisiti richiesti) e
riconosciuta da quasi tutte le Grandi Logge e Grandi Orienti del mondo, ma non
da quella inglese che, tra gli attuali Ordini massonici italiani, riconosce, fin
dalla sua fondazione, la Gran Loggia Regolare
d'Italia.Il riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra,
storicamente, è sempre stato molto ambìto peraltro dalle altre massonerie e, a
partire dalla seconda metà del XIX
secolo, sono avvenuti interventi ufficiali di scomunica o di disconoscimento, quale strumento di
una politica estera sempre più attiva. Il 4 settembre 1929, la Gran Loggia Unita d'Inghilterra ritenne venuto il
momento di approvare e pubblicare una dichiarazione unilaterale dei principi
fondamentali, ai quali d'allora in avanti avrebbe informato e subordinato il
riconoscimento di altre Grandi Logge.[10]
La massoneria oggi
Nell'Europa continentale e in Sud America
il numero di massoni è generalmente in ascesa; al contrario, in alcuni distretti
degli Stati Uniti, della Gran Bretagna ed altre
giurisdizioni britanniche sta perdendo membri più velocemente di quanto riesca
ad attrarre nuovi iniziati. Negli Stati Uniti l'età media dei membri è intorno
ai 45 anni.Molte Gran Logge negli Stati Uniti hanno provato una varietà di misure,
spesso controverse, per ovviare al calo di nuovi membri, incluse cerimonie dei
tre gradi della durata di un solo giorno per vasti gruppi di candidati (in
opposizione alle assegnazioni individuali dei gradi che richiedono mesi o anni
per essere completate), pubblicità sui cartelloni ed addirittura reclutamento
attivo di nuovi candidati da parte dei membri (in opposizione alla tradizione di
considerare solo coloro i quali richiedono l'associazione da sé). Alcuni massoni
obiettano che le tradizioni ed i principi della massoneria siano di fatto rese
meno severe da queste innovazioni, osservando che la Fratellanza è sopravvissuta
a secoli di cambiamenti sociali senza cambiare se stessa; altri citano un
bisogno della massoneria di modernizzarsi e rendersi più adatta alle nuove
generazioni. La massoneria statunitense si confronta anche con un problema di
immagine, poiché alcuni la percepiscono come razzista. Ciò è dovuto in parte al fatto che, solo tre
Gran Logge negli Stati Confederati d'America, oggi
riconoscono le loro controparti della massoneria Prince Hall, la massoneria di
colore statunitense (mentre tutte le Gran Logge degli stati settentrionali,
inclusi Alaska ed Hawaii, riconoscono la Massoneria Prince Hall).[11]
Raimondo di Sangro Costantino Nigra Francesco Crispi Giuseppe Garibaldi Giuseppe Mazzini Giuseppe Zanardelli

Ettore Ferrari Giovanni Amendola
La massoneria in
Italia
Il panorama massonico italiano è piuttosto frammentato.
L'istituzione con il maggiore numero di aderenti è il Grande
Oriente d'Italia (cosiddetto "di Palazzo Giustiniani", dalla sua sede
storica), che accetta solo uomini. Poi abbiamo la Gran Loggia d'Italia (detta
anche di Piazza del
Gesù, dalla sua sede storica, o di Palazzo
Vitelleschi dalla sua sede attuale), che è un'obbedienza mista, in quanto
accetta donne e uomini. Segue la solo maschile Gran Loggia Regolare d'Italia,
riconosciuta dalla Gran
Loggia d'Inghilterra.La Federazione
italiana dell'Ordine Massonico Misto "Le Droit Humain" è la costola italiana
del "Droit Humain",
la più antica delle Obbedienze miste, nata in Francia, mentre la Gran
Loggia Federale d'Italia costituisce una federazione tra Logge, formula
innovativa sul panorama nazionale ma diffusamente applicata all’estero. Da
menzionare tra le obbedienze miste anche il Supremo
Consiglio d'Italia e San Marino, e tra quelle solo femminili la Gran Loggia
Massonica Femminile d'Italia. Vi sono poi decine e decine di altre obbedienze
numericamente minori, spesso derivanti da scissioni delle maggiori.Tra i personaggi italiani degni di nota che ebbero ruoli importanti nella
massoneria, tra gli altri, Giuseppe Garibaldi[12], Giuseppe
Zanardelli, Ernesto
Nathan, Ettore
Ferrari e Paolo
Ungari.
Origini della
Massoneria in Italia
La prima loggia fu fondata a Firenze nel 1731.
Intorno al nucleo iniziale, costituito da inglesi, si aggiunsero gradualmente
numerosi nobili ed intellettuali fiorentini. Su questa loggia si esercitarono
gli effetti persecutori della bolla pontificia In eminenti, pubblicata il
28 aprile 1738, che inaugurava una lunga serie di scomuniche e di
condanne. Della prima Loggia in Italia, detta degli "Inglesi", fecero parte gli
italiani Antonio
Cocchi e Tommaso
Crudeli; quest'ultimo fu per questo incarcerato, torturato dal Sant'Uffizio di Firenze, morì per i postumi del carcere a
Poppi nel 1745 e per questo è considerato
il primo martire della massoneria universale [13].
Sempre nel granducato di Toscana, a Livorno, nacquero addirittura quattro logge: due negli
anni 1763 e 1765 (ottennero una patente di fondazione dalla Gran
Loggia d'Inghilterra degli Antients) ed altre due nel 1771 (con patente rilasciata dalla Gran Loggia
d'Inghilterra dei Moderns).Il fenomeno massonico arrivò poi a Roma,
con alterne vicende: nel 1735 alcuni
gentiluomini inglesi diedero vita ad una loggia giacobita, rimasta attiva fino al 1737, quando si dovette sciogliere per ordine del governo
pontificio. Ma, rispettivamente nel 1776 e
nel 1787, vi vennero fondate due logge,
entrambe di rito scozzese. Il 27
maggio 1789 il conte di Cagliostro tentò di organizzare una loggia
basata sul proprio "sistema egiziano", ma venne arrestato e processato dal Sant'Uffizio che,
nell'aprile 1791, lo condannò a morte come
"eretico formale, mago e libero muratore", pena commutata poi nel carcere perpetuo.
Nel 1749 a Chambery (Savoia, parte integrante del Regno di Sardegna)
fu fondata una loggia sulla base di una patente di gran maestro provinciale per
la Savoia ed il Piemonte rilasciata
dalla Gran Loggia di Londra nel 1739 al
marchese François Noyel de Bellegarde; nel 1752, la stessa loggia assunse il nome di Gran Loggia
Madre, con facoltà di creare altre logge in tutti i territori del regno di
Sardegna e, di fatto, nel 1765 ne vennero
create tre, tra cui una a Torino.
Quest'ultima assunse una tale importanza da far ottenere nel 1773 il conferimento al conte di Bernezzo del titolo di
gran maestro provinciale per il Piemonte, con la conseguente completa autonomia
dalla Gran Loggia Madre di Chambery. In Piemonte una loggia era presente anche a
Novi Ligure.
Nel 1746 fu fondata una loggia a Venezia, alla quale sono da ricollegare
le figure di Giacomo
Casanova, di Carlo
Goldoni e di Francesco Griselini, che rimase in attività
fino al 1755, quando l'intervento degli Inquisitori di Stato portò
all'arresto del Casanova e ne determinò la chiusura. Ma una nuova loggia sorse
nel 1772, con patente della Gran Loggia
d'Inghilterra, per iniziativa del segretario del Senato, Pietro Gratarol, e
rimase attiva fino al 1777, mentre nasceva un'altra loggia a Venezia, una a Vicenza ed un'altra a Padova.Nel 1756 fu fondata una loggia a Milano, subito scoperta dalle autorità
austriache; il fatto determinò un editto
(6 maggio 1757) con il quale il governatore, Francesco duca di
Modena, vietava le riunioni massoniche in tutto il territorio dello Stato
Lombardo. Ma la loggia continuò ad esistere e nel 1783 aderì alla Gran Loggia di Vienna. L'anno successivo il conte Wilczeck, ministro
plenipotenziario imperiale a Milano, assunse la carica di gran maestro
provinciale per la Lombardia austriaca. Nel 1776 sorse una loggia anche a Cremona.
In Liguria tra il 1745 e il 1749
risultano una loggia a Bordighera e almeno due a Genova, da collegare alla presenza delle truppe francesi
in difesa della Repubblica. Verso la fine del secolo nacquero altre due logge
nel capoluogo, una (1780) aderente al Regime
Scozzese Rettificato e un'altra (1782) che
ottenne una patente dalla Gran Loggia d'Inghilterra con il titolo di Old
British and Ligurian Lodge.La prima loggia di Napoli, formata da
alti ufficiali e nobili, fu fondata nel 1749
su iniziativa di un mercante di seta francese, che successivamente costituì
un'altra loggia di più modesta fisionomia sociale.
Dopo la pubblicazione,
avvenuta il 28 maggio 1751, della Bolla Providas Romanorum
Pontificum emanata da papa Benedetto XIV per ribadire la condanna
pontificia del 1738, Carlo VII di
Borbone (che divenne poi il re Carlo III di Spagna) promulgò un editto (10 luglio 1751) che proibiva la Libera Muratorìa nel Regno di Napoli,
tuttavia il provvedimento non stroncò la Massoneria: una risorta loggia locale
ottenne una patente dalla Gran Loggia Nazionale di Olanda (10 marzo 1764) che
la promuoveva al rango di Gran Loggia Provinciale per il Regno di Napoli, mentre
una seconda loggia, con patente della Gran Loggia d'Inghilterra (Moderns), il 7 marzo 1769 fu parimenti investita del rango di Gran Loggia
Provinciale. Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero (