Civiltà antiche e misteriose,Clipeologia,Paleoastronautica

Deformazioni Craniche: antichi culti per antiche razze?

La fine del Pleistocene e il Diluvio biblico:quali connessioni?

Culti Cargo e Clipeologia.

Gli Annunaki sono I nostri antichi creatori?

  

Gli Annunaki sono I nostri antichi creatori?

                      (La dea Ninhursag alle prese con i suoi esperimenti genetici sugli uomini)

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di Nibiru, il pianeta dall’orbita ellittica che ogni 3600 anni attraverserebbe il nostro sistema solare e si avvicinerebbe alla Terra, e il cui ritorno sarebbe previsto, secondo alcuni, intorno al 2012.Secondo molti studiosi, tra cui il sumerologo Zacharia Sitchin che si basa sulla traduzione delle  tavolette sumere, la storia della specie umana sarebbe legata proprio a Nibiru e ai suoi abitanti, gli Anunnaki, letteralmente “coloro che scesero sulla Terra”.  

La storia degli Anunnaki

I numerosi testi della mitologia sumera narrano che 450000 anni fa su Nibiru la vita andava lentamente estinguendosi a causa dell’erosione dell’atmosfera del pianeta. Deposto da Anu, il sovrano Alalu fuggì a bordo di una navicella spaziale e trovò rifugio sulla Terra. Sul nostro pianeta scoprì che c’era abbondanza di oro, elemento che si poteva utilizzare per proteggere l’atmosfera di Nibiru. Per questo motivo, a un successivo passaggio di Nibiru in prossimità della Terra, scese sul nostro pianeta una squadra di Anunnaki, (letteralmente: "Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra), guidati da Enki, figlio di Anu, che fondò la città di Eridu, nel sud della Mesopotamia, per estrarre l’oro dalle acque del Golfo Persico.Successivamente arrivarono sulla Terra anche Anu e l’atro figlio Enlil, che conquistò il comando della missione Terra e che relegò Enki nelle miniere dell’Africa meridionale.L’oro, dopo essere stato estratto e raffinato, veniva inviato agli Igigi, trecento Anunnaki che si trovavano in un avamposto su Marte, stazione di passaggio intermedia tra Nibiru e la Terra.

L’origine della specie umana

Dopo qualche decina di migliaia di anni di sfruttamento, i minatori anunnaki si ribellarono. Fu così che i responsabili della missione terrestre trovarono una soluzione alternativa e, grazie alle loro avanzate conoscenze scientifiche, 300.000 anni fa effettuarono un esperimento. Al fine di creare una razza di lavoratori, Enki permise alla moglie Ninhursag (chiamata significativamente la "Dea Madre" o anche "Signora che dà la vita") di manipolare geneticamente la specie terrestre che sembrava più vicina agli Anunnaki innestandovi il proprio DNA: fu scelto un ominide, l’Homo Erectus,. Fu così che, dopo innumerevoli tentativi in cui si cercò di mescolare il DNA anunnako con quello umano ottenendo ibridi raccapriccianti, si arrivò finalmente a generare una specie di schiavi sufficientemente intelligenti e controllabili e abbastanza forti per lavorare nelle miniere. La specie umana aveva appena compiuto l’importante salto evolutivo da Homo Erectus a Homo Sapiens!Tuttavia, l'uomo creato in serie dagli Anunnaki, come tutti gli ibridi, non era in grado di procreare. Ci pensò ancora una volta Enki, che, senza l'approvazione dei suoi superiori, decise di dargli la possibilità di riprodursi. Da quel momento molti Anunnaki cominciarono a sposare le figlie degli uomini, ed Enki arrivò persino ad assegnare ruoli di comando a questi ibridi “semidei”.

Il diluvio universale e l’origine delle “moderne” civiltà

Enlil, che, lo ricordiamo, era il leader degli Anunnaki sulla Terra, disapprovava la simpatia che il fratello Enki aveva nei confronti degli umani e cominciò a tramare la loro rovina. Venuto a conoscenza del fatto che un successivo passaggio di Nibiru, quello di circa 13000 anni fa, avrebbe causato sulla terra un terrificante maremoto, decise di vendicarsi, facendosi giurare dagli altri Anunnaki che non avrebbero rivelato agli uomini cosa li attendeva. Essi partirono sulle loro navicelle e tornarono solo quando la furia degli elementi si placò. Ma, ancora una volta, Enki contravvenne alla decisione di Enlil, e cercò di salvare l’umanità attraverso una "famiglia prescelta", informando del pericolo un uomo, Ziusudra, e fornendogli le informazioni necessarie alla costruzione di "un'arca" dove avrebbe dovuto preservare le specie terrestri dall'imminente disastro. In seguito, quando le navicelle degli Anunnaki tornarono posandosi sul monte Ararat, grande fu la sorpresa di Enlil nel constatare che alcuni uomini erano sopravvissuti all'immane evento. A quel punto, per intercessione di Enki, l'umanità fu finalmente accettata in pieno e gli Anunnaki iniziarono a insegnare agli uomini alcune delle loro conoscenze tecniche e scientifiche, rendendoli sempre più indipendenti e incarnando le loro divinità. Seguirono molte guerre tra i capi Anunnaki, tra le quali la più famosa è la Guerra della Piramide, in cui la Piramide di Cheope, uno degli edifici legati al controllo del volo spaziale, venne spogliata di tutte le sue attrezzature. Queste guerre infatti venivano combattute con armi terribili, cioè vere e proprie testate atomiche.Infine, a partire dal 3760 a. C, gli Anunnaki concessero la sovranità all’uomo. (Questo è l’anno che segna l’inizio della civiltà sumera e l’anno da cui comincia il computo del tempo per i Sumeri). Continuarono le guerre, ma a combatterle furono sempre più i sovrani umani, sebbene fossero spesso guidati come pedine dagli Anunnaki.In seguito, nel 3100 a.C. e nel 2900 a. C., la civiltà fu esportata anche in altre due zone colonizzate dagli Anunnaki: la valle del Nilo e quella dell’Indo. (E, guarda caso, le genealogie degli dei in queste zone coincidono con quelle dei Sumeri) Col passare del tempo, dopo l’ennesima guerra nucleare scatenata dalla prepotenza dell’anunnako Marduk che si era messo in testa di diventare il dominatore assoluto, - guerra che spazzò via, tra le altre città, Sodoma e Gomorra,-  gli Anunnaki abbandonarono il pianeta Terra.

Gli Anunnaki e la Bibbia

La storia che ho qui riportato, sintetizzando i numerosi libri dello studioso Zacharia Sitchin, sembra degna di un film di fantascienza. Eppure è una storia che tutti noi dovremmo conoscere molto bene, dal momento che Sitchin trova innumerevoli analogie tra la Genesi biblica e L’Epica della creazione dei Sumeri! Il termine “Nefilim”, ad esempio, che è presente nel sesto capitolo della Genesi e che indica i figli degli dei che hanno sposato le figlie degli uomini nei giorni prima del grande diluvio, è sempre stato tradotto come “giganti”, mentre la traduzione letterale che riporta Sitchin è  "coloro che scesero in Terra dal cielo”, esattamente come gli Anunnaki.E’ inutile inoltre ricordare come la Bibbia narri eventi che riecheggiano quelli sopra sintetizzati, tra i quali ad esempio la creazione dell’uomo, il diluvio universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra e altre vicende che sono presenti nelle tavolette dei Sumeri. La Bibbia, secondo Sitchin, avrebbe come fonte proprio i precedenti testi sumeri! Ma soprattutto, secondo lo studioso, sia la Genesi che l’Epica della Creazione dei sumeri, non narrano miti, ma sono memoria di fatti realmente accaduti e vanno lette come documenti di "storia scientifica".

Qualche prova

La cosa che ci sembrerà più incredibile, sarà senz’altro l’idea che noi umani potremmo essere frutto di un esperimento di ingegneria genetica aliena. Eppure, grazie alla tesi di Sitchin, l’evoluzionismo darwiniano e il creazionismo biblico trovano un punto di contatto. Ma soprattutto, l’intervento diretto di qualcuno sul DNA umano centinaia di migliaia di anni fa risponderebbe a uno dei più grossi enigmi dei paleoantropologi, quello dell’ ”anello mancante”. Non si spiega infatti come l’ Homo Sapiens abbia compiuto un vero e proprio salto evolutivo rispetto all’Homo Erectus, un balzo avvenuto in maniera troppo rapida rispetto alle classiche leggi dell’evoluzione darwiniana. E proprio riguardo al DNA, la tesi di Sitchin spiegherebbe anche l’origine del così detto “DNA spazzatura”. Almeno il 95% del DNA umano, infatti, non si sa a cosa serva. Solo recenti studi hanno appurato che in esso ci sono identiche sequenze ricorsive e si è notato che queste influiscono in qualche modo sul resto del DNA. Tra le varie tesi a riguardo, c’è quella di Paul Davies, esobiologo di fama internazionale, secondo il quale nelle misteriose sequenze sconosciute del nostro DNA potrebbero esserci scritti veri e propri messaggi lasciatici da creatori alieni in tempi remoti. Secondo lo scienziato questo sarebbe stato il modo più efficace per farci pervenire le loro parole, una volta che fossimo stati in grado di leggerle.Ed effettivamente gli ultimi studi sul DNA “spazzatura” dimostrano che le sequenze in questione sono organizzate proprio con regole analoghe a quelle di un linguaggio.Un capitolo a sé riguarda, invece, gli avamposti degli Anunnaki su Marte. Uno dei maggiori planetografi internazionali è Ennio Piccaluga. Nel suo libro “Ossimoro Marte” l’ingegner Piccaluga ha utilizzato un efficace sistema per analizzare attentamente le innumerevoli foto della superficie di Marte contenute negli archivi della NASA e ha osservato come sul pianeta rosso ci siano tracce di opere costruite da esseri intelligenti. Tra queste, in particolare, ci sono dei veri e propri ziggurat che ricordano le piramidi a gradoni dei Sumeri.

Ciò avvalora quanto dicono le tavolette sumere, e cioè che gli Anunnaki avrebbero colonizzato in passato sia la Terra che Marte! Riguardo alla dibattuta Faccia di Cydonia, - la famosa formazione montuosa con le sembianze di un volto umano, ripresa per la prima volta nel 1976 dalla sonda Viking 1 -, secondo Piccaluga potrebbe essere la rappresentazione del sovrano annunako Alalu. E del resto una delle tavolette sumere dice proprio: “Sulla grande montagna rocciosa scolpirono con i raggi l’immagine di Alalu… Che l’effigie di Alalu guardi per sempre verso Nibiru dove regnò e verso la Terra il cui oro egli ha scoperto”.Tornando alla presenza degli ziggurat su Marte, dobbiamo ricordare anche un singolare evento del 1983. All’epoca un certo Joseph McMoneagle era un remote viewer dell’esercito americano, cioè una di quelle persone con doti di veggenza che venivano utilizzate per vedere obiettivi nemici o di varia natura. Nella seduta che prendiamo in considerazione alcuni membri della Nasa fornirono a McMoneagle delle coordinate di cui avrebbe dovuto visualizzare il luogo esatto.  Questi visualizzò  una piramide la cui altezza superava il chilometro e mezzo e ne descrisse accuratamente corridoi e stanze, che, tuttavia, sapeva non essere presenti nelle piramidi egizie. McMoneagle aggiunse che questa piramide era stata costruita da umanoidi vissuti in quel luogo centinaia di migliaia di anni prima.

Lui stesso rimase stupito quando gli fu riferito che le coordinate che gli erano state fornite non erano di un luogo sulla Terra, ma proprio su Marte! Circa cinque mesi dopo gli fu comunicato che la seguente missione su Marte sarebbe stata fatta verso i siti di quelle coordinate. La Nasa non è certo all’oscuro delle teorie sugli Anunnaki e del contenuto delle tavolette sumere.Qualche decennio prima degli studi di Sitchin, infatti, il grande astrofisico Carl Sagan – una delle massime autorità a livello mondiale – aveva scritto vari articoli in cui faceva notare come alcune tavolette sumere rappresentassero il nostro sistema solare con i pianeti Plutone e Nettuno, - che noi, lo ricordiamo,  abbiamo scoperto recentemente - , più un altro sconosciuto pianeta. Sagan si chiedeva se quello fosse il pianeta dal quale fossero scesi gli antichi dei di cui ci parlano tutte le mitologie antiche.Ebbene, nel disco fonografico contenuto nelle sonde NASA Voyager 1 e 2, lanciate nel 1977 verso lo spazio alla ricerca di un contatto con civiltà extraterrestri, oltre a immagini e suoni terrestri, sono incisi saluti in 55 lingue diverse. Sono tutte lingue attualmente parlate nel mondo tranne una, quella scelta per il primo saluto, che è proprio il sumero. A scegliere questa lingua fu proprio il dottor Carl Sagan, che all’epoca guidava il team NASA.  

Giovanna Lombardi (Scrittrice, sceneggiatrice, documentarista)

                                                                                                    

                                                                           Culti Cargo e Clipeologia

Un mito offre un modello standard per interpretare il mondo, che non può essere ignorato, perché guardando attraverso il mito, ci si rende conto che la realtà esalta l'evidenza del mito stesso.

    Edward De Bono

Nel sempre presente dibattito tra “creazionisti” ed “evoluzionisti”, nato dai tempi delle asserzioni di Charles Darwin sul presunto sviluppo umano, negli ultimi scorci del ‘900, si è intromessa un’altra corrente di pensiero, quella cui fanno capo coloro i quali considerano l’evoluzione umana come il punto culmine ultimo di un intervento alieno.Presunti sbarchi di popoli extraterrestri che avrebbero aiutato l'evoluzione della nostra civiltà , se non, addirittura, "creato" l'uomo con ardite operazioni di biogenetica.Visitatori spaziali  che avrebbero fornito ai terrestri le conoscenze necessarie per iniziare il loro lungo cammino verso la civiltà; poi, compiuta la missione, sarebbero tornati al loro mondo sperduto nella Galassia. Come considerare queste asserzioni, sempre più presenti nelle opere letterarie degli esploratori della nuova frontiera scientifica, quella mai riconosciuta dagli studiosi dogmatici, e cioè la fanta-archeologia? Ipotesi senza fondamento per il felice proliferare di centinaia di riviste specializzate del settore, che hanno come cavallo di battaglia ardite tesi che propongono una soluzione extraterrestre a molti degli enigmi insoluti della Storia? Abili manipolazioni di antichi resoconti e nuove riletture di antichi testi da parte di abili speculatori letterari il  tutto per vendere milioni di copie di libri a poveri lettori che hanno la sola colpa di viaggiare troppo con la fantasia e di credere anche all’impossibile? Possibile  che il tutto sia riconducibile a soli voli pindarici della fantasia, magari a solo scopo lucrativo, o si potrebbe incanalare il discorso anche su basi più scientifiche?

Di certo è che l’argomento, oltre ad interessare vari autori come Von Daniken,Sitchin e quant’altri, più o meno attendibili, ha fatto nascere un fenomeno che nel corso degli ultimi anni ha dato la vita a migliaia di libri venduti per tutto il mondo, milioni di copie sparse ai quattro angoli della terra, miliardi di soldi incassati e molti conti in banca che sono lievitati da un giorno all’altro. Tra l’altro ha dato i natali ad una nuova pseudo-scienza, la clipeologia , che, sebbene contrastata dagli ambienti accademici  “puritani”, raccoglie, man mano che il tempo trascorre, sempre più adepti sia fra i sostenitori attivi (scienziati, fisici, letterati etc) sia fra quelli passivi ( la massa potenzialmente cliente di tali arditi Indiana Jones della ns epoca).Ma cos’è la clipeologia, in effetti? E su quali basi fonda la sua stessa esistenza? Ed è tutto oro quello che luccica o sono solo puerili affermazioni senza alcuna base scientifica? Ed è possibile riscontrare i suoi temi in altre tematiche molto più approfondite sia scientificamente che umanisticamente? Ora vedremo di dare una risposta a questi quesiti, incominciando a definire in cosa consiste la clipeologia e le tesi in cui affonda le proprie  radici. La clipeologia è la ricerca di eventuali manifestazioni UFO nel passato. Il termine deriva da «clipeus», lo scudo rotondo dei guerrieri romani, e trova giustificazione nel fatto che gli antichi scrittori latini, come ad esempio Plinio il Vecchio, descrissero come «clipei ardentes» (scudi infuocati) certe strane apparizioni celesti dell'epoca.Un esempio per tutti potrebbe celarsi dietro la presunta visione dell’imperatore Costantino che, di fatto, cambiò i connotati della storia.Per una volta tanto pare che possiamo affrancarci da stereotipi di discipline o altro nati oltre oceano, e, anzi, possiamo “orgogliosi” gonfiare il petto e affermare che, sì, la parola clipeologia abbai avuto i suoi natali in Italia; infatti, pare che sia stata coniata da Umberto Colazzi, alla fine degli anni’50, e che abbia incominciato subito dopo a percorrere la nostra penisola grazie alla rivista “Clypeus” E , per una volta tanto, possiamo persino “vantarci” di essere copiati, perché la clipeologia, non è un fenomeno prettamente italiano, anzi, in più parti del mondo ha trovato seguacitanto che nel 1973 venne fondata la Ancient Astronaut Society, organizzazione fondata da Gene Philips, il cui scopo consiste nel produrre le prove del contatto con intelligenze extraterrestri, verificatosi millenni orsono e che per certi aspetti si manifestò con un massiccio intervento nella storia e nei destini dell'uomo.

Nel corso della storia pare che siano state molte le testimonianze dipresunti avvistamenti ufologici nei cieli del nostro pianeta e l’esame stesso dei numerosi rapporti su quelli che possono essere stati UFO prima dell’epoca dell’aeroplano fa nascere l’idea che la Terra sia da molto tempo osservata e visitata da altre civiltà.Tuttavia consideriamo che l’uomo ha da sempre rivolto il naso verso il cielo, cercando di carpirne i segreti o cercando segni e portenti a lui favorevoli o meno ( e quasi sempre trovati), rendendo quindi difficilefare una distinzione fra “veri” avvistamenti e altri prodigi celesti, interpretati di volta in volta, e a seconda dei bisogni e delle circostanze, come ammonizioni, incoraggiamenti o profezie.Non è mia intenzione assolutamente disquisire sulla fondatezza o meno dell’argomentazione extraterrestre su tali fatti, ma, bensì, a semplice scopo illustrativo, fornire un adeguato elenco e sottolineare come, al di là di tutto, stiamo parlando di fenomeni che colpirono, e molto, gli osservatori dell’epoca, tanto da far sì che il loro ricordo venisse tramandato ai posteri, sopravvivendo all’usura del tempo.Ecco quindi i casi più clamorosi, partendo dal più conosciuto argomentato.Nel papiro egizio, noto col nome di “Papiro Tulli", si narra una serie di avvistamenti di oggetti misteriosi nel cielo. Protagonisti della vicenda il Faraone Thuthmosis III (1504-1450, circa a. C.) e molti suoi sudditi. Lo studio del professor Solas Boncompagni portò alla traduzione in italiano del testo geroglifico.In alcuni passi è addirittura sorprendente la chiarezza della descrizione che pare lasciare il lettore senza alcun dubbio:“Nell’anno 22, nel terzo mese dell’inverno, nella sesta ora del giorno, gli scribi della Casa della Vita notarono che un circolo di fuoco stava arrivando dal cielo: il suo corpo era lungo una pertica e largo una pertica.Essi si distesero bocconi e andarono dal Faraone a riferire la cosa.Sua Maestà stava riflettendo su quanto accadeva allora, queste cose diventavano sempre più frequenti di prima nel cielo, scintillavano più brillanti del lucente sole e si estendevano fino ai limiti dei quattro sostegni del cielo.I soldati dell’esercito stettero a vedere insieme al Faraone.Fu dopo il pasto della sera che quei cerchi di fuoco salirono più in alto nel cielo,verso il sud.Il faraone fece bruciare dell’incenso per ristabilire al pace nel paese e ordinò che quanto accaduto fosse trascritto negli annali della Casa della Vita” Sempre da uno studio condotto dal professor Solas Boncompagni, in una scena tratta dal Libro dei Morti, nella riproduzione del Papiro di Torino, si possono osservare chiaramente in cielo tre corpi volanti di forma circolare. La scena presenta una imbarcazione con offerte.

Nel Libro dei Morti la descrizione, che fa parte del Capitolo CX, conclude: «Io approdo al momento (...) sulla Terra, all'epoca stabilita, secondo tutti gli scritti della Terra, da quando la Terra è esistita e secondo quanto ordinato da (...) venerabile».Secondo Tito Livio, nella sua Storia di Roma, il secondo re di Roma, Numa Pompilio, fu testimone personale della caduta dal cielo di uno di questi scudi volanti e che lo avesse annoverato tra gli oggetti di culto delle pratiche religiose che stava promuovendo.Tali oggetti furono osservati anche in futuronei cieli non solo di Roma, ma per tutto l’Impero.A confermare al tesi dello storico Tito Livio ecco altri illustri storiografi dell’epoca romana. Cicerone, nel suo De Divinatione, nel Capitolo 43, parla di quando Plinio il Vecchio, nelle Historiae Naturales, nei capitoli 25 e 36, racconta di Clipeus Ardens visti sfrecciare nel cielo dell'antica Roma. Giulio Ossequente, nel De Prodigiis narra di avvistamenti, effettuati sia di giorno che di notte, riguardanti "Scudi di fuoco", "torce", "più soli", più lune", "ruote luminose" ecc., apparsi su Roma e su altri luoghi. Dal "De Prodigiis", il disegno di due Soli che apparvero su Alba nel 204 a. C. Esiste la cronaca di identici avvistamenti anche nelle opere di Plutarco, Eschilo e Valerio Massimo.

Nel suo trattato di scienze naturali, Seneca racconta, con numerose osservazioni, di inspiegabili "travi luminose" che comparivano all'improvviso nei cieli delle città antiche. Le "travi" rimanevano immobili per giorni, per poi sparire all'improvviso, così come erano arrivate. Senofonte, nel suo "Anabasi", fa una classifica degli oggetti volanti avvistati in base alla loro forma; li descrive nelle forme a conchiglia, piatti, a campana, triangolari.Alessandro Magno e il suo esercito, essendo abili nell’ambito della guerra, paragonarono a grandi scudi di argento scintillante quella che potrebbe essere un incursione UFO del 329 a.C., che sorprese l’esercito greco mentre attraversava il fiume Jaxartes, in India.Persino Aristotele trovò l’occasione di parlarne, paragonandoli ai dischi lanciati dai lanciatori di disco dell’antica Grecia.E’ interessante notare come la descrizione usata per descrivere questi fenomeni si adatti perfettamente  alle conoscenze dei posti e dei tempi dove tali avvistamenti avevano atto.Nell’era delle scoperte e delle esplorazioni, i corpi che viaggiavano nel cielo assunsero, agli occhi degli osservatori, forme simili a navi e più tardi, dopo l’invenzione della mongolfiera, gli oggetti volanti furono descritti, in Francia, come scintillanti palloni di fuoco.Nel Vermont del XIX secolo, gli osservatori dediti alla tessitura chiamarono ciò che vedevano un fuso aereo.Insomma gli osservatori di tutti i tempi hanno sempre avuto la tendenza a definire gli oggetti in movimento nel cielo con i termini che salivano più spontaneamente alle loro labbra. Corrado Lychostene, nel suo libro "Prodigiorum ac Ostentorum Chronicon", stampato a Basilea nell'anno 1557, ci descrive gli avvistamenti di oggetti strani che solcavano il cielo nel Medio Evo e nel Rinascimento. Oltre a croci greche e cristiane, nel libro si descrive il passaggio nel cielo d'Arabia, nell'anno 1479, di un oggetto definito "trave". Accanto alla notizia è stampato anche il disegno di tale “trave", che è identica ad un moderno missile.Eccone un’immagine: Nel 1290, un enorme oggetto circolare di colore argenteo sorvolò lentamente l'Abbazia benedettina di Amplefort, in Inghilterra, sotto gli occhi terrorizzati dei monaci che interruppero le loro preghiere già iniziate nella cappella, per accorrere a vedere il prodigio. Benvenuto Cellini (1500-1571) nella sua autobiografia descrive lo strano fenomeno di cui fu testimone lui stesso assieme a un suo compagno di viaggio. I due stavano ritornando da Roma, a cavallo, verso Firenze, quando giunsero su una collina da cui si vedeva la città.

Poterono così vedere una enorme "trave luminosa" stagliarsi nel cielo sopra Firenze. Gli abitanti di Norimberga, il 14 aprile 1561, furono testimoni di un fenomeno inspiegabile. Nel cielo della città comparvero numerosissimi oggetti cilindrici che rimasero immobili, in alto. Subito dopo, dall'interno degli oggetti cilindrici uscirono moltissimi altri oggetti, a forma di sfera e di disco, che si misero a compiere evoluzioni nel cielo. Nel cielo di Basilea, in Svizzera, il 7 agosto 1566, apparvero  numerosi oggetti di forma sferica e di colore chiaro e scuro. Gli oggetti si affrontarono in una specie di combattimento aereo, davanti agli abitanti della città che, con lo sguardo rivolto al cielo, osservavano la scena.Sorvoliamo, solamente per motivi di spazio, all’innumerevole casistica ufologia che pare permeavi tutta la tematica biblica, citando solo a mò di appunti il rapimento di Enoch, la visione di Ezechiele,la stessa ascesa al cielo di Ezechiele, la caduta di Gerico , il tramutarsi in una statua di sale della moglie di Lot e tanti altri ancora.Così come rimando ad altri articoli sul sito ACAM (vedi “I misteri dell’Antica India”) le disquisizioni sui Vimana dell’India protostorica e sulle probabili catastrofi nucleari di Mohenjo Daro e Harappa.Cosa ancora più interessante è quando questi presunti avvistamenti ufologici del passato sembrano dar vita a dei veri e propri movimenti religiosi e di pensiero che condizionarono sia il presente che il futuro delle popolazioni venute a contatto di tali fenomeni, di qualunque natura siano essi stati.Infatti molte antiche tradizioni religiose, in varie parti del mondo e per diversi popoli antichi, parlano di dei discesi dal cielo a governare e istruire l’umanità, divinità dotate di grandi poteri ed eccezionali mezzi.È il caso del mito dell’uomo-pesce Oannes, della tradizione sumera, il quale sarebbe sceso dal cielo a bordo di una enorme perla luccicante, per portare la conoscenza agli uomini. Si tenga presenta a questo proposito un dato estremamente interessante: la civiltà sumera, di fatto la più antica del mondo, si sviluppò repentinamente, quasi da un giorno all'altro.Nelle Anderiscontriamo il mito della donna-pesce ( o donna tapiro, a secondo delle tradizioni) Orejona,anch’essa discesa dal cielo nei pressi del lago Titicaca, e al cielo ritornata, dopo aver compiuto il suo compito.Vorremmo poi dimenticare i Nefilim biblici o i Kjappas di alcune culture nipponiche, o lo strano Bep Kororoti, strano essere dall’ambigua tenuta (una tuta spaziale?), dalla cui mani scaturivano fulmini e che discese in Amazzonia presso la tribù di indios Kajappos? Insommapotremmo citare molti altri esempi, ma non è la lunghezza dell’elenco che definirebbe l’importanza dell’argomento o la sua veridicità.La ragione ci trae in inganno più spesso della natura.L. de C. de V. Vauvenargues Piuttosto è interessante notare come queste tradizioni religiose siano nate attraverso la sicura interferenza di un qualcosa che dovette almeno sembrare meritevole di catalizzare l’attenzione di quei antichi osservatori.

Da cosa nasce il bisogno interiore di quei popoli di divinizzare quei strani fenomeni? E ne abbiamo un riscontro documentato ai giorni nostri di una possibile coercizione di pensiero di fronte ad avvenimenti che hanno per lo meno dello strano? Ebbene tutti queste antiche nascite di movimenti di pensiero religioso hanno un riscontro in una fenomenologia molto documentata e ben studiata: i culti cargo.I culti cargo sorgono nel momento in cui una data cultura, tecnologicamente avanzata, entra in contatto con un'altra più arretrata. I “culti del cargo” fanno parte della tradizione culturale-religiosa di gran parte della popolazione indigena dell'Oceania, dove, le navi dei primi colonizzatori europei venivano considerate dei carichi di doni loro inviati dagli Dei. Un ulteriore recrudescenza di questi culti si ebbe durante la Seconda Guerra Mondiale, stavolta dovuti prevalentemente agli aerei da trasporto militari, visti come “uccelli celesti” che trasportavano doni.Testimonianze importanti di questi culti cargo riguardarono grandi esploratori come in una delle isole dell'arcipelago delle Bahamas, scrisse nel suo diario di bordo:Ci accolsero riverendoci come se fossimo stati dei discesi dal cielo.Alla stessa maniera di Colombo anche Sir Francis Drake, e vi è testimonianza nel suo libro di bordo, fu scambiato per un entità divina e ultraterrena dai nativi americani stanziati nella zona dove attualmente sorge San Francisco:Cercammo di spiegare loro che non eravamo degli dei, ma inutilmente.I Conquistadores spagnoli, capeggiati prima da Cortes e poi da Pizzarro, ebbero facilmente la meglio sulle popolazioni locali (Aztechi ed Incas), benché in numero nettamente inferiore, poiché, per via del loro aspetto fisico, vennero scambiati per antichi semi-dei civilizzatori (Kukulkan, Quetzalcoatl) tornati in quei luoghi.I loro stessi cavalli e le loro armi apparvero agli occhi stupefatti di quei popoli come elementi prodigiosi di divinità.Basta pensare che gli stessi Spagnoli, per infoltire la credenza popolare che i loro cavalli erano animali immortali, ne nascondevano il corpo quando una della cavalcature rimaneva uccisa.Jean Rimbault, capitano, nel 1565 fece erigere in Florida una colonna monumentale raffigurante l'emblema della propria nazione. Dopo qualche anno, la popolazione indigena del luogo iniziò a venerare tale colonna, rendendola centro del culto religioso, adornandola con ghirlande e ponendole davanti sacrifici come dono.

L’idealizzazione di tali culti personalizzò talmente la filosofia religiosa di alcuni di questi popoli che essi arrivarono persino ad estremizzare tali culti, al punto tale di compiere vere proprie nefandezze.James Cook fù propriouna delle vittime dei culti cargo in quanto la sua storia è un sciagurato susseguirsi di coincidenze che, viste dalla parte del retroterra culturale e religioso dei nativi del posto, lo porteranno alla morte. Il 17 gennaio 1779, il capitano James Cook, al comando del suo Discovery, raggiunge le isole Tahiti accolto generosamentedagli indigeni . Una volta sbarcato, con i suoi uomini, Cook fu avvolto da un sacerdote con una stoffa rossa mentre la gente lo acclamava chiamandolo “Lono!”. Tutta questa adorazione aveva un motivo ben fondato nella liturgia spirituale-religiosa del posto; infatti,ogni anno, tra novembre e dicembre, , nell'isola di Hawaii iniziavano le celebrazioni del Makahiki, la festa della rigenerazione della natura lacui divinità protettriceera Lono, il dio della fertilità, la cui vela compariva quando le Pleiadi si affacciavano all'orizzonte. Secondo il mito locale, Lono era stato esiliato dall'isola per altri mesi dell'anno e percorreva un lungo viaggio circolare, in senso orario, attorno all'isola per fecondarne tutti paesi. Cook era arrivato proprio quando gli hawaiani attendevano Lono e lui era stato accolto come una divinità. Il cerimoniale prevedeva che dopo trentatré giorni Lono inscenasse un combattimento rituale con il re dell'isola e ne venisse ucciso. Il suo corpo, caricato su una canoa, avrebbe ripreso la via dell'esilio, per fare ritorno l'anno successivo. Cook ripartì da Kealakekua il 4 febbraio, al termine delle celebrazioni, ma una tempesta danneggiò le sue navi e lo costrinse a fare ritorno alla baia. Era il 14 febbraio, quando la nave inglese riapparve agli isolani. Nessuna festa, nessun canto, ma un atteggiamento di ostilità. L'improvviso ritorno di Lono, peraltro in direzione opposta, aveva turbato gli indigeni. Era un segno di disordine, una sfida all'autorità regale.

Occorreva il sacrificio del dio per risanare una rottura dell'equilibrio cosmico. Fu così che Cook cadde sotto i colpi dei capi hawaiani, subendo il destino del dio con cui era stato divinizzato, un altro orizzonte lo aveva condannato.Altri movimenti di culti cargo nacquero spontaneamente nel periodo della seconda Guerra Mondiale, quando spesso i soldati americani e i loro mezzi venivano scambiati per dei venuti da lontano a combattere gli invasori nipponici e a portare doni.Similmente al linguaggio pastorale adottato da Ezechiele per descrivere la sua visione , e al linguaggio, adattato ogni volta sia all’estrazione culturale che sociale dell’osservatore dei presunti fenomeni ufologici nel lontano passato, come è stato precedentemente affermato, è sorprendente notare come anche nel caso dei culti cargo il lessico usato per descrivere gli cavi Proviamo a confrontare dunque questi culti cargo con le religioni a noi note. Non possiamo fare a meno di notare sorprendenti comunanze. Le leggende tramandateci oralmente che narrano di dei scesi dal cielo sulla terra su carri di fuoco per punire i peccatori, per ricompensare gli uomini o per esigere servigi da loro, sono presenti indubbiamente presso tutte le culture, le tradizioni e le religioni del mondo, come abbiamo visto sopra.Ma, mentre gli;Dei appartenenti ai detti culti cargo,esponenti di un periodo (XVI-XIV secolo) vicino a noi e quindi ben documentato,sono ben noti a noi, dobbiamo domandarci, invece, chi o cosa furono quelli che in epoche remote determinarono la formazione degli attuali culti ormai fortemente radicati nelle culture di tutti i popoli del pianeta?In entrambi i casi è comunque importante constatare come ci sia la necessità impellente di divinizzare elementi tecnologici estranei alla collettività socialedel popolo che veniva in contatto con queste nuove realtà.Così come molti popoli polinesiani costruivano veri e propri “totem” o simulacri di immagini sacre rappresentanti le navi dei primi esploratori europei prima o gli aerei delle milizie americane dopo, così spesso, nello studio di antiche civiltà, ci troviamo di fronte ad elementi culturalmente estranei a quelle entità.Basta ricordare i presunti alianti egiziani o i monili a forma di aeroplano appartenenti alle culture incaiche, spesso, e forse erroneamente, indicate come raffigurazioni fantasiose o al più di volatili.

Se prendiamo per vera l’ipotesi che vuole la Terra oggetto di visite extraterrestri nel lontano passato, e di come queste visite siano diventate, nell’immaginario collettivo dei popoli di allora, come elementi formativi di primi ancestrali culti-cargo ante litteram, ecco che molte rappresentazioni su pareti, scritti su pergamena, citazioni di oggetti volanti, conoscenze astronomiche e quant’altro, potrebbero aver un fondamento e una spiegazione.Quindi la clipeologia, oltre a fenomeno mediatico a semplice scopo lucrativo, potrebbe essere molto più presa in considerazione, partendo dal presupposto che essa si basa su due fondamenti:1)il fenomeno UFO non è esclusivo del nostro tempo: esso affonda le proprie radici nella storia, fino alle epoche più remote;2) il suo manifestarsi attraverso i secoli è rimasto documentato, sotto forma di descrizioni, allusioni, riferimenti, nelle mitologie, nei testi sacri, nei libri degli antichi autori, nelle cronache medioevali, nei diari di viaggio, nei libri di bordo ecc.Riassumendo possiamo affermare che lo scopo della clipeologia è quindi quello di scoprire queste presunte tracce e di presentarle come tali dopo averle spogliate della veste mitica, religiosa o leggendaria, sempre tenendo conto comunque che essa può dare una nuova chiave di lettura ma non imporre che tale interpretazione sia quella giusta. Insomma, se da un lato inventarsi falsi resoconti e false prove, come hanno fatto alcuni autori dissennati, veri discreditatosi della fenomenologiaufologia, può sembrare solo un misero tentativo di far “cassetta”, bisogna comunque ammettere che eliminare a priori tali evidenze storiche e non considerarle in una diversa luce è un tantino come voler essere cavalli con paraocchi, con schemi erroneamente configurati e prestabiliti solo dalla nostra cecità conoscitiva ed interpretativa.

E' il destino comune delle nuove verità cominciare come eresie e finire come superstizioni.

Thomas Henry Huxley

Articolista e collaboratore del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria

Antonio Mattera cojmat@tin.it

                                                                                                                                  

La fine del Pleistocene e il Diluvio biblico: quali connessioni?

“Un mito offre un modello standard per interpretare il mondo, che non può essere ignorato, perché guardando attraverso il mito, ci si rende conto che la realtà esalta l'evidenza del mito stesso.”

Edward De Bono.

Sicuramente, fra tutte le leggende tramandate in varie parti del mondo, quella di un’immane catastrofe mondiale, sottoforma di diluvi e altri cataclismi, non solo è la più ricorrente nei quattro angoli del globo, ma anche la più affascinante, anche nel suo aspetto più catastrofico e tremendo.Cataratte di acqua che si riversano dal cielo, inondazioni che spazzano via popoli e città, terremoti, eruzioni vulcaniche, terre che sprofondano e altre che riemergono.Un intero arsenale di fenomeni degno del miglior film holliwodiano, con tanto di effetti speciali.Eppure, almeno tenendo in giusto conto tutti i miti antichi, sembra che questo scenario non sia stato solo frutto di fantasiose trame cinematografiche, ma qualcosa di più tangibile, vero e immane: un qualcosa che ha lasciato un ricordo indelebile nelle memorie storiche di tutti i popoli del mondo.

Da sempre l’idea che dà il diluvio (o forse sarebbe meglio dire i diluvi, vista la gran quantità di miti su quest'argomento) è quella di un fenomeno caratterizzato da grandi precipitazioni, talmente elevate da coprire, così come sostiene la Bibbia “ le più alte vette di almeno 15 cubiti (Un cubito è circa 56 centimetri) .Ma se questo fosse vero dovremmo chiederci dove sia mai defluita tutta quest’acqua, riversatasi sulla Terra. Forse gli antichi osservatori, intimoriti e spaventati da un qualcosa che non seppero spiegare se non in termini di voleri divini, associarono l’effetto più spaventoso di tutta quella catastrofe, cioè un’immane inondazione che dovette percorrere il globo intero, ad uno solo di tanti eventi che dovettero concomitare in quei tempi cupi, cioè una pioggia torrenziale dovuta a cause che scopriremo dopo?In effetti potrebbe essere andata così e dopotutto la stessa Bibbia fa un riferimento esplicito ad “acque che si ritirarono”, quindi è implicito il richiamo a masse acquose che più che cercare sfoghi naturali, sembrano ritornare ai loro antichi letti.Nonostante questo punto di vista, però rimangono irrisolti i problemi che concernono un simile spostamento di una così estesa massa liquida.

Quali forze potrebbero permettere una simile rovina e in qual periodo potrebbe essersi verificata?In effetti, ancora una volta possiamo collegare i miti antichi a riferimenti storici, a date prestabilite, e nel nostro caso c'interessa non una data ma un arco di tempo che oscilla tra i 10000 e i 13000 anni fa.Questo periodo e questo lasso di tempo, che geologicamente e storicamente non è tanto improbo visto che spesso sia la geologia che la storia possono essere descritti in migliaia di anni, sembra ricorrere molto spesso nella nostra cronologia, andandosi speso a concatenare con altri eventi.Vediamo di analizzare bene questo lasso di tempo.

1)Circa 13000 anni fa termina l’ultima grande glaciazione, detta di Wurms.

2)Circa 12000-13000 anni fa scompare la megafauna per tutto il globo terrestre o per lo meno nelle parti in cui esisteva: animali come il mammut e la tigre dai denti a sciabola, o i cervi giganti paiono scomparire, geologicamente parlando, da un giorno all’altro.

3)Secondo alcuni studiosi sembra che l’ultimo slittamento dei poli si sia verificato per l’appunto 12000 anni fa.

4)Circa 12000 anni fa sembra essere esplosa l’ultima supernova più vicina al nostro sistema solare.

5)Circa 9000 anni fa sembra nascere, spontaneamente, in tutto il mondo, il fenomeno dell’agricoltura: fatto ancora più curioso è che sembra nascere in altura.

6)Molte mappe antiche sembrano identificare luoghi (in particolare modo l’Antartide) in condizioni tali come non è stato più possibile osservarle da circa 12000 anni a questa parte. Questo nonostante che molti di questi luoghi siano stati scoperti, esplorati e cartografati solo dal 1600 in poi!

7)Ultima annotazione, per gli amanti del mito: Platone colloca la scomparsa dell’Atlantide a 9000 anni prima di lui, quindi 11000 anni al conto d’oggi: solo coincidenze?

Possono essere solo coincidenze tutte queste date che sembrano rincorrersi per poi unirsi in un unico solo obiettivo?Cerchiamo di spiegarle dando a loro un unico filo logico, un collante e partiamo proprio dall’ultima glaciazione.Il Pleistocene è l’era a noi più vicina, benché iniziata milioni di anni fa.Quest’epoca fu caratterizzata da immense e implacabili glaciazioni che strinsero in diverso tempo tutto il globo in una tenace morsa. Ma, tra una glaciazione e un’altra, la Terra ebbe modo di verificare anche climi più miti, tant’è vero che nel Tamigi abitavano coccodrilli e sulle sue rive c’erano le palme, presupponendo, di fatto, un clima più mite, rispetto a quello odierno, di almeno una decina di gradi.

A noi interessa guardare il quadro della Terra nell’ultimo periodo del Pleistocene, quello caratterizzato dalla fine dell’ultima sua glaciazione, quella indicata col nome di Wurms.Nell’America Settentrionale i ghiacciai ricoprivano interamente il Canada orientale e si spingevano a sud, fino a lambire quella parte di costa degli odierni USA, dove oggi è collocata New York. In Europa un'unica calotta copriva la penisola scandinava, il Baltico, il Mare del Nord, gran parte della Gran Bretagna, la Germania, la Polonia e la Russia, spingendosi più a sud ancora. Anche sul nostro territorio erano visibili le tracce di questa glaciazione: le Alpi erano un immenso ghiacciaio ramificato che scendeva sino alle valli circostanti. In quasi tutti i continenti, il livello delle nevi perenni era situato a circa 1500 metri più in basso dell’attuale. Persino in Australia e in Tasmania era possibile osservare ghiacciai.

Dall’analisi di carotaggi effettuati nell’anno Geofisico del 1949, sembra che l’Antartide fosse divisa in due distinte parti e attraversata da fiumi, questo in coincidenza con quello che sembrano volerci dire alcune antiche mappe e qui possiamo collegarci al punto 5 (vedi “Cartografia Antica” dello stesso autore).Quest'immensa coltre di ghiaccio, che qualcuno ha quantificato in 9 milioni di chilometri quadrati di terre coperte, sottrasse di per sé acqua agli oceani quindi si può abbondantemente calcolare in circa 130 metri di media di livello marino più basso rispetto all’odierno.Oggi giorno la quantità di acqua inglobata nei ghiacciai polari è tale che, se arrivasse a liberarsi dal suo stato solido, provocherebbe un innalzamento dei livelli marini di circa 80 metri.Per considerare in una giusta ottica l’innalzamento dei livelli marini 12000 anni fa consideriamo che durante la glaciazione di Wurms la quantità dei ghiacci era più del doppio rispetto ad oggi!!Contrariamente ad oggi le condizioni di terre come la Siberia erano sicuramente più favorevoli alla crescita e allo sviluppo di forme di vita animali. Infatti, la stessa Siberia godeva di un clima più mite e i ghiacciai erano relativi solo alle sue catene montuose. L’abbassamento dei livelli del mare faceva sì che le isole artiche formassero con la stessa Siberia un'unica pianura in cui prosperava una delle più ricche comunità ecologiche di allora.

Comunità improvvisamente decimata circa 12000 anni fa, lì come in tutto il resto del mondo, collegandoci, di fatto, al punto 2: la scomparsa della megafauna.Ipotesi più varie tendono per una o più motivazioni per questa misteriosa quanto drammatica estinzione di un gran numero di specie di animali. Si va dalla causa batteriologica ad una meno precisata follia collettiva degli animali che avrebbero cercato spontaneamente il suicidio gettandosi in burroni e gole(?) luoghi dove vengono ancora oggi trovati ammassati numerosi resti di quella fauna animale.Paragonando l’uomo paleolitico a quello moderno si arriva persino ad incolpare di questo massacro ambientale all'estenuante caccia da parte dell’uomo, insomma una mostruosa carneficina. Migliaia di capi abbattuti per procurarsi quello che bastava per la sopravvivenza alimentare, usando il fuoco per spingere le mandrie di mammut nei burroni, colpendo, di fatto, anche tutte le altre specie presenti nell’habitat di allora. Quello che in America, con il solito esponenziale di effetto cinematografico, gli scienziati chiamano “ Pleistocene Overkill”.Ma la prova più drammatica che non sono queste le cause le abbiamo proprio dai resti che ritroviamo ancora oggi.

Così come i massi erratici sono elementi trasportati da immani inondazioni, anche in questo caso possiamo attribuire all’acqua forse la causa definitiva: milioni di animali le cui carcasse furono travolte da immani piene, portati per lunghe distanze, ammassate nelle gole dei fiumi e nei fondovalle, sepolti da una coltre di fango insieme ad alberi e piante.Nelle regioni degli odierni poli probabilmente cadde subito la neve ricoprendo questo orribile carnaio in una bara di eterno ghiaccio, facendoli diventare, ai giorni nostri, mute e dolorose testimonianze di ciò che successe.Quindi l’ipotesi migliore potrebbe essere quella di un cambiamento climatico: ma di quale portata, per avere effetti così catastrofici?Per analizzare meglio la portata di questi cambiamenti ritorniamo all’analisi della scomparsa della megafauna sopra citata e osserviamo quello che ci dicono i resti di uno degli animali più conosciuti e studiati del Pleistocene: il mammut.Ancora oggi vengono rinvenuti nei ghiacciai siberiani resti interi di corpi di mammut, congelati.

E proprio questo loro stato se da un alto ci dà delle notizie interessanti, dall’altro ci pone interrogativi inquietanti.Dall’analisi del cibo ingerito ma non ancora metabolizzato, al momento in cui il mammut viene “congelato” nella sua bara di ghiaccio, scopriamo che sicuramente il clima di quei posti era più mite, visto che nel loro stomaco spesso si ritrovano vegetali dalle più svariate forme, dai frutti maturi alle erbe, ai fiori per finire a teneri arbusti, tutti elementi che sembrano non coincidere con l’idea generalizzata che questi animali vivevano in climi freddi per non dire glaciali.Ma queste scoperte, come detto sopra, ci aprono anche inquietanti interrogativi: cosa ha potuto colpire quest'ecosistema al punto tale da “sigillarli” in una bara di ghiaccio così repentina?Infatti, è ingiurioso pensare che una semplice glaciazione, con il suo protarsi geologicamente nei secoli, abbia potuto colpire questi luoghi.

Qui bisognerebbe supporre qualcosa di più catastrofico e immediato.E l’unica teoria che ci riporta a quest'ipotesi è quella citata nel punto 3: lo slittamento dei poli.Prove per accertarsi della posizione antica dei poli possono essere estratte dalle tracce di magnetismo residuo nelle rocce. La lava che esce da un vulcano si raffredda e si magnetizza secondo la direzione del campo magnetico di quella zona, dando così, ai geologi, importanti informazioni. Ma anche la presenza di determinati esemplari di flora e fauna in determinati periodi contribuisce a darci un quadro indicativo del fenomeno. Questi sono solo due dei principali metodi per studiare e stabilire, epocalmente, la posizione dei poli.Considerando la Siberia di 12000 anni fa e il suo clima più mite dobbiamo, di fatto, considerare che questa zona fosse più lontana dall’attuale Polo Nord, il quale potremmo identificarlo nel Canada orientale, zona dalla quale nasceva una delle più grandi aree glaciali, conosciuta anche come calotta del Wisconsin.Ma mentre la calotta glaciale europea sembra formarsi e avere il suo picco massimo circa 80000 anni fa, quella canadese è relativamente più “giovane”, potendola sicuramente datare, grazie a numerose datazioni disponibili, a circa 50000 anni fa, quando invece quell'europea si era in gran parte ritirata.

Quindi dovremmo di fatto considerare più spostamenti dei poli in varie epoche.Molti scienziati, fra cui Hapgood, noto per le sue ricerche sulle antiche mappe, propendono per la tesi che questi spostamenti dei poli nascono a causa di slittamenti della crosta terrestre, dovuti ai più svariati motivi.Ma questo non basta a spiegarci la repentina nuova posizione che sembrano assumere i poli circa 12000 anni fa, l’epoca della glaciazione di zone sino allora temperate come la Siberia e della scomparsa “istantanea” della megafauna, in principal modo i mammut.Infatti, il quadro che ci si presenta innanzi è quello di uno sconvolgimento immediato, o comunque nell’ordine di giorni, settimane, mesi, non sicuramente anni, come potrebbe far giustamente propendere la tesi del dislocamento della crosta terrestre.Per cui dobbiamo propendere ad uno spostamento dei poli dovuto ad una subitanea inclinazione dell’asse terrestre.E’, infatti, l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre, il fattore predominante per l’esistenza delle stagioni e delle più svariate condizioni climatiche, inclinazione che oggi è di 23°, ma che in passato può aver avuto grani oscillazioni.Un asse terrestre verticale rispetto all’eclittica comporterebbe un‘eterna primavera, con un giorno lungo esattamente dodici ore per tutti i 365 giorni. Ma questo comporterebbe anche le condizioni ideali per una glaciazione, poiché, a fronte di queste condizioni primaverili, la neve comunque caduta al di sopra di una certa quota non si scioglierebbe mai e le precipitazioni, a tale quota, sarebbero di carattere nevoso. Fiocco dopo fiocco, neve su neve, lo spessore aumenterebbe man mano.

Il ghiaccio scenderebbe sempre più a valle, non trovando mai una temperatura abbastanza elevata da scioglierlo completamente e rapidamente, riuscendo così ad accumularsi ed ad aumentare lo spessore sino a trovare zone effettivamente più calde, dove la sua avanzata deve per forza arrestarsi.In tutte le zone libere dai ghiacci regnerebbe un clima costante e in quelle parzialmente interessate dai ghiacciai, l’acqua che scende a valle, procurata dal loro scioglimento parziale, contribuirebbe a formare zone rigogliose di fauna e flora.In questa prospettiva la Luna avrebbe un’attrazione gravitazionale maggiore rispetto ad oggi, ed essendo in fin dei conti la Terra come una gigantesca trottola finirebbe per avere saltuari cambiamenti dell’asse che si inclinerebbe ciclicamente di 12-15° per poi tornare in condizioni verticali.

Questo spiegherebbe il perché il Pleistocene fosse caratterizzato da più glaciazioni e più deglaciazioni.Ma quest’asse terrestre, probabilmente, 12000 anni fa deve aver subito un repentino e brusco spostamento, tale da fargli assumere la sua posizione odierna: 23° d'inclinazione sull’eclittica!Fra le cause più probabili per uno spostamento dell’asse terrestre possiamo considerare sicuramente la caduta di un grosso meteorite o di un asteroide e potremmo spiegare la sua “mancanza di tracce” col fatto che la Terra è composta di due terzi d’acqua e che quindi sia possibile che sia caduto in mare, così come il meteorite che 65 milioni di anni fa, cadendo nel Golfo del Messico, provocò l’estinzione dei Dinosauri.Ma basterebbe questa considerazione a spiegare tutto ciò? Non del tutto.Un meteorite o una pioggia di loro non è del tutto in grado di distruggere un pianeta o di modificarne l’asse. C’è bisogno di qualcosa di più grande del più grande dei pianeti stessi coinvolti.Solo un corpo celeste conosciuto corrisponde alla descrizione e ci riporta al punto 4: un massiccio frammento di stella che esplode.In tal caso è bene citare che mi limito a citare e riassumere i gli studi di scienziati sicuramente più formati di me in tale tematica, senza quindi attribuirmi meriti non miei.

Da quando l’umanità ha avviato studi astronomici, gli astronomi hanno frequentemente notato la comparsa di quelle che sembrano essere stelle nuove. La parola Nova (che significa appunto nuova) fu coniata per descriverle.Ma con l'approfondirsi della conoscenza, apparve chiaro che il termine era errato. Le così dette "stelle nuove", non lo erano affatto. Erano semplicemente stelle troppo poche luminose per essere viste, ma che all'improvviso iniziavano a brillare. Ora si ritiene che le nove siano antiche stelle con un eccesso di elio negli strati esterni, che provoca un grado di espansione troppo rapido per essere contenuto. Quando ciò acca­de, brillano diverse migliaia di volte in più della loro luminosità originale in un tempo che va dai giorni alle ore. La causa del baglîore è un'emissione esplosiva di gas.Circa una dozzina di stelle diventano delle nove nella nostra galassia ogni anno.

Il processo è localmente distruttivo - la vita o qualsiasi pianeta orbitante non sopravvivrebbero - ma normal­mente non ci si aspetterebbe che si estendesse molto oltre il sistema della stessa stella. Le supernove sono qualcosa di diver­so.L'esplosione di una supernova è molto più spettacolare e distruttiva di quella di una nova. Mentre le nove aumentano in luminosità di un fattore di mille, le supernove brillano letteral­mente miliardi di volte in più.Gli astronomi non sono ancora sicuri del perché le supernove esplodano, eccettuato nel caso di stelle massicce in cui la pres­sione creata dai processi del nucleo centrale non è abbastanza da sopportare il peso degli strati esterni. Avviene allora un collasso gravitazionale e la stella esplode. Diversamente da una nova, quest'esplosione è generalmente più o meno totale, e scaglia detriti in tutte le direzioni, lasciando spesso poco più di un guscio gassoso.

La nebulosa di Crab, una delle molte bellezze dell'os­servazione astronomica, è il risultato dell'esplosione di una supernova avvenuta nel 1054 d.C. L’articolo riportato sopra è tratto dalla rivista Le Scienze ed è come un piccolo campanello d’allarme, ma quanti di noi lo conoscono?Molti astronomi hanno da tempo indicato i rischi della possibile esplosione di una supernova nei pressi del nostro pianeta. Secondo Narciso Benítez, della John Hopkins University, un simile evento è già successo almeno una volta, circa due milioni di anni fa, causando un'ondata di estinzioni. Gli astronomi hanno, infatti, calcolato che vicino alla Terra una, o più, supernova esplose più o meno contemporaneamente all'estinzione. L'idea, descritta sulle «Physical Review Letters», è supportata da un eccesso di ferro-60 osservato in alcuni strati sedimentari.Secondo gli astronomi, una struttura nota come Bolla Locale, una regione di plasma particolarmente caldo e rarefatto con un diametro di 490 anni luce potrebbe essere stata creata dall'esplosione di una serie di supernove. Le esplosioni, secondo i calcoli, sarebbero avvenute circa due milioni di anni fa, quando il gruppo di stelle al centro della bolla si trovava a soli 130 anni luce da noi. Ora, per via della rotazione della galassia il gruppo è molto più lontano. L'ipotesi spiegherebbe anche un inusuale deposito di ferro-60 osservato nella crosta terrestre in strati risalenti ad un periodo successivo alle esplosioni.

Il ferro in se non avrebbe influenzato in alcun modo la vita sulla Terra, ma potrebbe essere la firma delle supernove.”Ma nonostante queste previsioni, c’è anche chi afferma che l’esplosione di una supernova vicina alla nostra galassia sia stata molto più recente e con effetti molto più distruttivi.Nonostante solo quattro supernove sono state identificate con successo nella documentazione storica - la più recente il 24 feb­braio 1987 - queste gigantesche esplosioni stellari attualmente avvengono nella nostra galassia col ritmo di una ogni 30 anni circa. Una fu quella di Vela. In termini astronomici, Vela era situata molto vicino al nostro sistema solare a 45 anni luce di distanza. Secondo le stime più accurate, esplose tra i 14.000 e gli 11.000 anni fa.Prendendo come punto di partenza questa gigantesca esplosione stellare, diventa possibile costruire un quadro di ciò che potreb­be aver avuto luogo nel nostro sistema solare, sul nostro pianeta all’epoca del Diluvio.Verso la fine del Pleistocene, una stella esplose nella costella­zione di Vela. Enormi frammenti infuocati furono scagliati nello spazio, lasciando solo una pulsar neutronica che ruotava ad altissima velocità e che può essere ancora osservata dagli astro­nomi ai giorni nostri..Uno di tali frammenti, più grande del più grande dei pianeti conosciuti, venne scagliato dalla tremenda esplosione verso il nostro sistema solare, con una velocità eguale a quella della luce, impiegando un secolo o pochi più per raggiungerlo.

Forse si stava avvicinando quello che la tradizione biblica indica come l’Angelo dell’Apocalisse!Allora il nostro sistema solare era molto diverso dal nostro, con i pianeti che avevano orbite molto più vicine alla circonferenza esatta e magari con l’esistenza di un altro pianeta, un gigante gassoso, dove oggi vi è la fascia di asteroidi di Kuiper. Ma come collegare il tutto al mito universale del diluvio: basta semplicemente osservare gli effetti che ebbe l’intruso sul nostro sistema solare e sulla Terra e capire così perché i nostri antenati pensarono ad una punizione divina, ad una guerra combattuta nei cieli.Il primo indizio del fatto che qualcosa non andava può essere stata un'osservazione dell'intruso stesso. Come frammento supernova, il corpo potrebbe ben aver mantenuto i suoi fuochi nucleari e quindi si sarebbe presentato come una stella viaggian­te in miniatura che brillava di luce propria come il sole. Nonostante gli scienziati ora presumano che i nostri lontani antenati non possano aver sviluppato strumenti ottici che si addi­cessero ai loro interessi astronomici, le documentazioni storiche (ma la scoperta di alcune lenti ottiche sembra contraddirli) mostrano chiaramente che essi erano ben consapevoli della pre­senza dei pianeti e dei satelliti invisibili ad occhio nudo.Figura: una lente ottica trovata durante degli scavi in Mesopotamia.Gli antichi sumeri conoscevano i principi dell'ottica?Dall'uso di queste lenti per telescopi attingevano per la loro cultura astronomica?L'abilità di osservazione, con tutta probabilità, permetteva loro di indivi­duare l'intruso che si avvicinava. Il frammento di supernova, nella sua folle corsa nel nostro sistema solare dovette arrecare danni imponenti a Saturno, Uranio e Venere, colpendoli e frammentando le loro lune Ma anche se le cose non sta­vano così, gli astronomi dell'antichità non pos­sono non aver notato l'esplosione che diede vita alla Fascia di Kuiper, probabilmente impattando un pianeta allora esistente e presente in tutte le tradizioni astronomiche antiche. A quel punto, senza dubbio, una nuova stella apparve nei cieli, e ciò significava un nuovo dio.Quando un corpo celeste di grandi dimensioni si avvicina ad un altro, diverse forze entrano in gioco. Una è la forza di gravità, un'altra quell'elettrica, o, più propriamente, elettromagnetica. Nel caso che stiamo esaminando, un altro fattore può essere stato il semplice scambio di calore.

Infatti, è assolutamente possibile che il frammento di Vela bruciasse proprio come un sole.Chiaro è oramai che l'intruso deve essere alla fine giunto così vicino alla Terra da passare all'interno dell'orbita lunare. Questo è l'unico tipo di approccio che avrebbe permesso che la Luna fosse forzata all'interno di un'orbita più grande. Ma molto prima che ciò accadesse, Vela-F (come lo chiameremo d'ora in poi per comodità) avrebbe dominato i cieli notturni, per poi apparire alla luce del giorno man mano che si avvicinava.I primi ad essere stati sperimentati, con tutta probabilità, furono gli effetti gravitazionali, di quadruplice natura. Il forte campo gravitazionale dell'intruso e dei suoi nuovi compagni avrebbe:

1) disturbato l'antica orbita della Terra;

2) causato lo slittamento dell'asse planetario;

3) diminuito la velocità di rotazione;

4) creato le variazioni che sperimentiamo durante la precessione degli equinozi.

Nonostante fosse il più drammatico, il primo di questi avrebbe poi causato i minori problemi alla vita sulla Terra. Il cambia­mento nell'orbita sarebbe stato più evidente nella posizione e nella comparsa del sole, con alcune corrispondenti differenze nelle osservazioni stellari e planetarie. Ma, anche se significativo per i sacerdoti-astronomi, qualche dubbio resta su quanta attenzione la massa di persone comuni possa aver prestato a questo cambiamento. Gli altri effetti avrebbero provveduto a forni­re molte altre cose di cui preoccuparsi.Allorché l’influsso gravitazionale di Vela-F proseguiva, il guscio del nostro pianeta iniziò a spaccarsi. Le fratture furono enormi. Una è ancora visibile oggi nella Rift Valley africana: una fessura che si estende per oltre 4800 km dalla Siria al Mozambico.

La lar­ghezza della valle varia da pochi chilometri a più di 160 km.La rottura della crosta terrestre fu accompagnata da drammati­ci cambiamenti nel nucleo fuso. L'antico sistema di circolazione del calore andò completamente in panne mentre flussi di magma sotto la superficie venivano attratti sempre più verso l'intruso, allo stesso modo in cui le maree oceaniche vengono provocate dall’attrazione gravitazionale della Luna.L'astenosfera liquida non fu l'unica ad essere coinvolta. Persino la crosta rocciosa della litosfera non fu immune a questa fatale attrazione. Già sotto pressione a causa delle fratture provocate dall'inclinazione planetaria, vaste distese della litosfera iniziarono a deformarsi e collassate. Le grandi catene montuose dei giorni nostri si ripiegarono per poi risollevarsi, quasi come in un tributo di saluto al nuovo elemento comparso nei nostri cieli.L’attività vulcanica si intensificò come mai prima.

Oggi vi sono circa 1300 vulcani attivi al mondo. Allora, fiumi di lava colava­no lentamente da centinaia di migliaia di nuove fessure. I vulcani eruttavano con violenza senza precedenti. Milioni di tonnella­te di cenere bollente furono scagliati nell'atmosfera.Per darci un’idea di quello che potrebbe essere successo 12000 anni fa con un’intensa attività a livello mondiale di vulcanismo consideriamo alcuni fra i più noti casi di esplosioni vulcaniche, considerando che comunque questi sono eventi isolati e non accumulati nello stesso momento.Le esplosioni di vulcani come il Krakatoa (1883) e il Tambora, negli ultimi due secoli, hanno ricoperto di cenere l’atmosfera della terra per svariati anni, consentendoci di osservare albe e tramonti fra i più spettacolari.

Il Tambora, esploso nel 1815, provocò, grazie ai suoi circa 170 km cubici di pomici espulse, gravi danni all’agricoltura sia in Europa che in America settentrionale, dato che l’estate che seguì alla sua esplosione fu documentata come fra le più fredde, causando oltre alla perdita del raccolto anche una susseguente carestia.Si pensi che la temperatura si abbassò tanto repentinamente anche fra paesi lontani come la Svizzera e l’America, tanto che quell’anno fu denominato “l’anno senza estate”. In America nevicò in giugno e il 21 agosto un freddo gelo distrusse, come sopra detto, le colture e orti dal Maine sino al Connecticut.Nel 1783, dopo l’eruzione dello Skaptar-jokùll, in Islanda, a detta dei cronisti dell’epoca, il mondo restò oscurato per diversi mesi.La Montagna Pelèe, in Martinica, quando esplose, nel 1902, provocò una nube di ceneri più pesanti che scese a valle con una velocità superiore ai 150 km l'ora, radendo al suolo e incendiando la città di Saint-Pierre. Questa nube uccise, bruciò e asfissiò tutto ciò che trovò sulla strada, demolendo costruzioni in pietre e polverizzando quelle in legno, con una temperatura stimata vicino agli 800°C!!!!I morti accertati furono quasi 40000, insomma l’intera cittadinanza di Saint-Pierre!!!Ma torniamo al nostro ospite di 12000 anni fa.Mentre l'infuocato Vela-F si avvicinava, le radiazioni di questo secondo Sole iniziarono ad innalzare la temperatura planetaria.E non è tutto; la Terra aveva ancora molto da sopportare. Il cambiamento nella rotazione planetaria scatenò tempeste di vento di violenza inaudita.

Questi "tornado globali" erano in grado di radere al suolo intere foreste e sollevare tonnellate di polvere e detriti nell'atmosfera, che si andavano ad aggiungere alla cenere vulcanica già presente. Il mondo si ritrovò in un incu­bo spaventoso di buio sempre crescente, illuminato solo dai tre­mendi fuochi vulcanici.Mentre vaste aree della crosta terrestre si fratturavano, fiumi, laghi, mari e oceani del mondo cambiarono il loro corso, defluendo nelle valli appena create, nelle depressioni del terre­no, nei bassopiani.Con una coltre di ghiaccio in tutto il mondo che andava subitaneamente sciogliendosi, dovettero verificarsi immani inondazioni, come sono verificabili ancora oggi negli strati sedimentari del Wisconsin.Questo sarebbe anche provato dall’improvvisa caduta di salinità che colpì le acque del Golfo del Messico, guarda caso circa 12000 anni .Quest’acqua “sciolta”o per meglio dire “liberata” si dovette aggiungere alla massa liquida presente nel nostro pianeta (ricordiamo che durante l’ultima glaciazione, il livello dei mari era mediamente più basso di circa 130 metri), la quale, dapprima continuerebbe per inerzia la sua solita “corsa” nel senso di rotazione della Terra, ma quando questa invertirebbe il proprio moto, le masse liquide la seguirebbero, provocando lo stesso effetto che si può notare in un recipiente in cui si faccia oscillare del liquido.Mentre Vela-F si avvicinava, le acque degli oceani, già in movi­mento a causa della massiccia attività tettonica, iniziarono a flui­re verso nord grazie all'inesorabile attrazione gravitazionale esercitata dall'intruso. Si generarono quindi dei maremoti, ma con una potenza mai vista.Circa il 70,8% della superficie terrestre è coperto dalle acque, con una profondità media che non supera i 4 m.

La massa degli oceani è approssimativamente uno su 4400 del totale della massa della Terra. Questa gran quantità d'acqua forma ciò che gli oceanografi definiscono Oceano Mondiale. (La suddivisione in vari oceani e mari è puramente di comodità.). Fu sull'Oceano Mondiale nella sua interezza che Vela-F esercitò la sua minac­ciosa forza provocando maremoti e facendo defluire inimmagi­nabili quantità d'acqua verso nord.Quando l'azione gravitazionale raggiunse il culmine, avvenne un fenomeno non solo sconosciuto oggi, ma letteralmente incon­cepibile. Le acque della Terra iniziarono ad accumularsi, le une sulle altre, formando una gigantesca onda verticale, risucchiata verso l'immensa massa infuocata che allora riempiva i cieli.Il terrore provocato nell'umanità da questo caos improvviso può facilmente essere immaginato. In pochi giorni, la pacifica Terra si trasformò in un caos urlante di tempesta, oscurità, terre­moti e inondazioni.Le costruzioni di pietra crollarono come modellini fatti con i fiammiferi.

L'acqua s'inquinò, e i rifornimen­ti si seccarono. La terra si gonfiava e si deformava sotto ai piedi. Gas vulcanici soffocanti si diffondevano ovunque. Un'oscurità fatta di ceneri era impenetrabile anche alle torce. Vi era frastuo­no ovunque, giorno e notte.Mentre Vela-F si avvicinava, accadde un nuovo e terrifican­te fenomeno. Le forze di campo generate dalla Terra e dall'in­truso in arrivo, cercavano di bilanciare il potenziale nello scam­bio d'immensi fulmini luminosi elettrici. Dal punto di vista dei nostri antenati, questo era l'inizio di un temporale globale mai sperimentato. Forse proprio da qui nacque la tradizione dei ful­mini di Giove, scariche assassine che scuotevano il terreno con la loro violenza.E così le cose andarono avanti, col caos che si sovrapponeva al caos.

Non più in grado di sopravvivere nelle vecchie abitazioni. Le popolazioni preferirono abbandonare le città distrutte e rifu­giarsi nelle caverne o in qualsiasi altro luogo che offrisse un'ap­parenza di sicurezza. Alcuni si murarono all'interno, nella spe­ranza di sfuggire alle saette ed alle tempeste. E Vela-F si stava ancora avvicinando.Non ci fu una collisione diretta, altrimenti il pianeta Terra non sarebbe sopravvissuto. Una porzione di supernova in grado di distruggere un pianeta gigante oltre l'orbita di Marte non avreb­be avuto alcuna difficoltà a distruggere il nostro. Come Fetonte e il suo cocchio, la massa infuocata di Vela-F si avvicinò, in ter­mini astronomici, fino a sfiorare la Terra già torturata, e poi si precipitò avanti verso Venere e il Sole. Ma uno o più dei fram­menti che lo accompagnavano, staccatisi dal corpo del pianeta esploso oltre Marte, superarono il Limite di Roche ed esplosero. Il grande bombardamento meteoritico della Terra ebbe inizio.Il bombardamento di meteoriti può essere stato ciò cui qui ci si riferisce con grandine, anche se, come vedremo, può esser­ci stata anche una fonte propriamente letterale per questa descri­zione.

La caduta di un massiccio meteorite è certamente imper­sonata nella leggenda di un angelo che scaglia un macigno. Non sorprende il fatto che l'autore parli di un nuovo cielo e di una nuova Terra. L'antico ordine planetario del nostro sistema sola­re era stato spazzato via dall'intruso proveniente da Vela e la superficie del nostro pianeta aveva cambiato aspetto per sempre. Persino i mari conosciuti erano fluiti verso bacini diversi. Ma forse non per molto. Nell'Apocalisse 12 e 14 è scritto:E allora il serpente gettò fuori dalla gola come un fiume di acqua... e la Terra spalancò la sua bocca e divorò il fiume che il dragone aveva getta­to dalla sua gola... E udii venire dal cielo un urlo paragonabile alla voce delle grandi acque...L'apocrifo Libro di Enoch insiste che questi eventi siano accaduti in un periodo in cui «l'Arca galleggiava sulle acque». Non sarebbe possibile che il cataclisma generato da Vela-F fosse in qualche modo connesso con il diluvio biblico?L'inclinazione dell'asse tero L'estremo nord cominciava a raffreddarsi. L'inclinazione del­l'asse terrestre l'aveva improvvisamente strappato alle antiche zone temperate e al calore del Sole.

Con i vulcani di tutto il mondo che vomitavano cenere e altre sostanze inquinanti nel­l'atmosfera, il calore e la luce del Sole non riuscivano a filtrare, nonostante l'intruso stesso aggiungesse le proprie radiazioni a quelle del Sole e l'attività tettonica aumentasse localmente il calore del globo. Il risultato di quest'insolito insieme di circo­stanze - in particolare la collezione di goccioline d'acqua intor­no alle particelle atmosferiche - fu la pioggia; un diluvio immenso frustato da venti costanti che avevano la forza degli uragani. Questa pioggia, che sulle regioni settentrionali era diventata neve, è la realtà che sta dietro il familiare racconto biblico:Allora Iddio disse a Noè: «La fine di ogni mortale è giunta dinanzi a me, perché la Terra è piena di violenza per causa loro; ecco io li sterminerò insieme alla Terra... poiché fra sette giorni io farò piovere sulla Terra per quaranta giorni e quaranta notti, e sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri che ho creato».Ma anche se il diluvio precedette l'inondazione, di certo non ne fu la causa.

Ciò che accadde fu infinitamente più drammatico e distruttivo di qualsiasi lento sollevarsi delle acque. Torniamo per un attimo a quanto detto sopra circa le acque del globo e il loro cammino distruttivo.Nelle terre settentrionali di un mondo spazzato dalle piogge, le acque del pianeta, intrappolate, iniziarono a liberarsi. L'onda verticale si ruppe. Come l'intruso celeste scomparve, la vera ­inondazione ebbe inizio.Immense ondate gigantesche, che, alte da poche decine a centinaia di metri, percorrerebbero tutto il globo e si abbatterebbero sulle coste e penetrerebbero sino all’interno (i famosi tsunami) abbattendo, distruggendo e ricoprendo tutto ciò che incontrano.Anche qui, come sopra per le eruzioni vulcaniche, apriamo un piccolo spiraglio analizzando gli effetti di alcuni dei maremoti più famosi, al fine di comprendere meglio quale immane disastro dovette accadere circa 12000 anni fa.I tsunami non si sollevano come creste, come fanno le onde normali, ma si spostano uniformemente come un unico muro, gigantesco, d’acqua, con acqua ancora più alta dietro di loro. Infatti, dopo la prima ondata, anche a distanza di minuti, è molto probabile che ne arrivino altre, altrettanto letali.Il tsunami che seguì il terremoto di del 1896 a Sanriku, in Giappone, fu registrato a San Francisco (a 8000 km di distanza), dieci ore dopo.

Esso si propagò ad una velocità di circa 800 km l'ora e si abbatté a Sanriku con un‘onda alta 33 metri. Milioni di tonnellate di acqua si abbatterono sulla cittadina, penetrando per centinaia e centinaia di km all’interno, uccidendo circa 27000 persone!Il 1 aprile del 1946, gli abitanti della cittadina di Lauapahoehoe (Hawaii) osservarono un fenomeno insolito: le acque dell’oceano si ritiravano. Ma non era né uno scherzo (vista la data) né un nuovo esodo biblico. Molti di loro, incuriositi, andarono sul fondo marino oramai all’asciutto, dove molti pesci agonizzavano. Ma all’improvviso un mostruoso muro d’acqua si precipitò verso loro, come una locomotiva a vapore lanciata a folle corsa, distruggendo edifici e spazzando via persone e piante come fossero fuscelli. Ancora oggi questo è indicato come il più grande tsunami di questo secolo.Una frana causata da un terremoto provocò, in Alaska, nel 1958, un’onda anomala, dovuta alla caduta di circa 80 milioni di tonnellate di materiale, alta circa 530 metri. Un effetto simile a quello che si è potuto osservare nel 2003 a Stromboli.Il terremoto in Cile nel 1960 provocò tsunami alti fra i 4 e 5 metri che inondarono le città e distrussero porti, navi e edifici, per poi ritirarsi e lasciare il posto ad una gigantesca onda alta quasi 10 metri alla velocità di 125 km l'ora.Dietro di essa arrivarono altre onde ma non trovarono più niente da distruggere.

Il numero di cileni morti venne quantificato in più di un migliaio. Ma questo è niente perché onde concentriche si irradiarono in tutto il Pacifico, spianarono Hilo (Hawaii), devastando circa 230000 km quadrati e uccidendo 6000 persone. Ancora non del tutto sazia, nella sua corsa omicida, l’onda continuò il suo percorso e, quasi un giorno dopo, andò a portare morte e distruzioni nelle isole giapponesi di Honshu e Hokkaido, uccidendo circa 180 persone.L’esplosione del Krakatoa generò onde sismiche alte fino a 40 metri che uccisero più di 40000 persone, non direttamente sull’isola, che era disabitata, ma allorquando onde gigantesche colpirono ripetutamente l’isola di Sumatra e Giava.Una nave olandese, la Berouw, fu trasportata sino ad un chilometro e mezzo all’interno dell’isola di Sumatra. La cittadina di Merak che aveva subito pochi danni alla prima serie d’ondate, venne colpita da un’onda che, all’inizio alta 15 metri, grazie al fatto che accumulò acqua su acqua, penetrando nella stretta baia, divenne ben presto alta più di 40 metri!!

Quest’immane muro d’acqua, composto di milioni e milioni di tonnellate liquide, si abbatté su Merak cancellandola completamente con tutta la popolazione.Nel 1992 il villaggio di Riangkroko fu colpito da un‘onda stimata alta circa 22 metri. Alcune delle 263 persone che morirono lì e nei villaggi limitrofi furono trovati, cadaveri, appesi sugli alberi.In tempi più recenti (1994) Giava e Bali furono colpite da un tsunami alto circa 5 metri a Giava e ben 15 a Bali, uccidendo circa 200 persone.Il terremoto di Lisbona (1755) provocò un‘onda anomala (testimonianze dicono anche alta 15 metri) che insieme al sisma contribuì ad uccidere circa 60000 persone e i cui effetti si ripercossero anche su Madeira, al nord dell’Inghilterra, a sud dell’Africa (le città di Fez e Meknes furono gravemente danneggiate), fino al Nordamerica e ai Carabi.La storia dell'inondazione, da come appare nel Corano, è più vicina ad una realtà del genere, in quanto ci dice che l'arca cer­cava di farsi strada tra onde alte «come montagne». Quando il figlio decise di cercare rifugio fuori dell'Arca, Noè lo avvertì che non avrebbe trovato riparo alcuno in nessun luogo, perché questo sarebbe spettato solo a coloro cui Dio avrebbe conces­so la grazia, e rimase a guardare impotente mentre questi veniva trascinato via da un'altra ondata. Non è questa, chiaramente, una descrizione di acque che s'ingrossano lentamente, con la furia della rabbia di Dio.Immenso flusso d'acqua che tornava dalle terre nordiche deve essere iniziato lentamente, aumentando sempre più allorché l'at­trazione onale diminuiva.

Quando l'onda verticale si ruppe, il flusso divenne Fu proprio il muro d'acqua a sollevare gli erratici. Nel 1877, una tempesta nella Scozia settentrionale sollevò onde abbastan­za potenti da trascinar via un molo del peso di 2600 t, perciò sono pochi i dubbi sulla capacità di quest'incommensurabile massa d'acqua di spostare immensi carichi per grandi distanze. Questa gigantesca inondazione non aveva il problema fisico dei ghiacciai nell'arrampicarsi su per colline e montagne: le som­merse semplicemente come un'onda immensa, depositando detriti sulle facce settentrionali e spesso mimando l'erosione del ghiaccio sugli strati rocciosi. Allorché le acque fluivano a riempire nuovi mari e nuovi ocea­ni nei bacini appena formatisi su una Terra tormentata, l'umanità emerse dal peggior incubo mai vissuto e si ritrovò in un mondo desolato e distrutto. I miti dei popoli scandinavi, del Vicino Oriente, del Nordamerica, ricordano l'avvenimento. Vi era fango ovunque. La lussureggiante e abbondante vegetazione dell'Età dell'Oro non esisteva più. La maggior parte della Terra era stata resa sterile dalla lava. Intere foreste erano state rase al suolo dall'uragano planetario. Neanche il fango era fertile.

Mentre le acque si prosciugavano, i sopravvissuti notarono il bianco manto di sale.Il diluvio che inzuppò le latitudini meridionali cadde sotto forma di neve nelle terre settentrionali. Lo slittamento dell'asse terrestre aveva portato le antiche zone temperate, con le foreste ampie, le pianure fertili e la cacciagione, nella fredda oscurità della notte artica. La transizione fu brutale. In Siberia, i mammut furono congelati in un batter d'occhio sul posto, con l'erba del loro ultimo pasto ancora mezzo digerita nello stomaco.Quando i mari e gli oceani del globo furono inesorabilmente tra­scinati verso nord, il volume d'acqua e il calore latente che conser­vavano garantirono che non gelassero. Ma una volta che Vela-F passò oltre, che l'onda verticale si ruppe e l'Oceano Mondiale defluì di nuovo verso sud, i resti settentrionali della grande pri­mordiale inondazione si solidificarono subito sotto forma di ghiaccio.Quando le acque dell'alluvione si ritirarono, il nuovo ambiente era estraneo e brutalmente ostile all'uomo. Nei climi più freddi, il naturale congelamento trasformava il paesaggio in un frigori­fero di carcasse da mangiare, ma nelle regioni temperate questa moltitudine di cadaveri - animali e umani - sparpagliati per il nudo e fangoso paesaggio iniziò presto a putrefarsi con un conseguente insopportabile fetore e un sempre maggior rischio di diffusione di malattie. Solo il drammatico calo nelle presenze umane, ed animali, impedì la diffusione della peste come nel Medioevo. L'umanità ora si stipava in piccole ed isolate comu­nità.

La mancanza di una vera e propria fauna animale che consentisse sia la cacciagione che una sorta di nomadismo costrinse le poche comunità createsi a cercare maggior sostentamento dalla terra stessa, scavando radici e piantando nuove colture. La presenza, per molto altro tempo ancora, di acque nelle pianure e il susseguente impoverimento delle stesse, dovuto al massiccio fangoso sulle terre colpite dall’inondazione, costrinse gli uomini a sviluppare l’agricoltura nelle zone alte dei monti, fatto incontestabilmente bizzarro se non si vede da quest'ottica, ricollegandoci così al punto 5.Infatti, inizialmente, la zona di sviluppo dei vegetali più coltivati è situata nella zona compresa fra i 20 e i 45° di latitudine Nord, zona in cui sono presenti le maggiori catene montuose, dall’Himalaya all’Hindu Kush, dai Balcani agli Appennini, mentre nel continente americano corrisponde ad una zona longitudinale comunque conforme alla direzione delle grandi catene montuose.

Nelle piccole comunità, formatisi dopo la tragedia, forse la sera ci riuniva intorno ai fuochi, che servivano a scaldarsi soprattutto nelle fredde stagioni invernali che mai prima l’uomo aveva conosciuto, e i vecchi solevano raccontare e tramandare oralmente quello che loro o i loro antenati avevano visto in quei terribili giorni e alle domande dei giovani che, curiosi, chiedevano il perché, essi, non potendo dare una certa risposta, alzando gli occhi al cielo, non potevano far altro che affermare che era stato il volere degli dei. Dei irati che avevano voluto punirli per non meglio precisate colpe, forse perché all’apice della loro civiltà avevano cercato di sostituirsi agli stessi dei o quanto meno li avevano ignorati, chiusi in un guscio di superbia.La grande civiltà marittima ipotizzata da Hapgood e da Platone era scomparsa, forse, come lo stesso Platone affermava, nelle nuove profondità di un Atlantico postdiluviano, o semplicemente sommersa sotto le coltri di ghiaccio che intrappolavano terre un tempo ricche e rigogliose.Ma era nato il mito del Diluvio Universale.

Antonio Mattera, residente ad Ischia (NA)

Articolista ,ricercatore e collaboratore del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria

indirizzo e-mail: cojmat@tin.it

                                                                                                                                    

Deformazioni Craniche: antichi culti per antiche razze?

Chi segue con simpatia e interesse le pagine di questo sito ha potuto osservare come la tematica di una possibile genesi dell’uomo alternativa alla predominante teoria dell’evoluzione darwiniana, si sviluppi attraverso l’esame di tutte quelle prove che sembrano non tanto indicare una nuova matrice per il genere umano, aliena o meno, ma soprattutto tali da destare più di un interrogativo.

Credo che sia importante non tanto affermare le proprie verità, che in fin dei conti sono sempre soggettive, ma soprattutto informare la massa di alcuni aspetti che potremmo definire “controcorrente” rispetto al solito indottrinamento scientifico e storicocui siamo assuefatti sin dalla nostra infanzia scolastica.In altri articoli ( alcuni dello stesso autore di questo) presenti in questo sito abbiamo cercato di far comprendere come miti quali comequelli della creazione o come quello del diluvio ( per antonomasia i il “mito” in assoluto) siano per altro non soggetti a particolari restrizioni geografiche o particolar retaggio di una sola cultura, ma bensì facciano parte delle “memorie” dei popoli di tutto il mondo, senza distinzione di razze o confini geografici (mari, monti) che ne impediscano la diffusione.

Conoscenze come quelle astronomiche o agricole paiono essersi diffuse equamente in tutto il nostro pianeta, componendo le basi per la nascita e lo sviluppo di antiche grandi civiltà (Sumeri, Egizi, Maya, Incas, Aztechi etc), e in alcuni casi, come per le cognizioni in campo agricolo, paiono essersi diffuse contemporaneamente, in modo tale da far sembrare l’intera faccenda non un semplice caso di casualità.Dai sumeri agli egizi,dai maya agli aztechi per finire ai popoli della Polinesia e ai popoli nordamericani, le leggende di antichi semi-dei civilizzatori sembrano essersi diffuse equamente per tutto il globo, conservando, a dispetto di evidenti differenze antropologiche, gli stessi connotati per tutte queste culture: pelle bianca, capelli biondi, barba fluente, provenienza dal mare, ritorno al mare, superstiti di un’antica grande civiltà.

Costruzioni megalitiche e forme abbastanza simili fra loro ( aventi quella piramidale come soggetto) sembrano appannaggio di tutte le grandi culture, e ancora oggi sono oggetto di meraviglie per tutti noi, ancor incapaci di spiegarci come e perché blocchi pesanti tonnellate siano stati spostati, collocati e manovrati con tanta perizia, senza la dovuta conoscenza tecnologica di cui ci avvaliamo noi, in questo secolo.Se tutto questo non basta ancora a scalzare l’insieme di questi fatti dalla semplice allusione, tanto cara agli scienziati dogmatici, di una pura e semplice “coincidenza culturale” allora vorrei affrontare un nuovo argomentoche ancora una volta ci pone dinanzi ad alcuni interrogativi: alcuni popoli, dislocati in varie parti del mondo, hanno avuto, in passato, una stessa matrice cognitiva, una stessa sorgente di conoscenza? Un’antica razza, da noi antropologicamente diversa, ha regnato e diffuso il suo sapere per tutta la Terra, in un’epoca oramai dimenticata?

E se questa razza è esistita davvero, era di natura terrestre?In cosa consiste questo ulteriore rebus storico è presto detto: dall’Egitto alla piana di Merida in Perù, dai templi maltesi di Hal Saflieni passando per le rappresentazioni statuarie dell’Isola di Pasqua, in tutto il mondo antico pare vivo il ricordo di un’antica razza dalla patologia cranica abbastanza anomale.In varie zone del mondo sono stati trovati teschi anomali caratterizzati da forti allungamenti della calotta cranica, dovuti,a detta degli studiosi,a sistematici bendaggi e stoccaggi, sin dalla tenera età dell’infanzia, a cui venivano sottoposti gli antichi possessori di questi crani, il tutto a scopo rituale, di iniziazione, matrimoni, riti solari o punizioni per crimini.

Naturalmente in tutti i casi in cui tali crani siano stati deformati artificialmente il tutto viene facilmente spiegato con le cause sopra citate, ma è sempre da precisare che comunqueerano pratiche che comportavano dolori terribili a chi le subiva, provocando a volte, sicuramente ,anche danni di natura cerebrale e motoria.Allora viene spontanea una domanda :perché si adottavano tali usanze? E perché tale usanza pare diffusa in tutto il mondo? E’ anche questa una coincidenza culturale?

Mode e tendenze oggigiorno si susseguono a ritmo vertiginoso, grazie ai mezzi di interscambiabilità comunicativa di cui possiamo disporre, quindi mode come il piercing, il tatuaggio, i pantaloni a zampa di elefante, i capelli e le basette lunghe e quant’altro ancora, rapidamente hanno caratterizzato determinate epoche e altrettanto rapidamente sono stati sostituiti da nuovi elementi. Se però questo discorso di accettazione di massa di una nuova tendenza può valere per la società di oggi, favorita dai grandi mezzi di comunicazione, il discorso diventa più arduo quanto, guardando indietro al passato e retrodatando l’orologio del tempo di millenni di anni, osserviamo che anche l’epoche antiche pare non siano state immuni da alcune “tendenze”.Una di queste è, per l’appunto, la deformazione cranica, i cui probabili scopi abbiamo citato prima.

Crani deformati artificialmente, in modo tale da presentare evidenti deformazioni di allungamento della calotta cranica, sono stati rinvenuti ad Ica e Merida, in Perù, ma è altresì evidente che anche presso gli egizi, al tempo del faraone “eretico” Akhenaton, fosse di uso comune, mentre i crani allungati ritrovati nel sito megalitico di Hal Saflieni, in Malta, meritano un discorso a parte. In questo elenco potremmo citare persino i famosi “moai” dell’Isola di Pasqua, che pur essendo solo rappresentazioni statuarie, mostrano chiaramente teste dalla strana conformazione cranica.

Crani anomali vennero ritrovati in Perù dall’archeologo Henry Shapiro, mentre crani che dimostrano una insospettabile capacità cranica sono stati ritrovati sia in kenya che a Merida.Ora dobbiamo fare alcune considerazioni partendo dal presupposto che tali crani siano deformati artificialmente, in modo tale da rendere ancora più chiaro il paragone fatto dall’autore con le “tendenze moderne”.L’usanza di allungare il cranio, anche se per scopi che possono variare dal religioso al punitivo, essenzialmente rappresenta, così come il piercing e altre tendenze odierne, una “moda”, un modo di essere o rappresentare. E’ ben risaputo, d’altronde, che per nascere una moda c’è bisogno altresì di un “modello”, cioè di un qualsiasi spunto iniziale che diavita a tale tendenza. Ora,quale è stato il modello che ha spinto gli antichi popoli della terra ad adottare una pratica tanto dolorosa, e ben osservando, anche alquanto antiestetica, come la deformazione cranica? E come ha fatto questo modello a diffondersi nei quattro angoli del globo, senza poter, a quanto pare, tali popoliaver alcun scambio interculturale fra loro?E’ possibile che i popoli antichi cercassero, con tale usanza di rappresentare un’antica razza dominante su questo pianeta?E se questa razza è effettivamente esistita era di matrice terrestre?

Calma,cerchiamo di rispondere con ordine.Benché la scienza ortodossa tenda a spiegare la presenza di questi teschi allungati come il frutto di antiche pratiche tribali atte a deformare la calotta cranica, non sempre tale spiegazione sembra essere convincente, almeno non quanto ci si trova dinanzi a crani che di umano hanno ben poco o che comunque non recano su di essi le tracce che eventuali deformazioni artificiali lascerebbero.Durante il suo viaggio intorno al mondo, Robert Connolly ebbe la possibilità di soggiornare nelle località di Ica (Perù) e Merida (Messico), dove per caso gli si presentarono dinanzi numerosi crani deformi e di enormi dimensioni. Quando alcune fotografie dei crani furono rese pubbliche, la maggior parte degli studiosi ritenne che essi fossero stati ottenuti mediante una fasciatura della testa, particolarmente in voga nel continente africano e sudamericano.Questa teoria però non è convincente, in quanto la capacità di un cranio rimane invariata prima e dopo la deformazione, mentre i crani in questione presentano una capacità maggiore rispetto a quella di un cranio normale. I crani sembrerebbero piuttosto appartenere a specie completamente sconosciute, lievemente simili al genere homo. I dati su questi reperti non sono completi e non si conosce con esattezza la loro età.Naturalmente potremmo considerare l’ipotesi che si tratti solo di una mostruosa deformazione, ma l’insistenza con cui vengono ritrovati questi crani e la peculiarità di alcune rappresentazioni pittografiche in cui sono rappresentati, pare che dimostrino l’ effettiva esistenza di una particolare razza.Infatti, passando dalle americhe all’Antico Egitto e visionando i numerosi affreschi che rappresentano il faraone eretico Akhenaton e la sua famiglia, vediamo che tale deformazione è ampiamente messa in risalto, e sicuramente non riguardante solo un possibile copricapo.Il mistero si fa più fitto allorquando possiamo notare che lo stesso Akhenaton pareltri requisiti fisici alquanto “strani”.Il modo in cui è rappresentato mostra, sicuramente , tratti femminili, quali ampio bacino, cosce tornite e caviglie sottili, seni floridi. Naturalmente tali “deformazioni” potrebbero essere spiegate con una rara malattia deturpante nota come “sindrome di Frohilich”. Questa malattia è causata da un danno alla ghiandola pituitaria e porta alla sterilità.Ma qui sorge un dubbio: avendo questa malattia un decorso dall’infanzia non si spiega come mai lo stesso Akhenaton abbia avuto ben sei figlie, denotando quindi un più che accettabile andamento sessuale; d’altronde,le stesse raffigurazioni delle figlie di Akhenaton, con l’invariabile calotta cranica allungata, paiono essere la prova inconfutabile che fossero sue figlie naturali.Siccome la deformazione cranica artificiale porta invariabilmente a grossi disturbi dell’apparato motorio e psichico è molto improbabile che lo stesso Akhenaton ne fosse stato oggetto dall’infanzia, poiché di certo ne avrebbe precluso una efficienza tale da permettergli di essere un pur valente faraone.D’altronde se lo stesso Akhenaton fosse stato colpito da giovane dalla malattia sopra citata, sarebbe stato sì possibile una deformazione cranica (maturata in giovane età prima che l’ossatura si indurisse) grazie ad un accumulo nel cervello di fluidi, accumulo che però, come nel caso di una deformazione voluta ad arte, avrebbero creato grossi sconquassi nell’equilibrio mentale e motorio della persona.La stessa regina Nefertiti, moglie di Akhenaton, viene rappresentata col collo lunghissimo, le labbra carnose e il cranio enorme e la mascella sporgente.

Potremmo anche considerare queste rappresentazioni come semplici iconografie religiose , atte a mostrare attributi divini (ma niente affatto veritieri) dei sposi reali. Potremmo anche spiegare l’esistenza di queste particolari raffigurazioni considerando una realtà androgina dello stesso faraone, e il suo voler attribuirla ad una bivalenza sessuale del suo dio, Aton, il quale era per l’appunto uomo e donna, madre e padre al contempo. Questo potrebbe anche spiegare perché dopo millenni di politeismo, Akhenaton compia questa rivoluzione religiosa ponendo come unico Dio, Aton, il Disco del Sole. Anche il figlio di Akhenaton , il celeberrimo Tuthankhamon, (anche se su questa paternità vi è più di un dubbio) mostra questa particolarità cranica. Questo è stupefacente se pensiamo che l’immagine del più celebre faraone che noi conosciamo è quella che ci viene data dalla famosa maschera in oro che venne ritrovata nel sepolcro. Ma la mummia vera del faraone-bambino mostrava un volto molto diverso e dal cranio dolicocefalo, quindi l’opinione più diffusa, dato anche alcune incongruenze notate sulla maschera, è che la stessa maschera fosse stata adattata, in fretta, al sarcofago reale, ma, di fatto non appartenente allo stesso Tuthankhamon!Anche il noto Emery, egittologo, trovò a Saqquara alcuni crani dalle evidenti deformazioni;oltretutto gli scheletri a cui appartenevano tali crani, dopo un attento esame, mostrarono la presenza di capelli chiari ed un’altezza superiore alla norma. Lo stesso studioso associò tali individui al culto popolare degli Shemsu-Hor, i mitici primi regnanti semi-dei dell’Egitto, nelle epoche pre-dinastiche. Una razza che, forse, in seguito, incominciò ad accoppiarsi con le donnedel ceppo umano a noi simile, finendo, nel giro di alcune generazioni, a perdere quel patrimonio genetico peculiare della loro stirpe (cranio allungato, altezza superiore alla norma, capelli chiari etc) ed assimilando sempre più il DNA umano. Forse erano loro i mitici giganti Nephilim che si unirono alle donne dell’uomo, come cita la Bibbia. Forse dalla loro unione con alcune donnedel Cro-Magnono di un’altra primitiva razza umana, è nato l’insieme di caratteri genetici che hanno dato vita alla nostra specie?Domande difficili da rispondere ma altamente intriganti.

Oppure Akhenathon, Tuthankhamon e tutte le altre personea cui appartenevano questi crani e le altre caratteristiche fisiche così particolari potrebbero essere alcuni dei pochi discendenti di un’antica razzadi eletti, persone che avevano effettivamentemarcate differenze fisiche, rispetto agli altri uomini del tempo e che provenivano da un misterioso luogo di culto antico: Hal Saflieni,in Malta.E’ proprio in Malta, nell’ipogeo megalitico di Hal Saflieni (datato molto più antico delle Piramidi egizie di Giza, circa tra il 4100 e il 2100 a.C.) che vennero rinvenuti, anni fa, alcuni teschi dalle strane anomalie craniche.Alcuni di questi crani, facilmente distinguibili da quelli allungati artificialmente, avevano una caratteristica peculiare: la mancanza di quella che viene chiamata “sutura mediana”, fattore che provocò “naturalmente “l’allungamento del cranio nella zona occipitale. Di fatto ,l’usanza attraverso bendaggi strettidi schiacciare le ossa superiori del cranio, fa sì che esse restano permanentemente separate creando un “avvallamento dolce” sulla sommità del cranio. Tra l’altro, la mancanza di questa sutura mediana impedisce al cervello di espandersi uniformemente , ma , anzi, di lo costringe ad espandersi nella zona occipitale, alterando di conseguenza la conformazione cranica. Questa marcata dolicocefalia naturale in questi elementifaceva il paio con teschi, di età più recenti che altresìportavano chiari segni di intervento artificiale sui crani, protrattisi forse dall’infanzia.

Chi era questa misteriosa razza dal cranio deforme? Non è possibile dirlo, quello che è sicuro che col trascorrere delle epoche, i successivi abitanti di Malta sentirono il bisogno di rappresentare tali elementi e, a costo di stoiche martirizzazioni del loro corpo, iniziarono a deformare i crani dei loro figli, così come successe in Egitto e in altre parti del mondo, a imprimitura memoria.A circa 170 km da Chihuahua, nel Messico settentrionale, verso la fine degli anni’30, una ragazzina americana, in gita con i genitori, trovò uno scheletro completo avvinghiato ad un altro scheletro, all’apparenza terribilmente deforme. Mentre il primo scheletro era chiaramente umano,il teschio di questo secondo individuo presentava particolari morfologici che non possono essere del tutto definiti difetti genetici, ma nemmeno deformazioni congenite o indotte. La capacità celebrale è di circa 200 cm cubi maggiore rispetto alla norma. Il teschio è inoltre leggero e ciò fa pensare ad una diversa costituzione delle ossa che lo compongono. Una TAC, effettuata recentemente mostra che nessuna delle suture del cranio si è saldata nella crescita, come avviene nelle deformità congenite, e il teschio possiede cavità orbitali più piccole a dispetto di cavità uditive maggiori rispetto ad un essere umano.La dentizione, studiata attraverso quello che rimane della mandibola, ha fatto propendere per la tesi che l’individuo in questione addirittura potesse usufruire di 3 dentizioni nell’arco della sua vita (l’essere umano passa solo 2 fasi di dentizione che vanno dalla primaria alla secondaria che comincia normalmente verso i 6 anni) dato che il molare presentava tre radici.La tradizione popolare del Messico parla di dei scesi dal cielo molti secoli prima portando agli abitanti locali le loro conoscenzein tema di matematica, di astronomia e del modo migliore di vivere in sintonia con la natura. Questi dei si unirono alle donne umane e prima di lasciare la terra promisero di ritornare, un giorno.

Forse i due scheletri trovati appartenevano uno ad una mamma umana, ingravidata dal dio celeste, e l’altro al suo piccolo, in un patetico abbraccio in una sorta di omicidio-suicidio, al fine di proteggersi da qualcosa o qualcuno? Difficile da dirlo; come per i fantomatici crani allungati sopra discussi, di certo c’è che qualcosa, qualcuno, ha spinto, ad un certo punto del suo cammino storico, l’uomo a rappresentare su se stesso, a costo di dure costrizioni fisiche, una razza di cui noi non siamo a conoscenza. Parlare di coincidenza culturale mi pare francamenteun arrampicarsi sullo specchio, il problema è solo nel ritrovare e classificare il “modello”, evitando facili insabbiamenti, che precludono, di fatto, la conoscenza aperta di questa tematica.Probabilmente questi individui dalle caratteristiche craniche anomale appartenevano ad una razza altamente sviluppata, non necessariamente di natura aliena, che, entrata in contatto con i nostri primitivi progenitori, aveva assunto un ruolo predominante nelle civiltà all’epoca ancora preistoriche, diventando, grazie alle loro immense conoscenze, la guida dei vari popoli con cui entravano in contatto, assumendone il controllo religioso e politico e diventando ben presto dei “semi-dei”. Questo antico ceppo si diffuse dal Medio Oriente all’Egitto, sino all’Asia e alle Americhe e si mescolò, tramite accoppiamenti sessuali, alla nostra primogenia, perdendo così in un certo lasso di tempo queste proprie caratteristiche. Forse Akhenathon fù uno degli ultimi suoi diretti discendenti e cercò di rifondare un antico culto proprio di questa razza, dando vita alla rivoluzione religiosa più nota nella storia antica prima di Cristo. Ecco che un’altra volta il cerchio della storia unendosi a quello del mito si richiude su se stesso: i teschi allungati, i semi-dei egizi (Shemsu-Hor) o quello mesoamericani ( i Figli delle Stelle), i Nommo sumeri e i Nephilim ebraici, tutto in un unico crogiuolo.Ancora una volta il mito potrebbe essere solo una lontana, fantastica, inaccettabile (per la scienza) verità.

Lascio decidere a chi avrà avuto la pazienza di seguirmi sino a quest’ultimo rigo.

Mattera Antonio

Indirizzo e-mail:cojmat@tin.it