Fantasmi

L'Angelo della tangenziale                                     Il fantasma aiutatore

Gli spettri di Versailles                                           Misteriosi racconti

L'apparizione dal muro                                          Il fantasma che chiama

La sentinella fantasma                                           Il Faro del fantasma Burlone

Il fantasma rumoroso                                             Lungolago

                                                                                                                                        

Lungolago

Mariella  era uscita con la sua macchina nuova, una  decappottabile bianca, e stava correndo  allegramente, con i capelli al vento, sulla strada del lungolago. Era  contenta  della  sua  nuova  macchina, l'aveva  ritirata  solo il giorno prima  e si stava godendo  la  corsa nella soleggiata mattina di primavera, quando, in  un  punto  in cui la strada  era  più larga, un colpetto di clacson l'avvisò che qualcuno stava  per sorpassarla. Nel momento in cui l'altra macchina le si affiancò le  venne spontaneo voltarsi, e vide una sportiva, grigio metallizzato. Al volante c'era un  bellissimo ragazzo bruno con  gli occhi azzurri, che, girato verso di lei, le sorrideva.Istintivamente. Mariella  restituì il sorriso e il giovane prosegui  la sua corsa. Appena passata  una curva Mariella ritrovò la macchina  che  l'aveva  sorpassata e che ora aveva rallentato l’andatura, come se l’aspettasse.Per un poco Mariella la seguì e vide  più  volte gli occhi del ragazzo riflessi  nello  specchietto retrovisore  mentre  la guardavano. Quel viso lei lo aveva già visto, ma non riusciva a ricordare dove. Non appena la strada lo consentì, Mariella si accinse  a sorpassare a sua volta e quando si trovò affiancata  si  voltò, coinvolta da quel gioco che sembrava  così  divertente. Vide  il bel viso che le  sorrideva ed  improvvisamente  si ricordò chi era quel  ragazzo. 

Era John Steel, il corridore automobilista, famoso in  tutto  il  mondo. Molte volte  lo  aveva  visto  fotografato  su riviste o in  televisione,  vicino  al suo  bolide da corsa, sempre attorniato da  qualche  bella ragazza o si era entusiasmata seguendo una sua gara, che vinceva sempre.Mariella si senti lusingata di avere suscitato l'interesse di John,   così rallentò l'andatura, per continuare  quel   piacevole gioco. Il  trucchetto riuscì,  perché di lì a poco  sentì un  colpetto  di  clacson e John  la  sorpassò  ancora, girandosi a sorriderle e facendole anche un cenno con la mano, poi corse via. Mariella  era certa che lo avrebbe  ritrovato  dietro  alla  prossima curva, e così fu. Ecco  infatti  la  macchina  di  John davanti  a lei, e di  nuovo andava adagio. Mariella  attese  di trovare un  punto  della  strada  adatta per il sorpasso e appena lo trovò si  accinse a  superare  la macchina e, come prima, si voltò  per sorridere a John e ricambiare il segno di saluto. Ma  al volante dell'  auto, con  sua grande  sorpresa, non c'era John, ma un signore di mezza età, piccolo e insignificante, che guidava  guardando fisso davanti a sé, e che non si voltò.La ragazza  rimase  così sbigottita  che quasi si dimenticava  di tornare sulla sua corsia, e lo fece  appena  in tempo per evitare un incidente. Ma  come  era  possibile ? Cosa era successo ?

 Eppure  era  sicura  di  non avere avuto le traveggole,  aveva veramente visto John Steel, non lo aveva sognato.Mariella intanto era arrivata al piccolo paese  sulla  riva del lago. Posteggiò la macchina e, perplessa e  confusa,  si diresse verso la piazzetta dove automaticamente comperò il giornale, andò a sedersi al tavolino di un bar  e ordinò un caffè. Aperse il giornale e dalla prima pagine le sorrise il bel volto di John Steel, in piedi, vicino al suo bolide. L'articolo diceva che il pilota era morto tragicamente il giorno prima in un incidente, durante le prove del Gran Premio.

Di Annamaria “Lilla” Mariotti lilla.mariotti@alice.it Sito www.ilmondodeifari.com

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Il Faro del fantasma Burlone

 

Le storie di fantasmi sono come i pettegolezzi, qualcuno le ha sentite da qualcuno, che le ha sentite da qualcun altro, che le ha lette non sa più dove, forse su qualche vecchio libro, tanto che le sue origini si perdono nel tempo, ma sono comunque storie che vengono da sempre raccontate e da sempre ascoltate con curiosità mista a paura.   Una volta si usava raccontarle nelle lunghe serate d’inverso, seduti vicino al fuoco, dove le fiamme lanciavano bagliori danzanti sulle pareti che facevano stringere le persone l’una all’altra, come a farsi coraggio.

I fari non fanno eccezione, come i vecchi castelli anche loro hanno le loro brave storie di spettri, vecchi guardiani che non se ne vogliono andare, persone annegate nelle vicinanze che trovano nel faro un rifugio per la loro povera anima vagante e via così.  Se poi un faro si trova in una zona con un’atmosfera  suggestiva e se il faro stesso è decadente o abbandonato, non c’è posto al mondo che più si presti a simili racconti. Questa che stiamo per raccontare è una storia di questo tipo, arrivata per caso tramite il racconto di una persona che l’ha ascoltata da una persona che ne conosceva un’altra che l’aveva sentita raccontare di qualcuno, ecc …..

Il faro di cui si parla è quello di Waugoshance, un faro ora in rovina  sul Lago Michigan, dove segnala l’entrata occidentale dello Stretto di Mackinac,  un punto molto pericoloso per la navigazione a causa dei banchi di sabbia,  ma che fino al 1912, anno in cui venne chiuso svolse il suo compito di illuminare la rotta alle navi, e che era stato caldamente voluto da chi percorreva quella acque.

 Il faro fu costruito tra il 1850 ed il 1851 con grandi difficoltà su questo piccolo isolotto di sabbia, ma alla fine  su una bassa costruzione svettava una torre di mattoni alta 23 metri, sovrastata da una lanterna chiamata “a gabbia d’uccello” per la tipica lavorazione che ricordava una voliera. La sua luce, emessa dalle lenti di Fresnel, poteva essere vista fino a 16 miglia.  In America i laghi sono molto grandi e i fari non si trovano solo in mare, ma la furia dei Grandi Laghi alla volte può essere superiore a quella dell’oceano, così la torre cominciò presto a deteriorarsi e nel corso degli anni fu più volte ristrutturata.

Ma con la storia delle vicissitudini del faro va di pari passo la storia di uno dei suoi guardiani. La storia che si racconta è semplice : dal 1885 al 1900 era guardiano del faro Waugoshance un certo John Herman che amava due cose nella vita, fare scherzi e bere del buon wiskey.  Nonostante questi suoi “vizietti” rimase a lungo nel faro, dove si avvicendarono anche degli assistenti guardiani, finché una sera dell’autunno del  1900, forse più allegro del solito,  John chiuse a chiave il suo assistente nella stanza della lanterna, scese la scala e si allontanò ridendo a crepapelle per il suo scherzo. 

L’uomo lo chiamò a lungo dal terrazzino in cima alla torre, ma il buon John Herman, che sicuramente si era fatto una bella bevuta, si diresse lungo il molo che costeggiava il faro, non ne vide la fine e cadde in mare dove annegò.Non si sa quali altri scherzi John abbia fatto durante la sua vita, ma questo gli fu fatale.  E qui la storia sarebbe finita, se non fosse per il  fatto è che proprio da quel periodo in poi cominciarono a verificarsi strani fatti : porte che si aprivano e si chiudevano, passi per le scale, insomma tutto il repertorio solito delle manifestazioni di spettri, tanto è vero che quando, nel 1912, un nuovo faro fu messo in funzione nelle vicinanze e il vecchio fu abbandonato perché obsoleto, si disse in giro che il vero motivo era che nessuno voleva più lavorare lì per via del fantasma del vecchio guardiano che aveva preso possesso del posto. In effetti dai registri del faro risulta che il guardiano John Herman morì il 14 Ottobre del 1900, durante il suo servizio, cosa che rende plausibile il racconto e allora  ci si domanda, dove la realtà e dove la leggenda ? Comunque il vecchio farò cadde inesorabilmente in rovina, anche a causa di atti di vandalismo, oggi infatti il suo aspetto è desolante, il molo di attracco non esiste più, la base ancora resiste, ma la scala a chiocciola è stata portata via, così come la cupola fatta a gabbia di uccello e la vecchia torre si sta sgretolando. 

In più un incendio scoppiato non si sa come, ha distrutto tutto quello che di combustibile si trovava all’interno. completando l’opera.   Vedendolo si capisce come questo particolare faro abbia scatenato la fantasia della gente che ha continuato a parlare  per anni della sua storia. 

Ai giorni nostri, in un villaggio sul lago, proprio di fronte all’isola del faro, abitavano due amici, due buontemponi. Uno, Mark, aveva un negozio di ferramenta ed era un tipo atletico, sui 35 anni, con due spalle da giocatore di rugby, la mascella quadrata ed una bella capigliatura bionda.  L’altro, Tom, un agente assicurativo, era un tipo alto, asciutto, più o meno della stessa età dell’amico, con occhi e capelli neri ed un naso leggermente aquilino che faceva pensare ad una lontana discendenza da qualche tribù di pellerossa.  Una sera d’estate i due si trovavano a cena con altri amici e per un po’ parlarono del più e del meno, poi il discorso cadde sul fatto che dei privati cercavano di ristrutturare il faro ed era iniziata una raccolta di fondi per questo scopo.  Da lì a parlare del fantasma il passo fu breve e alla fine Mark  propose a Tom  di andare insieme in barca all’isola e passare una notte al faro perché non sarebbe stata una cattiva idea dare un’occhiata di persona. Una parola tira l’altra, un bicchiere tira l’altro e alla fine della cena i due amici si erano impegnati a buttarsi in quell’avventura per dare la caccia al fantasma ma, peggio ancora, si erano resi conto che non potevano più tirarsi indietro perché gli altri componenti della compagnia erano stati testimoni di quella decisione e l’avevano appoggiata con entusiasmo.

Il sabato seguente, giorno deciso per la  spedizione  gli amici si trovarono nel pomeriggio su una  spiaggia del lago, davanti al piccolo cottage che Tom usava come base per andare a pescare.    Si trattava più che altro di una piccola capanna di tronchi, con una cucina, una stanza ed una veranda sul davanti, dove, dopo una partita di pesca, gli amici si riunivano per cucinare le loro prede.  Il prato degradava dolcemente verso il lago, dove si allungava un pontile di legno a cui era ormeggiata la barca a motore di Tom.

La loro era una spedizione temeraria, era l’avventura della loro vita, avrebbero potuto testimoniare se la leggenda era vera o falsa. Avevano deciso di non portare nessun tipo di luce, né pile, né candele, né, tanto meno, macchine fotografiche per non  spaventare il fantasma, se si fosse presentato, con il flash. Il loro equipaggiamento consisteva di un telo impermeabile da usare in caso di pioggia  e dei sacchi a pelo, non perché avessero intenzione di dormire, ma solo per ripararsi dal freddo, oltre ad una provvista di pane e merluzzo affumicato per la cena, di una qualità speciale che si vendeva in un solo posto in città.

Dovevano  però trovare qualcosa che potesse convincere John Herman a farsi vivo (si fa per dire) così, conoscendo la sua predilezione,  decisero di portare una bottiglia di buon wiskey scozzese e tre bicchieri, insieme a dei cubetti di ghiaccio nel caso il fantasma lo preferisse insieme al suo wiskey.  Misero il tutto in un  capace contenitore termico, caricarono la barca  e Mark e Tom partirono per la loro avventura. I due amici ormeggiarono la barca sotto la scogliera e si arrampicarono per raggiungere la base del faro. La situazione era peggiore di quanto pensassero : la casa del guardiano era bruciata e piena di detriti e la scala a chiocciola che portava alla stanza della lanterna non esisteva più.  Ebbero la tentazione di arrampicarsi fino in cima alla torre usando una corda, ma date le circostanze pensarono che era meglio non rischiare.  Così si organizzarono per la notte e in mezzo ai rottami  trovarono dei pezzi di legno dai quali ricavarono un rozzo tavolino, si sedettero e mangiarono il loro merluzzo affumicato insieme al pane.  L’avventura mette fame.  Intanto si faceva scuro e fino a quel momento Mark e Tom non avevano visto né sentito niente che anche lontanamente somigliasse ad un fantasma così  prepararono da bere, misero i tre bicchieri sull’improvvisato tavolino versando ghiaccio e wiskey in tutti e tre, poi  alzarono i loro  dicendo : “allo spettro di John Herman” e li vuotarono.   Quello di John non era stato toccato e come ulteriore misura precauzionale chiusero bene la bottiglia e controllarono il livello del liquore rimasto.

Oramai era buio pesto, così i due coraggiosi cacciatori di spettri misero i loro sacchi a pelo contro una parete rimasta in piedi, e si sedettero, posizionandosi in modo da poter vedere qualsiasi movimento potesse venire da quelle che una volta erano state la porta e le finestre, e si prepararono ad una paziente attesa.    L’atmosfera non era delle migliori, la luna che appariva e spariva tra le nuvole creava strane ombre in movimento,  persino un uccello notturno di passaggio fece danzare le ombre sulla parete semidistrutta e i due amici cominciarono a sentire uno strano non so che, erano in due, ma erano davvero soli ?   Sul tavolino si trovavano sempre i due bicchieri vuoti e quello pieno, sembrava che il loro tentativo di attirare John Herman fosse fallito.  Intanto si sentì un tuono in lontananza che faceva presagire un temporale,  così i due uomini sistemarono il telo impermeabile in modo da proteggersi dalla pioggia se fosse arrivata e tanto per farsi coraggio, cominciarono a chiacchierare di come fossero terribili le tempeste che si scatenavano  sul quel lago e quanti naufragi avessero causato.  Puntualmente arrivò la pioggia e arrivò a scrosci, insieme ad un vento gelido che fischiava tra le rovine, così Mark e Tom si infilarono nei sacchi a pelo, sotto la protezione del telo e alla fine, nonostante tutto, si addormentarono. 

Quando si svegliarono il mattino seguente splendeva il sole.   Guardarono subito verso la tavola, due bicchieri erano vuoti, il terzo era sempre pieno, la bottiglia era tappata ed il livello del liquore non era cambiato. Dopotutto John Herman non si era fatto vivo.  I due amici raccolsero le loro cose, recuperarono la barca e tornarono sulla terraferma, non sapendo se sentirsi sollevati o dispiaciuti.Una settimana più tardi Mark ricevette una telefonata da Tom che gli chiedeva di raggiungerlo al più presto al cottage sulla spiaggia.  Appena arrivò Mark fu accolto da un tanfo di pesce andato a male.  Al loro ritorno dal faro i due cacciatori di fantasmi avevano lasciato il contenitore termico, senza aprirlo,  nella veranda antistante la  casa e la bottiglia mezza vuota del wishey scozzese sulla tavola della cucina, poi ognuno era tornato a casa sua.  Ora Tom gli fece vedere che dentro alla borsa termica si trovava un  merluzzo,  orami decomposto dopo una settimana di esposizione al sole, e che la bottiglia sul tavolo era esattamente come l’avevano lasciata, ma conteneva acqua e non wiskey ! Qualche loro amico aveva voluto giocare un tiro mancino ?  Non era possibile, il cottage e la veranda erano chiusi a chiave.  Quando avevano lasciato il faro non  si erano preoccupati di aprire la borsa termica, né di annusare il wiskey, non c’era motivo di farlo, era possibile che lo spettro di John Herman si fosse presentato mentre dormivano, in quella terribile notte tempestosa, avesse vuotato la bottiglia di wiskey, riempiendola con l’acqua del lago, e, per prenderli in  giro, avessi infilato un merluzzo nella borsa termica ?  Non è possibile che Mark e Tom siano stati le ultime vittime di quel guardiano burlone ?   I due amici non avranno mai una riposta ad una simile domanda, ma è molto probabile che si guarderanno bene, in futuro, dal passare una notte in un faro abbandonato.

Di Annamaria “Lilla” Mariotti lilla.mariotti@alice.it Sito www.ilmondodeifari.com

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il Fantasma che chiama

Il caso di cui vi parlerò ci vede, una volta tanto,protagonisti in prima persona. Alcuni mesi orsono nel quartiere di Roma dove risiedevo prima di trasferirmi a Cremona, giravano strane voci su "presenze" e sensazioni che la gente avvertiva in un determinato punto, non distante da casa mia... Praticamente non si parlava d'altro.Quando tornai a Roma approfittando di alcuni giorni liberi, mi venne a trovare un amico che da tempo non vedevo, Marco C. Dopo I convenevoli di rito, cominciò a parlarmi del fenomeno... "Si sta creando quasi una leggenda su questa storia...", racconta. "C'è chi dice di aver sentito una mano afferrargli un braccio, oppure chi si è più volte sentito chiamare per nomee voltandosi non ha visto nessuno... Gente seria,non visionari; gente attendibile". Gli dico che avrei visitato il posto, e soprattutto avrei parlato volentieri con qualche testimone. Marco si fa risentire qualche giorno dopo, portandomi da una signora del quartiere, sulla cinquantina. Sono stato costretto a garantirle l'anonimato, così che la chiameremo solo per nome, Rosa.E' la classica signora dimezza età che abita in un quartiere difficile e pieno di problematiche, e non avrebbe nessuna ragione a inventare una storia simile. Una signora aperta, gentile e molto semplice che ama definirsi "ignorante per forza maggiore" in quanto ai suoi tempi al massimo si riuscivano a terminare le elementari.

La signora Rosa è "romana de Roma" come dice lei, orgogliosa; ed è molto simpatica. Per questo ho deciso di lasciare le sue parole "intatte": per farne emergere semplicità e trasparenza. "Eh, figlio mio... Qui ogni giorno ne esce una nuova... Che vuoi sapere? Del fantasma?" "Mi racconti che cosa le è successo..." "Ma mica solo a me! Pure a Nunzia... A me è successo mentre venivo dal mercato. Ero andata a fare la spesa e tornavo a casa, verso le undici e mezza. A un tratto, me sento prende pe 'n braccio! C'è mancato poco che me venisse n'infarto! Mi sono girata e non c'era nessuno... E lì mi sono spaventata ancora di più! Poi, ho ripreso a camminare e mi sono sentita chiamare due, tre volte... Rosa, Rosa...! Capirai che spavento! Appena arrivata a casa mi sono messa a pregare... Poi, a ripensarci il giorno dopo, mi sono convinta che deve essere stato il povero marito mio, Bartolomeo, che mi voleva dire qualcosa... Ci sono ripassata parecchie volte, lì, l'ho pure chiamato, ma niente, non ho sentito più niente.

E' capitato però a Nunzia, e pure lei si è sentita chiamare parecchie volte... Ma guarda che ci sono un sacco di persone che gli è successo... Però io me lo sento: è Bartolomeo che mi vuole dire qualcosa... Però mi sembrava una voce diversa, quasi da donna. Era come trascinata, sofferente,cupa... Sembrava proprio che venisse da lontano..."A questo punto mi pare inutile indugiare oltre e con Marco, e altri ricercatori di Roma, ci siamo organizzati per andare sul posto dove le segnalazioni sembravano maggiori. Inutile specificare che non pensavamo né speravamo minimamente di trovare ciò che poi trovammo... Di solito, se si verifica qualcosa è solo per casualità... Ma questa volta la casualità si verificò, a dispetto di tante altre ricerche ed esperimenti risoltisi con un nulla di fatto... Ma torniamo a noi... Intorno alle ore 10,30 del mattino siamo in via Ivanhoe Bonomi, nel quartiere del Tufello... All'altezza della grossa cabina ENEL che c'è sulla strada avvertiamo una strana sensazione correrci giù per la schiena... La stessa cara sensazione di tante altre volte, ben conosciuta, ormai..

Decidiamo di scattare delle fotografie intorno alla cabina, seguendo il solito copione. Usiamo una Canon molto semplice caricata con un rullino sensibile all'infrarosso. Iniziammo a scattare, nel punto in cui molte persone hanno asserito di essersi sentite più volte chiamare per nome, oppure hanno avvertito una forte sensazione di disagio, tipica dei posti dove "si sente..."I nostri apparecchi di rilevazione elettronica non rilevano particolari anomalie. Solo i campi elettrico e magnetico risultano, logicamente, alterati in prossimità della cabina dell'ENEL. Dopo un po', delusi dal non aver sentito alcuna voce, ci rechiamo da Gianni Petruzzelli, il nostro esperto fotografo. Esaminata la pellicola, ci accorgiamo che uno scatto ha catturato "qualcosa". L'emozione raggiunge il suo apice quando, stampato l'ingrandimento della foto, ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a una manifestazione presumibilmente ectoplasmica... Osserviamo a lungo l'immagine: a ciascuno di noi sembra una cosa diversa. I più ci vedono una ragazza, altri una donna adulta. I vestiti sembrarono riportarci, per la foggia, al secolo scorso... A un esame approfondito si delineano tratti ben definiti...

A parecchi di noi il soggetto sembra un frate per la posizione tipica delle mani congiunte in vita e per quello che sembra essere un cappuccio calato sulla testa...Anche una folta barba sembra apparire esaminando più volte l'immagine... Se poi si volesse indagare sul volto emergerebbe un viso molto scarno... Addirittura s potrebbe vedere un teschio... L'espressione sembra guardare chi scatta l'immagine... Gli occhi sono molto incavati e non sono riconoscibili pupille...Un lavoro approfondito di pulizia dell'immagine è stato portato avanti presso il laboratorio Kodak di Gianni con l'ausilio di un calcolatore. Innanzitutto, è stata portata al negativo per evidenziare dettagli inosservati nell' originale...Proprio durante queste fasi di lavorazione al computer, il tecnico ci ha assicurato che l'immagine è una delle più chiare tra quelle che gli abbiamo portato... Fra l'altro ha escluso qualsiasi tipo di possibilità di effetto luce o altro... Nella versione al negativo si ha un incremento del dettaglio del "vestito" dell'entità, che sembra formare una specie di risvolto sulle spalle e che cade come un saio, con delle pieghe, lungo la figura.Giorgio Franchetti, Direttore del Centro Ricerche di Roma, è convinto che si tratti di un frate. Anche se, ha ammesso, si ravvisano le "forme" di una donna...

Dalle immagini è parso subito chiaro che le voci sui fenomeni strani in quel posto erano vere... Inutile precisare che vi siamo tornati non appena sviluppate le foto, ma sebbene abbiamo scattato numerosi rullini interi, siamo riusciti stavolta a riprendere solo foglie e auto parcheggiate... In molti mi hanno chiesto che cosa fosse quella strana riga bianca che corre per tutta la lunghezza: non saprei che rispondere, dal momento che niente del genere c'era di visibile al momento della fotografia. Sulle altre 23 foto del rullino, non appare niente di niente... Tra l'altro la striscia bianca corre davanti alla figura, che risulta chiaramente dietro lascia e perfino dietro l'auto parcheggiata... Il nostro lavoro non si è fermato certo all'esame del negativo... Gianni Petruzzelli ha pensato di fondere insieme le varie immagini elaborate dal computer, di delineare quello che sembrava il profilo più marcato della figura e quindi di abbassare i contrasti all'esterno e aumentare i contrasti all'interno della sagoma delineata, cambiando colore.

E così, dopo alcuni istanti di riflessione il PC ci ha regalato l'immagine finale dell'entità portata in primo piano che qui pubblichiamo... Il colore giallo assegnato stacca definitivamente ciò che appartiene all'immagine da ciò che fa parte dello sfondo... Rimane sempre il dubbio sulla linea bianca che attraversa l'intero fotogramma. Onestamente non vi riportiamo nessuna spiegazione ufficiale del fenomeno in quanto ancora non esiste.Neanche Gianni Petruzzelli ci ha saputo fornire una interpretazione ottica, o quanto meno tecnica: un mistero nel mistero... Nessuno di noi ha avuto mai il coraggio di dire alla signora Rosa che certo quello non era il suo Bartolomeo; come sempre in questi casi, ognuno si fa la propria opinione e si convince di quello che più vorrebbe. Vi lascio a contemplare la suggestione di queste fotografie, certi di esserci intrufolati,per il brevissimo"snap"dell'otturatore della mia Canon, in un mondo parallelo al nostro, del quale sappiamo poco o niente e che forse, proprio perché siamo degli intrusi, non ci appartiene...

Di Eugenio Martucci cr-leonardodavinci.org 

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Il fantasma rumoroso

Nel 1987 la famiglia di D. G. acquistò due appartamenti nell'edificio storico, antico palazzo a tre piani di fine '800 situato in piazza Stocco, appartenuto al nobile A.M.. La famiglia andò ad abitare, e abita tutt'ora, al terzo piano dal quale si accedeva alla soffitta lasciata dai vecchi proprietari piena di oggetti antichi, anche se di poco valore. Per D. G., allora un bambino di 7-8 anni, ciò costituiva un luogo carico di misterioso fascino e, spesso, quando lo cercavano per la casa perché non si vedeva più in giro, lo ritrovavano in quella soffitta che era divenuta la sua personale "sala giochi". Vecchie casse con fogli e libri per i conti ingialliti dal tempo, fotografie sfuocate di luoghi e persone senza un nome, abiti di antica foggia appartenuti ad un uomo che teneva molto alle sue giacche grigie, soprammobili e chincaglierie di vario genere erano gli "oggetti misteriosi" che attraevano tanto il piccolo D. e stimolavano la sua già fervida fantasia.

Certo egli si chiedeva chi fosse stato l'antico proprietario di quelle "magiche" cose e il perché di quell'abbandono, ma mai più di tanto poiché l'importante per lui, era poter accedere di nascosto in quel "luogo dei sogni", vietatogli dai genitori. La vera ragione del divieto era un pericolo reale: una piccola porticina, che si apriva sulla parete di fondo dell'ultima stanza dell'appartamento, immetteva su un'antica e pericolante scala di legno, che sembrava potesse cedere da un momento all'altro anche sotto il peso di un bambino, e il pavimento della vecchia soffitta era anche più malfermo. ma per D. la trasgressione era fondamentale, nonostante il rischio. Con gli anni il fascino di quel luogo passò. Il tempo della pubertà, gli amici, il motorino e il computer costituirono nuovi interessi per D. e la "soffitta del mistero" cadde nel dimenticatoio. Passarono sei anni e D. conquistò l'indipendenza con il possesso della famosa "ultima stanza con la porticina" che divenne e "il suo nuovo regno". Quando prese possesso della sua nuova camera fu felice. ma i problemi cominciarono di notte. Spesso iniziò ad essere svegliato da chiari e forti rumori, ampliati dal silenzio della notte. Qualcuno apriva la porticina e s'incamminava sulle scale di legno, che scricchiolavano sinistramente, saliva verso la soffitta e cominciava a passeggiare sulla sua testa, a volte con passo cadenzato, a volte nervosamente. La prima volta l'incredulità e la meraviglia superarono la paura. ma le altre notti la tensione e il sudore freddo presero il sopravvento! Non era più tranquillo nella sua stanza!

Ne parlò con i genitori e la sorella, i quali, non avendo, invece, mai udito nulla di strano in casa durante la notte, naturalmente non gli diedero alcun credito! D. era un ragazzo ribelle, fantasioso e burlone. sicuramente era un ennesimo tentativo di attirare l'attenzione su di se. A quel punto, però, entrò in ballo il carattere combattivo del ragazzo: la sfida era lanciata! Egli si disse che un "fantasma rumoroso" non poteva vincere la battaglia per il possesso del suo "posto al sole" e, nonostante i soliti rumori si ripetessero quasi ogni notte, s'impose di far finta di non sentire nulla. Tornava sempre più tardi nella sua stanza e sempre più stanco, pronto a cadere subito in un sonno profondo. Nulla da fare, i rumori erano sempre più forti! Allora pensò di cercar di comprendere il perché di quel fenomeno insistente e aprì un dialogo verbale con l'invisibile visitatore. Gli chiese ad alta voce il perché dei rumori, gli spiegò di sentirsi molto disturbato dalla sua presenza e anche di non voler cedere il suo spazio: "Ora sono io che abito qui!" disse.

Da quella notte i rumori si attenuarono e le visite divennero sempre meno frequenti. Ma una notte, all'improvviso, quando D. stava quasi per addormentarsi, sentì scuotere fortemente le imposte del balcone della sua stanza, tanto che pensò ad un terremoto, e una voce d'uomo nel buio che chiaramente lo chiamò per nome con tono imperioso: "D.!". Fuggì fuori dalla stanza e per qualche notte non dormì più nel suo letto. Fu proprio in quei giorni che i genitori furono avvertiti, da tecnici specializzati, che, avendo gli inquilini del primo piano fatto indebitamente dei lavori di ristrutturazione al loro appartamento, la loro abitazione era diventata pericolante e correvano il rischio che il pavimento cedesse da un momento all'altro! Così la famiglia di D.G., fatta causa agli incauti abitatori del primo piano per i danni provocati, dovette velocemente abbandonare l'edificio e attendere, per sei anni ancora, di essere rimborsati e di ristrutturare a loro volta la casa. In quegli anni D. pensò a quello che era accaduto nella stanza del suo appartamento e formulò un'ipotesi: sicuramente il "fantasma rumoroso" era il vecchio proprietario del palazzo che, per qualche anno, era stato comunque rallegrato dalla presenza di un bambino fra le sue vecchie cose. quando poi D. aveva smesso le sue visite in soffitta, egli si era sentito solo e aveva cominciato a farsi udire, invitandolo, con quei rumori, a risalire le scale che lo avevano sempre portato a fargli inconsapevole visita e compagnia. Lo scuotere violentemente le imposte era stato invece un avvertimento: "Attenzione! Andate via! Tutto potrebbe crollare da un momento all'altro!".

L'unico modo, in fondo, che la presenza aveva di manifestare la sua apprensione, e, tramite il tentativo di indurli ad aver paura e fuggire, evitare una disgrazia che avrebbe coinvolto tutta la famiglia. D., oggi, dorme tranquillamente, da più di tre anni, nella sua nuova camera completamente ristrutturata. La porticina e la vecchia scala in legno non esistono più, sostituite da una botola con scala retrattile a scomparsa che porta nella nuova soffitta.svuotata dagli antichi oggetti "magici" ma piena di cianfrusaglie nuove. Ogni tanto D. viene rimproverato dalla madre per aver lasciata accesa la luce della sua stanza tutta la notte, ma lui pensa che sia inutile negare quella responsabilità poiché, pur essendo sicuro di chiuderla rigorosamente ogni sera prima di dormire, sa che non sarebbe creduto ancora una volta se dicesse che invece, per lui, è il segno tangibile del passaggio del suo "amico fantasma", il quale gli dimostra, in silenzio, di essere sempre presente, senza dover essere, per necessità o solitudine, ancora "il rumoroso". 

Articolo di Luciana Loprete(collaboratrice del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria)

http://digilander.libero.it/CalabryaMistery/ (sito personale)

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                                                                                                                                 Misteriosi Racconti

                                                                                                               CARLOPOLI

Sedute spiritiche fra i ruderi dell’abbazia di Corrazzo. Nell’importante frazione di Castagna, comune di Carlopoli, in una vallata del fiume Corace, esistono i ruderi dell'Abbazia dei frati cistercensi Santa Maria di Corazzo, edificata intorno all'anno 1000, distrutta, purtroppo, dal devastante terremoto del 1783. In questo Convento a lungo dimorò l'abate Gioacchino da Fiore, maturando quel "Messaggio all'umanità" che poi si realizzò nella fondazione di S. Giovanni in Fiore. Pare che in quella zona, ormai abbandonata, si siano riuniti per un lungo periodo, e nottetempo, strani gruppi di gente dedita allo spiritismo, che in loco si dedica a queste specifiche pratiche occulte. Il luogo sembra che sia preferito, per questo genere di attività paranormali, poiché intensamente carico di energie positive. Forse sarà un “ombelico del mondo”, fra i tanti sparsi per tutto il globo?

GIMIGLIANO

Il mago. Nativo di Gimigliano era Tiberio Roselli, vissuto nel ‘500, che ai suoi tempi “…passò per primo filosofo del Regno di Napoli, ma soprattutto diventò famoso come mago…”. Non si hanno notizie in dettaglio sull’attività stregonesca del Rosello, principalmente perché nella sua epoca i confini fra filosofia, alchimia, astrologia ed altre scienze più o meno occulte, erano così opinabili che passava per magia pure ciò che era solo, si fa per dire, esplorazione di territori ancora tanto oscuri, almeno agli occhi della gente comune, da ricadere nei domini del maligno. Comunque, si sa per certo che la specialità del filosofo-mago di Gimigliano era quella di spostarsi da un luogo all’altro con grande rapidità, ovviamente approfittando delle tenebre che costituivano il suo naturale elemento: il che gli dava un bell’agio in tempi in cui i trasporti erano quelli che erano. Ad esempio, una volta raggiunse Gimigliano da Padova in una sola notte, ed un’altra partì dal suo paese natio ed arrivò a Salerno dopo appena sei ore, quando con mezzi normali ci volevano mediamente due giorni. E non sono false queste sue performances, perché a loro tempo furono provate dalle “…attestazioni più positive”. Insomma, se agli altri era consentito al più l’accelerato a quattro zampe, lui si poteva permettere aerei mezzi. Ed anche la sua morte fu ammantata da un alone sulfureo. “ Il diavolo, al quale il Rosello aveva venduto l’anima sua come grande stregone, gli aveva predetto che sarebbe stato ucciso da un cane arrabbiato, che egli stesso avesse nutrito. Onde con gran cura vigliava che non vi fossero cani in casa sua ed aveva anche comperato due schiavi unicamente incaricati di allontanare da lui tutti gli animali di questa specie. Ma il Rosello aveva mal compreso la profezia: essendo partito per l’Africa, ove era andato non si sa perché, fu assassinato per via da uno dei suoi servi”.

GIRIFALCO

La fontana del diavolo. Si racconta che la fontana dedicata a Carlo Pacino, primo sindaco di Girifalco, sia stata costruita in una notte dal diavolo. I sostenitori della tesi portano come prova alcune impronte visibili sulla fontana, che si pensa siano del demonio.

LAMEZIA TERME – NICASTRO

La licantropa. Un episodio riguardante la licantropa di Nicastro, è stato pubblicato nel 1883 a Londra nella guida turistica: Cities of Southern Italy and Sicily. Il Conte di Masano, appassionato di caccia, aveva sposato la bella figlia del Barone di Arena. Possedendo costui una vasta riserva, per tenere lontani i bracconieri la faceva controllare dai suoi fidati guardiani. Uno di questi ultimi, tornando dal padrone, raccontò che un compagno durante la notte era stato aggredito da un branco di lupi e che per difendersi aveva ingaggiato un'aspra lotta. Il malcapitato, col coltello, era riuscito ad amputare una zampa ad uno di quei feroci animali. Ma quale non fu la sua sorpresa allorquando, nell'estrarre dal tascapane la zampa, la vide trasformata in una mano di donna che dall'anello il Conte riconobbe essere quella della sua consorte? Effettivamente, chiamata, la signora aveva un braccio fasciato; tolte le bende apparve il moncherino sanguinante. Per punizione la nobile donna, prima fu rinchiusa nel castello e poi venne condannata a morte.

MARTIRANO

Il fantasma del principe Enrico VII. Rinchiuso per due anni nel castello di Nicastro, per ordine del padre che lo puniva per la sua ribellione, avvenuta nel 1235, il principe Enrico doveva essere condotto nel castello di San Marco in Val di Crati per continuare la sua infelice prigionia. Lungo la strada che costeggiava la valle del Savuto nei pressi di Martirano, Enrico VII precipitò con la sua cavalcatura in un profondo dirupo; è quasi certo che non si trattò di un incidente, ma il principe si gettò ne vuoto per sfuggire all’umiliazione della prigionia a cui era costretto. Il suo corpo venne recuperato mentre ancora era in vita e venne trasportato nel castello di Martirano nel tentativo di curarlo: il principe morì subito dopo e della sua vita infelice resta memoria in un iscrizione nella chiesa di San Marco a Martirano, ora andata distrutta. La gente del luogo afferma di ascoltare nelle notti di luna piena i lamenti e le urla di dolore dello sfortunato principe prigioniero.

MONTAURO

La pioggia colorata (da un documento d’epoca). “Alli primi albori dell’aurora dello dì maggio sino a mezzogiorno caddero dal cielo nelle campagne di Montepaone alcune gocciole, alcune di color di viole, altre rosse et altre nere, da questo segno due anni dopo successe una gran pestilenza che spopolò tutta la Calabria”. Girolamo Marafioti.

La quercia che non conosce stagioni. Un po’ fuori dall’abitato, in un paesaggio particolarmente ameno e rasserenante, vi è la Fonte Melitea, nota fin dall’antichità per i benefici effetti delle sua acque ferruginose; ma vi è pure un altro e più ineffabile motivo che richiama la gente; presso la fonte fa bella mostra di sé una quercia ultrasecolare che in nessuna stagione dell’anno si spoglia del suo fogliame. Non si sa se questo avvenga per un prodigio o per una qualche causa interrelata alle proprietà del terreno da cui sgorga anche la fonte; comunque, ognuno stacca un rametto della quercia e se lo conserva: chissà, può essere che porti fortuna o che sia una sorta di reliquia, e, in ogni caso, è traccia di un fenomeno che sfugge alla logica comune delle cose, perciò, nel dubbio…

NOCERA TERINESE

Il fantasma di Polite. Le fonti antiche raccontano che quando Ulisse approdò sulle coste di Temesa, uno dei suoi compagni Polite, usò violenza a una fanciulla del luogo, provocando le ire dei suoi concittadini che lo lapidarono. A causa del modo sommario con cui era stata fatta giustizia, l’ombra di Polite non trovò pace e si vendicò esigendo dagli abitanti di Temesa un tributo in denaro, da pagare al santuario eretto sopra la sua tomba. Solo più tardi, quando la città venne conquistata dai Locresi, l’atleta Eutimo da Locri sfidò in duello il fantasma di Polite e lo vinse, liberando la città dalle sue vessazioni.

SANT’ANDREA APOSTOLO DELLO IONIO

“Anime del Purgatorio, aiutatemi!”. Una mattina una anziana signora che doveva sfamare un numerosa famiglia, si incammina all'alba verso la spiaggia con un barile appoggiato sulla testa per riempirlo di acqua. La donna scende dalla 'mpetrata (strada interpoderale lastricata con pietre di fiume che unisce tutt'ora S.Andrea superiore con S.Andrea marina) augurandosi di incontrare qualcuno per avere compagnia e aiutarla a caricare il barile pieno d'acqua sulla testa. Ma purtroppo quel giorno la 'mpetrata era deserta. Arrivata sulla spiaggia, dopo aver riempito il barile l'anziana vedova cerca di appoggiarlo sulla testa, ma non riesce perché pesava troppo. Passa quasi un'ora ma non c'è traccia di anima viva, allora la donna presa dallo sconforto invoca le anime del purgatorio Animi do pirgatuariu aiutatimi!(Anime del purgatorio aiutatimi!). Ad un certo punto si sente appoggiare sulla testa il barile pieno d'acqua, si gira per ringraziare ma non vede nessuno e rimane a bocca aperta. La signora restò talmente sconvolta e timorosa che buttò il barile per terra e scappò di tutta fretta verso il paese facendosi ripetutamente il segno della croce. Da quel giorno non andò più da sola a prendere l'acqua. (di Francesco Codispoti)

L'ora dei morti. C'è una storia legata alla Torre dell'orologio che si tramanda da tempo. Pare che l'ingranaggio tutte le sere, a mezzanotte, suonasse cento rintocchi per indicare che quella era l'ora dei morti. E c'è chi giura di aver visto girovagare per il paese i morti o le loro anime che poi inevitabilmente andavano a pregare alla chiesa matrice. Era però ritenuto molto pericoloso incontrarle per strada o soltanto guardarle, per questo motivo, a mezzanotte precisa, gli abitanti si rinchiudevano in casa.

SQUILLACE

Il mistero degli amanti del castello. Alcune coppie che nelle notti di luna piena si sono trovate a passare nalle vicinanze del castello di Squillace, hanno affermato di aver visto le silhouette di un cavaliere e di una dama in abiti d’epoca che, abbracciate, si stagliavano contro la luce dell’argenteo astro. Le ombre camminavano lentamente sugli spalti. Un’illusione ottica fatta su misura per gli innamorati o una visione fantasmatica? Il dubbio è stato chiarito quando durante gli scavi condotti dall'Ecole Française sono stati rinvenuti due scheletri avvinghiati in un tenero abbraccio. Gli studi condotti sui reperti fanno risalire i ritrovamenti a un periodo compreso tra il 1200 e il 1300, ma la l’identità dei due personaggi, probabilmente, resterà per sempre un mistero in quanto non si è risalito ad alcun riferimento storico preciso che li riguardi. A questo punto è stato chiaro che, sicuramente, una coppia infelice di amanti si aggira ancora oggi nei luoghi che furono lo scenario del loro sfortunato amore. Uniti nella vita come nella morte a dispetto dei secoli e di coloro che, forse, fecero in modo che la loro storia finisse in tragedia.

La fonte di Aretusa (documento d’epoca). “C’è, ai piedi dei colli, sull’arena del mare, una fertile pianura dove un vasto fonte, uscendo dalle canne che lo cingono a modo di corona, riunisce tratti delle sue rive, oltremodo almeno, mirabile per le ombre delle canne e le virtù delle stesse acque. Infatti, quando ivi si sia portato un uomo attentamente silenzioso, trova le acque del fonte irriguo così quiete, che sembra non corrano come succede negli stagni, quando piuttosto stiano. Ma quando sia stato fatto risuonare un colpo di tosse, o per caso sia risuonata una parola più forte, non so per quale forza, le acque ivi scosse defluiscono. Vedresti la bocca di quel gorgo mandare bolle gravemente eccitato, tanto da ritenere che qualcuno abbia suscitato il freddo ribollimento di pentola sotto la quale sia stato acceso il fuoco. Ecco una forza sconosciuta, una inaudita proprietà: le acque sono agitate dalla voce dell’uomo. E quasi chiamate rispondono; in questo modo provocate dall’uomo, mormorano di risposta non so cosa. Potresti credere che si riposi nel sonno un animale che, svegliato, ti risponde con grande fracasso”. Gabriele Barrio.

Squillace sito templare? Sono in corso studi e ricerche in base ad alcuni reperti trovati in una chiesetta di Squillace, patria di Cassiodoro, che sembrerebbero costituire la prova che la cittadina sia un sito dei Templari. Si attendono, comunque, i risultati definitivi. L’annuncio costituisce senza dubbio un mistero, dotato di un grande fascino storico!

TIRIOLO

La leggenda di Re Nilio. Le caverne e le grotte della Calabria hanno accolto santi ed eremiti, draghi e serpenti magici custodi di antichi tesori che gli dei degli inferi avevano nascosto nelle viscere della terra, ma in un antro della montagna di Tiriolo è imprigionato da secoli un uomo condannato, come Prometeo, a pagare per un peccato d’orgoglio. Re Nilio era un condottiero coraggioso di antica stirpe, la sua vita era fatta di nobili ideali e governava con profondo senso di giustizia. Ma il tempo cambia le cose e gli uomini e re Nilio cominciò a cambiare il suo animo, a diventare arrogante coi deboli e orgoglioso verso Dio. Ben presto il re non fu più lo stesso e mentre prima cavalcava fra i suoi possedimenti benedetto dagli uomini e dalle cose, accadde che poi persino il sole si nascondesse per non incontrarlo.

Fu così che si compì il sortilegio; forse per pagare le sue colpe, forse perché una maledizione lo colpì, re Nilio divenne un demone della terra e fu condannato a non stare più fra i suoi simili e a non godere più della luce degli astri; un’oscura forza lo rapì e lo chiuse per sempre nel cuore della montagna. Non più uomo, ma demone, re Nilio era condannato all’immortalità nella sofferenza. Sepolto come un morto, ma vivo per l’eternità fa sentire le sua urla e i suoi lamenti dall’antro buio della sua prigione: si dice che ancora oggi alcune notti si possa udire la sua voce disperata maledire Dio e la Fortuna. Nilio, il re con la paura del sole. In paese si racconta una seconda leggenda sul re Nilio che abitava con la sua famiglia nel castello sul monte Tiriolo. Un giorno vedendo una bella fanciulla del luogo se ne innamorò a tal punto da volerla a tutti i costi sposare anche contro il parere dei genitori che invece volevano che si legasse a una donna del suo rango. Il giovane re pieno d'amore non ubbidì alla sua mamma e sposò la ragazza anche se povera.

Ebbe da lei un bambino che non riuscì a placare le ire della regina madre la quale lanciò una maledizione sul povero re e cioè quella di liquefarsi all'esposizione solare. Il ragazzo per paura del sole dovette nascondersi in una grotta e, per poter stare con la moglie e il suo bambino scavò un cunicolo sotterraneo che lo conduceva alla loro dimora. E così durante il giorno era costretto a rintanarsi nella grotta mentre la notte poteva raggiungere i suoi cari e cantare una ninna nanna al suo piccino che faceva più o meno così: "Dormi dormi grande ninnolo mio che se i galli non cantassero mai e le campane non suonassero mai io starei sempre con te". Una notte le fate sentendolo tanto dispiaciuto di non poter stare vicino al suo figliolo, decisero di accontentarlo. Al levar del sole, infatti, nessun gallo cantò e nessuna campana suonò. Quando si accorse che era giorno fatto, il povero re Nilio si disperò ma tentò ugualmente di far ritorno a casa. Lungo la strada i raggi solari lo fecero sciogliere come la cera. Il servo che lo accompagnava, preoccupato per il suo futuro, si mise a chiedere insistentemente al suo padrone a chi intendesse lasciare i suoi averi. Il re infastidito rispose per dispetto, che voleva lasciarli al diavolo. E così fu. I denari del re Nilo sono ancora nascosti in una delle grotte scavate nella roccia calcarea del monte Tiriolo a cui nessuno osa avvicinarsi per impadronirsene per paura della reazione del diavolo.

Corteo di anime a “Donnopetro”. Misteriose creature, con un aspetto che può essere riconducibile a quello dei fantasmi, sono state segnalate nelle grotte dei dintorni di questa località. Un corteo di anime è stato più volte visto nel vallone di “Donnopetro” Articoli di Luciana Loprete(collaboratrice del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria)

http://digilander.libero.it/CalabryaMistery/ (sito personale)

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La sentinella Fantasma

CATANZARO:Durante la Seconda Guerra Mondiale vennero approntati dei rifugi a Catanzaro ed uno di questi avevano cominciato a scavarlo nel quartiere “Baraccone” (oggi quartiere Stadio, Piazza Fratelli Bandiera). La galleria era stata appena iniziata e doveva uscire in aperta campagna presso la ancora oggi esistente Scuola Agraria ma non fu mai finita. Durante i bombardamenti del 27 agosto 1943 (che provocarono moltissime vittime fra la popolazione catanzarese) un gruppo di soldati che si trovava nei pressi di questo rifugio, preso alla sprovvista dal suono delle sirene d’allarme, entrò all’interno del tunnel, pur sapendo che non vi era sbocco. Purtroppo una bomba, fra le altre, colpì precisamente l’entrata, ed essi rimasero seppelliti all’interno. Nessuno era a conoscenza di queste vittime ma qualcosa di soprannaturale attirò l’attenzione degli abitanti del quartiere sul quel particolare posto. In quel periodo vi era l’oscuramento e non vi erano luci per le strade ma, chi si trovava a passare nei pressi della piazzetta, o chi, nelle abitazioni circostanti, si affacciava alla finestra, vedeva costantemente l’ombra distinta di un uomo rigidamente sull’attenti all’imbocco di quello che era stato il rifugio…

Qualcuno, scambiandolo per un conoscente, lo chiamava pure, ma non otteneva nessuna risposta! Ogni notte l’ombra era sempre lì, ferma come una sentinella che avesse avuto l’ordine tassativo di vegliare quel punto preciso. Cominciò a girare la voce che quella strana immagine fosse uno spettro e non una persona che attendeva nel buio… anche perché, chi aveva osato avvicinarsi troppo l’aveva vista sparire improvvisamente! Intanto, passato quasi un anno, i parenti dei soldati scomparsi, cominciarono ad indagare per scoprire dove fossero finiti i loro cari dispersi e, sentite le voci che circolavano in merito a questa “sentinella fantasma”, indussero le autorità a scavare nell’unico posto che, appunto, non era stato ancora controllato: il rifugio non finito del quartiere Stadio. Tutti gli abitanti della zona parteciparono allo scavo e, dopo diversi giorni di lavoro, furono trovati i corpi di sette soldati e del loro colonnello. I cadaveri, nonostante fosse trascorso molto tempo, si erano conservati abbastanza bene. Essi, essendosi rotte le tubature dell’acqua, erano gonfi ma riconoscibili.

Con gli otto militari fu trovata anche una donna che stringeva fra le braccia la sua bambina e, se si riuscì a risalire facilmente al nome dei soldati tramite le piastrine di riconoscimento, quella madre fu riconosciuta per i lineamenti quasi intatti.I funerali di queste nove vittime furono celebrati solennemente nella basilica dell’Immacolata. Da quel momento in poi, la “sentinella fantasma” che, con la sua presenza aveva segnalato e custodito quelle povere anime che non avevano avuto ancora un’adeguata sepoltura, assolto il suo compito, non apparve mai più, ma rimase famosa nella memoria di quanti l’avevano vista o ne avevano sentito parlare.Articolo di Luciana Loprete (collaboratrice del Centro Ricerche leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria)

http://digilander.libero.it/CalabryaMistery/ (sito personale)

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L'apparizione dal muro...

1937: le sorelline Pina e Franca L., rispettivamente di quattordici e dodici anni, per il rispetto dell'usanza di non dover mai lasciare da sole le giovani coppie di fidanzati, erano costrette ad accompagnare, durante la passeggiata di rito, il fratello Nino e la fidanzatina del tempo, Felicina. Il percorso consisteva nel partire dal "Baraccone"(rione Stadio, Catanzaro Nord), percorrere il lungo viale della zona detta "Bellamena" (oggi via Schipani), per giungere ai giardinetti di "Villa Pepe" (di fronte al Distretto Militare, caserma dedicata a Florestano Pepe, Catanzaro Centro) e ritorno. Le strade d'allora erano, naturalmente, poco trafficate e scarsamente illuminate; pochissimi mezzi di trasporto, costituiti per lo più da carretti adibiti al carico di materiale, calessi o carrozze coperte. Le due sorelle, per riservatezza, si mantenevano a debita distanza dalla coppia e, per distrarsi volutamente dall'osservare le effusioni dei due innamorati, chiacchieravano e scherzavano fra loro. Una sera d'autunno, tornando dalla solita camminata, persero di vista la coppia dietro la curva di "Bellamena" e si trovarono ad affrontare, nella semi oscurità, un rettifilo di circa duecento metri posto alle spalle della caserma. Sapevano di dover affrettare il passo ma si fermarono terrorizzate da una strana luminosità che spiccava al centro del percorso, la quale pareva fuoriuscisse a metà dal muro di cinta dell'edificio militare alla loro destra. Non credevano a ciò che vedevano e strabuzzarono gli occhi poi si guardarono ed ebbero conferma, l'una dall'altra, che ciò che stavano vedendo non era un'allucinazione! Intanto la strana visione prendeva sempre più forma: un giovane uomo, vestito di scuro e con camicia bianca, era uscito completamente dal muro (dove non esistevano, e non esistono tutt'oggi, cancelli, porte o uscite di nessun genere). Non ebbero la forza di chiedersi reciprocamente cosa vedessero (se lo dissero solo molto più tardi), erano paralizzate dalla paura e sudavano freddo. ma qualcosa intervenne a salvarle da quell'orribile situazione: lo scalpiccio degli zoccoli di un cavallo.

Per fortuna era realmente una carrozza coperta che si avvicinava. Attesero quel provvidenziale arrivo, e, nel frattempo, osservarono che quel fantasma, circondato da un alone fluorescente e biancastro, si avviava lentamente verso di loro: si misero a pregare ad alta voce e con gli occhi chiusi. La carrozza, intanto, si era avvicinata abbastanza da poter permettere loro, molto affiatate nella vita di tutti i giorni, di attuare un piano senza proferir parola. Uno dei loro giochi preferiti da bambine era saltare agilmente sui portapacchi posti sul retro di tutte le carrozze, proprio per evitare i tratti più ripidi delle loro passeggiate: così fecero anche in quel frangente. Al sicuro, sul portapacchi, si abbracciarono strette strette e, sempre ad occhi chiusi e pregando, superarono quel tratto di strada in modo più veloce di quanto avrebbero mai potuto fare anche correndo (fermo restando che ci sarebbero mai riuscite in quella situazione!).

All'altezza del punto nel quale avrebbero incontrato lo spettro, sentirono entrambe un forte soffio gelido e Pina (da sempre la più coraggiosa e curiosa delle due) aprì gli occhi: il tempo necessario per vedere la figura diafana, di spalle, rientrare innaturalmente nel muro spesso, scomparendovi dentro! Oltre la curva, dove sicuramente avrebbero trovato Nino e Felicina, non saltarono giù, ma fecero in modo, sorpassandoli, di farsi vedere e salutarli. per poi farsi portare fino a destinazione dall'ignaro conduttore del mezzo. L'ira del fratello fu grande per quella che reputava una mancanza di rispetto alla fidanzata ma, quando le due fanciulle spiegarono cosa era capitato loro, si placò. Non era la prima volta che episodi paranormali accadevano nella loro famiglia e furono credute. Per un certo tempo, comunque, le due sorelle si rifiutarono di uscire o, tanto più, di accompagnare la coppia, soprattutto se si prefigurava anche la lontana possibilità di poter sfiorare i pressi dello stesso luogo della visione. Ma la tranquillità per le due giunse solo quando, sebbene le mete delle passeggiate fossero totalmente cambiate, i due fidanzatini si lasciarono definitivamente.

Luciana Loprete Ricercatrice Articolista e Collaboratrice del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria

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Gli Spettri di Versailles

Non pensiate che soltanto i castelli della Gran Bretagna siano abitati dagli inquilini delle tenebre. Loro illustri "colleghi", infatti, sembrano popolare stanze, e soprattutto parchi e dependances, della residenza reale di Versailles. Come tutti sanno, il palazzo venne fatto costruire dal Re Sole, Luigi XIV°. Durante la Rivoluzione, a partire dal 1789, era divenuto niente più che un museo immerso nel parco tra colonne, statue, fontane, giardino inglese, aranceto e lago svizzero. Tra i racconti e le testimonianze più dettagliate, circostanziate, attendibili, riportiamo quella di due turiste inglesi che fecero visita alla regia agli inizi del secolo. Questa incredibile vicenda, si verificò il 10Agosto del 1901. Le due protagoniste di questa vicenda si chiamavano Anne C. E. Moberley ed Eleanor F. Jourdain. La prima era preside del St. Hugh's College di Oxford e l'altra era direttrice di una scuola femminile a Watford. La loro brillante cultura e preparazione ci consentono oggi di prendere in seria considerazione il racconto che lasciarono della loro visita a Versailles e degli stupefacenti incontri che vi fecero.

Le due signore inglesi, erano alla loro prima visita alla regia e decisero di cominciare con l'esplorazione del Grand Trianon; una volta abitazione dell'amante del Re, Madame de Montespan. Poi si incamminarono verso il Petit Trianon fatto erigere anche questo per un'amante del Re, Madame de Pompadur, ma più associato alla figura della Regina Maria Antonietta, consorte di Luigi XVI; che qui si divertì con le sue dame di compagnia a fingersi una mungitrice dimenticando gli sfarzi e i lussi della corte reale. La loro mappa di Versailles indicava una strada diritta ma le due optarono per un sentiero laterale secondario; più pittoresco. In breve si ritrovarono vicino a quelle che sembravano alcune fattorie abbandonate; tranne che per una donna che da una finestra stava scuotendo un panno. Nei dintorni diversi strumenti agricoli.La signorina Jourdain stava cominciando a credere che dopotutto non era stata una buona idea quella del sentiero nel bosco. Cominciarono a temere di essersi perse e uno stato di profonda depressione le invase. La signorina Moberley si cominciava a chiedere anche perché la sua amica che parlava correntemente francese, non chiedeva la strada per il Petit Trianon alla donna alla finestra. Proseguendo di lì a poco incontrarono qualcuno cui chiedere. Videro, infatti, due giardinieri al lavoro e notarono la loro curiosa uniforme verde e i cappelli a tricorno. Ricordarono poi che avevano una pala appuntita e una carriola. Le due donne inglesi chiesero loro la strada e questi, in maniera "casuale e meccanica", come poi riferirono le due, gli dissero di proseguire avanti dritto. Prima di abbandonare i due giardinieri la signorina Jourdain notò una donna e una ragazza sulla porta di una dependace.

Notò l'insolita foggia dei loro vestiti: avevano uno scialle sulle spalle con le estremità incrociate e infilate nel corpetto del vestito. La ragazza sembrava molto giovane, al massimo 14 anni. Ciononostante la sua gonna era insolitamente lunga fino alla caviglia. La signorina Jourdain pensò che in Inghilterra sarebbe stata molto più corta. Proseguendo dritto come i giardinieri avevano loro indicato, le due donne inglesi raggiunsero un piccolo chiosco, un padiglione. Vi trovarono un uomo seduto all'interno vestito come un brigante, con un mantello nero e un cappello che in parte gli copriva il volto. Ricordarono che lo circondava uno strano alone di malvagità e crudeltà che le spaventava molto. D'un tratto comparve un uomo che correva. " ...era di sicuro un gentiluomo... ", come ricordarono in seguito, con dei bei lineamenti e i capelli bruni e ricciuti. Indossava un cappello nero e delle scarpe con la fibbia. Parlarono con l'uomo anche se questi, trafelato, molto velocemente, disse solo loro " mesdames, il ne faut pas passer par là. Par ici, cherchez la maison ! " (signore mie, non dovete andare da quella parte. Di qua, cercate la casa !).

La signorina Jourdain, che parlava francese, notò che il giovanotto aveva un accento curioso. Poi sembrò scomparire anche se le due erano ancora in grado di sentire i suoi passi. Proseguendo lungo la strada indicata, le due inglesi oltrepassarono un ponticello di fianco ad una cascata e si trovarono nel giardino di fronte al Petit Trianon. Di fianco c'era una signora che disegnava forse un'altra turista pensarono le due (anche un po' infastidite da quella presenza). La donna che disegnava indossava un abito lungo e non era la lunghezza giusta dello stile di inizio '900; inoltre aveva uno scialle verde chiaro che le copriva le spalle e il seno, proprio come la donna e la fanciulla viste poc'anzi.

Quando le due inglesi le passarono vicino questa sollevò lo sguardo dal disegno mostrando un viso abbastanza carino anche se non attraente; come disse la signorina Moberley. Non sembrava molto giovane. La signorina Joudain, invece, non sembrava aver fatto caso alla disegnatrice; eppure, passandoci accanto, scansò la propria gonna. Le due cominciarono ad essere preda di una sgradevolissima sensazione. Riferirono che sembrò loro di stare in un sogno; circondate da un'atmosfera innaturale, ferma immobile, oppressiva. Questo disagio proseguì anche quando apparve a una delle porte un giovane che sembrava essere un domestico al quale le due chiesero ancora la giusta strada per l'ingresso al complesso. Stranamente per un domestico, notarono, non indossava una livrea e aveva dei modi particolarmente villani e irrispettosi. Indicò comunque loro con perizia l'ingresso al Petit Trianon che trovarono subito e entrarono proprio mentre all'interno si teneva una festa per un matrimonio. Le due si trattennero per diverso tempo con gli invitati poi, da buone inglesi, per l'ora del tè decisero di far ritorno all'Hotel des Reservoirs ; dove alloggiavano.

Passò parecchio tempo, sembra, prima che le due discutessero dei loro "strani" incontri nel parco di Versailles. Quando alla fine lo fecero, la signorina Moberley chiese all'amica : " Credi che al Petit Trianon ci siano dei fantasmi?", l'altra rispose semplicemente: " Si... ". Forse le due avevano la spiacevole sensazione, da donne di cultura quali erano, di trovarsi di fronte a un evento non spiegabile o comunque di esserselo immaginato. In quell'epoca le donne istruite erano davvero rare e si rischiava di mettere a serio repentaglio la propria credibilità, il proprio equilibrio, buon senso e via dicendo. Tuttavia ormai l'argomento era uscito fuori e le due decisero di approfondirlo. Scoprirono, innanzi tutto, che avevano avuto diverse " visioni " del fenomeno. Cioè, non avevano tutte e due visto le stesse figure. La signora Moberley non aveva visto le due donne sulla soglia della dependace e la sua amica, invece, non aveva visto la disegnatrice nel parco; anche se aveva avvertito una strana sensazione, una presenza tale da aver scostato la gonna. Concordarono che l'atmosfera nella quale si erano mosse sembrava irreale, ferma. Come dissero loro: " il bosco sembrava dipinto sulla tappezzeria, senza luci né ombre, e senza il vento che agitasse gli alberi ". E poi: " Mi sentii come se stessi camminando nel sonno. Quella pesante sensazione di sogno, di irreale, era oppressiva... ", disse ancora la signorina Moberley. Ormai le due si erano troppo incuriosite e, a rischio di apparire ridicole e di gettare all'aria il loro tempo, decisero di investigare seriamente sui fatti. Però, prima depositarono il loro dettagliato racconto presso la Biblioteca Bodleiana di Oxford; per evitare di venire accusate di inventarsi le cose e aggiungere dettagli man mano. Le due donne per prima cosa, tornarono alla regia ma non riuscirono più a trovare quel sentiero né tantomeno il padiglione e il ponte con la cascata. Decisero allora di continuare le ricerche in biblioteca; e cominciarono con il consultare documenti e descrizioni d'epoca sulla regia di Versailles. Scoprirono subito, ma più che una scoperta fu una conferma, che gli abiti indossati dalle persone che avevano incontrato erano del diciottesimo secolo.

Nelle mappe, piantine o illustrazioni contemporanee del parco non c'era traccia del boschetto, del ponticello e della cascata. Neanche del padiglione o chiosco che avevano incontrato. C'erano però in quelle antiche; che mostravano come tutto quello che loro avevano descritto fosse presente all'epoca di Luigi XVI° e di Maria Antonietta. Consultarono anche il libro di Jules Lavergne "Légendes de Trianon", basato su informazioni e testimonianze tramandate e raccolte da numerosi testimoni. Nel libro era riportato un interessante episodio risalente all'epoca della rivoluzione. Nell'Ottobre del 1789, mentre la regina Maria Antonietta stava disegnando (!) nel suo "giardino inglese" davanti al Petit Trianon, giunse di fretta un messaggero per avvertirla che una folla di donne rivoluzionarie era partita da Parigi alla volta di Versailles.

Il messo consigliò alla regina di rientrare a palazzo ma non seguendo la strada che l'avrebbe condotta verso le donne inferocite. Questo episodio era stato raccontato da una ragazzina di nome Marion, figlia del giardiniere, che avrebbe dovuto avere all'epoca dei fatti proprio l'età della ragazzina vista dalla signorina Jourdain sulla soglia della dependace. La regina sembra che seguì il consiglio e riuscì ad evitare la folla. I ritratti, poi, confermarono che tra la donna che disegnava e Maria Antonietta c'era una somiglianza formidabile. Le due inglesi scoprirono così, e fu per loro un sollievo, di non essere state le sole a vivere un'esperienza simile nel parco di Versailles. Già altri prima di loro avevano parlato con il giardiniere con cappello a tricorno, avevano visto la donna che disegnava. Da quanto emerse sembra che Maria Antonietta fosse sempre stata vista durante il mese di agosto. Inoltre, trovarono anche una spiegazione per lo strano accento dell'uomo che correva. Infatti, la regina Maria Antonietta, austriaca, amava circondarsi di servitori del suo paese d'origine. Identificarono l'uomo dall'aspetto di brigante con il conte di Vaudreuil; amico di vecchia data della regina che lo considerava il suo genio malefico. Non trovarono un riscontro storico per il giovane domestico senza livrea dai modi sgarbati. Forse era una persona del presente, pensarono dapprima. Non poteva esserlo, perché scoprirono che la porta dalla quale lo videro uscire era sprangata da oltre un secolo. Le divise dei giardinieri e i loro utensili erano della seconda metà del 1700. Si giunse così alla fine dell'anno. La Jourdain, in quell'epoca, tornò a Parigi da sola con l'intenzione di trascorrervi le vacanze natalizie.

Il 2 gennaio era nuovamente al Petit Trianon. Superato l'ingresso principale, cercò il chiosco dove, con l'amica, avevano incontrato mesi prima i due uomini con il mantello, ma non lo trovò più. Ora, al suo posto, vi era il piccolo Temple de l'Amour. La Jourdain si diresse allora verso l'Hameau, la fattoria in cui Maria Antonietta si ritirava alla ricerca di una sorte di vita bucolica ed ecco che la giovane fu presa nuovamente dallo stesso stato di oppressione che aveva provato l'estate precedente. Poco dopo notò un carro che veniva stipato di legna da due contadini con tuniche e berretti a punta di colore rosso, per l'uno e azzurro per l'altro; ma, dopo essersi voltata un istante, non ritrovò più nulla: né i contadini né il carro di legna. Più tardi, in un boschetto, la Jourdain incontrò altri due uomini vestiti come quelli di prima che scivolavano silenziosi fra i cespugli. Notò inoltre, un fruscio di vesti di seta ed ebbe l'impressione di trovarsi in mezzo a numerose persone che le erano intorno senza vederla. Alla fine, dopo aver chiesto aiuto ad un giardiniere che le disse di essere "cresciuto sul luogo" riuscì a ritrovare l'uscita. La Jourdain tornò nel Petit Trianon sia nel 1902 che nel 1903, ma non ritrovò più i luoghi che aveva visto nel corso delle strane esperienze precedenti. Al posto dei boschi, ora, c'erano dei prati.

Nel 1904 entrambe le amiche vollero ripercorrere lo stesso percorso del 1901, ma trovarono tutto cambiato: niente paesaggio rustico, niente edifici, niente gola, ponticello, cascata. Scomparsa anche la solitudine di allora. La gente era ovunque e passeggiava tranquilla fra panchine e bancarelle di frutta e bibite. Le due donne infine, elaborarono una interessante teoria pur di non ammettere di aver visto e parlato con degli spettri. Le due si convinsero che avevano solo "ricevuto delle forti impressioni". Scoprirono che il 10 agosto del 1792 la folla rivoltosa aveva saccheggiato le Tuileries cosicché il re e la sua famiglia furono costretti a rifugiarsi presso l'Assemblea Legislativa, prima, e nel Tempio, poi. Ipotizzarono che il terrore e la disperazione di Maria Antonietta, in quei giorni di rivolta e prigionia, avessero generato una forza tale da lasciare impresse queste scene sul Petit Trianon; sui portali, sugli ambienti e sul giardino inglese e il parco che la regina tanto aveva amato e dove aveva trascorso stupendi momenti di spensieratezza e anche i terribili presagi del proprio declino. La forza ipotizzata e generata dalla disperazione, riproduceva di tanto in tanto le immagini della regina e di quanti erano con lei il giorno del suo primo passo verso la ghigliottina. Come una scenetta immortalata e ripetuta all'infinito.

Capirono allora che l'uomo che correva non si era rivolto a loro indicando la strada bensì alla regina e che, nel suo francese austriaco, aveva detto "madame..." e non "mesdames..." come loro avevano capito. Alla fine della loro indagine, le due donne inglesi raccolsero la loro testimonianza e la pubblicarono con il nome di "An Adventure". Il materiale raccolto di queste strane ed inquietanti esperienze fu presentato al pubblico nel libro suddetto; e le autrici assunsero lo pseudonimo di Miss Morison e Miss Lamont. Ecco ora cosa scrive, a proposito delle reazioni a questa storia, il parapsicologo Ugo Dettore: "Le critiche non tardarono. Un articolo apparso sui "Proceedings" della SPR negò al fenomeno ogni carattere di paranormalità riducendolo ad un insieme di suggestioni reciproche e di ricordi distorti, e questa tesi fu ripresa da J.R. Sturge-Whiting nell'opera "The Mystery of Versailles" (1938). Il Tyrrel, in "Apparition" (1942), sostenne invece un caso di telepatia nel senso che doveva esservi stato in qualche luogo un "agente" (non si dice se vivente o defunto), il quale aveva pensato l'aspetto del Piccolo Trianon quale poteva essere nel 1789 trasmettendo così alle due signorine le sue immagini. Nel 1950, W.H.W. Sabine, sul "Journal" della ASPR sostenne un semplice caso di allucinazione.. Nel 1952, il paleografo Lèon Rey, in un articolo apparso sul numero di dicembre della "Revue de Paris", dopo aver criticato le ricerche storiche fatte dalle due protagoniste, ammise un fenomeno di retro-cognizione notando che il piccolo chiosco non più ritrovato doveva essere il Jeu de Bague, costruito nel 1776. Infine nel numero di luglio-ottobre 1953 del "Journal" della ASPR e in quello di marzo-aprile 1954, appariva un lungo articolo di G.W. Lambert che proponeva una nuova ipotesi. Egli aveva trovato la pianta, datata 1774, in cui Antoine Richard, giardiniere della regina, aveva progettato la nuova sistemazione dei giardini del Petit Trianon, progetto che non venne realizzato perché Maria Antonietta aveva preferito quello del conte de Caraman; e aveva notato che l'itinerario percorso dalle due signorine corrispondeva sostanzialmente a questo progetto.

Il Richard aveva sofferto molto per aver rinunciato all'opera da lui ideata e aver realizzato invece un progetto non suo, e, secondo il Lambert, le immagini vagheggiate e non realizzate dovevano essersi impresse profondamente in un mondo eterico. Le due amiche, dunque, durante la loro avventura, si sarebbero trovate immerse non già nel flusso dei ricordi di Maria Antonietta, ma in quello del Richard. Una conferma di questo sarebbe stata data dal fatto, da lui riferito nel "Journal" del marzo 1955, che nell'ottobre del 1928, altre due signorine, la professoressa Clare M. Burrow e la sua ex-allieva Ann Lambert, percorrendo per caso la prima parte dell'itinerario seguito dalla Moberly e dalla Jourdain, provarono lo stesso senso di depressione e, ad un certo punto, incontrarono un guardiano in lunga casacca verde e cappello a tricorno, il quale, richiesto sulla strada da seguire per raggiungere il Petit Trianon, rispose in un dialetto incomprensibile e subito scomparve.

Poiché le uniformi verdi non erano state più portate dopo il 1774, la retro-cognizione non poteva risalire ad un'epoca successiva a quell'anno." Oggi il mistero sul caso del Piccolo Trianon resta ancora insoluto. Lo stesso Dettore afferma che le spiegazioni che fanno riferimento alla suggestione, autosuggestione e allucinazione appaiono superficiali e gratuite. Mi sembra molto meglio accentuare la nostra attenzione sul concetto del "perdurare del ricordo", accettato e scelto da molti parapsicologi sulle orme di Henry Price. Un fenomeno di "psico-scopia da ambiente" i cui particolari e dettagli sono troppo numerosi per potersi spiegare tutti con le suddette ipotesi scettiche; e che sono stati tutti riassunti, dalle due protagoniste di questi eventi, nel loro volume "An Adventure", come abbiamo detto. E chissà che questa non sia una ulteriore spiegazione del fenomeno; cioè un'avventura straordinaria vissuta in quel tempo, fuori dal nostro. Purtroppo, dopo questo clamoroso episodio, a parte lo sporadico avvenimento del 1928, non vennero più riportati altri casi simili o ulteriori avvistamenti dei fantasmi di Versailles. Noi ci permettiamo di aggiungere un "sembra...". In realtà, se avete visitato la regia, come ho fatto io varie volte per documentarmi e scrivere questo articolo, saprete che sensazioni di oppressione, di irrealtà di luoghi e atmosfere particolari, "ferme", fuori dal tempo, sembrano affacciarsi a ogni angolo di Versailles e avvolgere chi sbadatamente, per meglio osservare un dipinto, rimane indietro, da solo, rispetto al resto del gruppo...

(alcune informazioni del presente articolo sono state gentilmente fornite dall'amico Antonio Bruno dell'Ass. Graal).

Giorgio Franchetti Direttore del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Roma

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L' Angelo della tangenziale

Congiunge i quartieri di Sant'Antonio e Gagliano a Catanzaro Nord. Grande opera d'ingegneria dei primi anni '70 che ha consentito di snellire, di molto, il traffico cittadino evitando di attraversare il centro storico della città. Il viadotto che congiunge le due colline opposte sulla Fiumarella, con i suoi giganteschi pilastri, supera di molto l'altezza del Ponte Bisantis (ex Morandi) ed è anch'esso, purtroppo, meta di coloro che decidono di mettere fine alla propria vita con un "volo d'angelo" nel vuoto. Al contrario però degli altri due ponti (Siano e Bisantis), che hanno annoverato rispettivamente per poco più di settanta e quarant'anni decine e decine di vittime, "la tangenziale" pare che abbia, al contrario, il primato per i numerosi salvataggi di aspiranti suicidi, operati da Polizia, Carabinieri e semplici cittadini.

Ho molti amici che prestano servizio gratuito in Associazioni di volontariato, affiancando, con totale abnegazione e spirito umanitario, il Ministero della Protezione Civile, i quali, pur non volendo apparire con i loro nomi, mi hanno raccontato vari episodi di sventati pericoli da definirli veri "angeli del salvataggio". Uno di essi L.M., non con poca ritrosia ed umiltà, mi ha timidamente raccontato un episodio, per lui indimenticabile, avvenuto in una notte primaverile del 1995. Non di turno, quella notte verso le h. 23:00, decise improvvisamente di lasciare gli amici a San Leonardo (quartiere al centro della città, perennemente "presidiato" dai giovani catanzaresi, anche fino a notte inoltrata, detto "I Giardini") e di allontanarsi per un giro in macchina con il suo amico S.L.. Verso mezzanotte circa decidono di ritornare dal gruppo e, risalendo da Catanzaro Sud, pensano di abbreviare il percorso passando per "la tangenziale". Era una notte tersa e, imboccando il viadotto, vennero attratti da una strana luce bianca improvvisa che attraversò molto velocemente il raccordo: "Sembravano due ali bianche luminescenti." fu il meravigliato commento dei due amici. S.L. automaticamente rallentò e, insieme, guardarono con più attenzione la strada e il cielo sovrastante per cercare di rivedere quella strana apparizione.nulla. A metà del viadotto, però, notarono le figure di un uomo e di una donna che camminavano a piedi molto distanti l'uno dall'altra e nel senso inverso al loro.

Lo strano, probabilmente perché la loro attenzione era aumentata per aver visto quelle "ali luminose", fu che entrambi notarono che la donna aveva le pantofole invece delle scarpe! Pensarono fosse strano e, invece di ritornare dagli amici, decisero, appena la strada glielo permise, di invertire la marcia e tornare indietro immediatamente. La scena che si presentò loro, dopo pochi minuti, era tragica: la donna si era arrampicata oltre la rete di protezione e rimaneva in bilico a cavallo della stessa, evidentemente pronta a lanciarsi giù nel vuoto. S.L. frenò e L.M., prontamente, si catapultò fuori dalla macchina riuscendo ad afferrare la ragazza per un braccio e a farla scendere tirandola giù con precauzione ma velocemente. La donna era sbigottita e meravigliata da quell'intervento, in evidente stato confusionale ma di nuovo al sicuro! Si accasciò a terra senza rispondere ad alcuna domanda, stravolta e piangente. Mentre S.L. chiamava la Polizia, L.M. notò che la figura d'uomo, notata prima, s'avvicinava gustando un gelato e con aria totalmente indifferente all'accaduto! Non indagarono oltre sullo stato dei due che furono affidati alla pattuglia di Polizia arrivata subito dopo.una cosa era certa: quelle due persone avevano bisogno d'aiuto e, in quel caso specifico, una mano tesa al momento giusto, era stata voluta anche dal Cielo per salvare una vita! Un angelo celeste, sulla tangenziale, aveva chiesto aiuto agli "angeli volontari", ma terrestri.

Luciana LoPrete Articolista di note riviste del Mistero e Collaboratrice del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria.

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Il Fantasma Aiutatore

L’indimenticabile fantasma “aiutatore”. Avevo sette anni. Una bambina serena perché molto amata. Una notte d’estate mi svegliai di soprassalto. Stranamente ricoperta di sudore freddo. Mi girai verso la porta della mia stanza, che dava sul corridoio, pronta ad alzarmi dal letto appena mi fossi ripresa da quello strano malessere ma, quando guardai oltre la stessa, rimasta aperta, vidi qualcosa che non dimenticherò mai più: una silhouette fosforescente era sospesa a circa quindici centimetri da terra! Rimasi letteralmente paralizzata e incapace di articolare qualsiasi suono. Il cuore batteva forte e gli occhi erano sbarrati. Non potevo distogliere lo sguardo da quell’apparizione improvvisa. Essa aveva la forma di una donna in abito lungo, nettamente bianco, fatto di un vapore corposo, fluido, luminescente. Nel compatto biancore non si distinguevano i lineamenti del volto. Non ho potuto mai dargli un’identità. Lo strano nella forma, addossata al muro, era costituito da un particolare che ancora oggi non riesco a spiegarmi: essa teneva il suo braccio sinistro molto sollevato, all’altezza della vita, quasi come se reggesse qualcosa di voluminoso (dopo pensai che potesse essere un bambino). A quel tempo ero vivace, allegra, con una spiccata tendenza per il disegno, ma “il mio personale Regno della Fantasia”, non comprendeva i racconti popolati da apparizioni spettrali, fantasmi o spiriti di vario genere, sicuramente era abitato dai personaggi dei cartoni animati, che non avevano nulla da spartire con eventi paranormali. La figura intanto si spostava e, molto lentamente, avanzava verso di me.

Non so dire quanto durò quell’esperienza. Certo mi parse un tempo interminabile. Quando però, ad un certo punto, la vidi che, avanzando inesorabilmente, stava per varcare la soglia della mia porta, raccolta tutta la forza della disperazione, riuscii ad urlare un “Papààààà!!!” che risuonò per tutta casa. Immediatamente l’immagine scomparve. Si accesero le luci e mio padre arrivò, capace di rassicurarmi semplicemente con la sua amorevole presenza. Non fece commenti particolari sull’evento, rimase vicino a me spiegandomi quale fosse la natura dei sogni, fino a quando non mi riaddormentai. Da quella notte memorabile, che è, e resterà per sempre, viva nei miei occhi, intrapresi il mio cammino di “curiosa del paranormale”, cercando di essere, per quanto sia possibile su questo argomento, realista e attenta, oltre che a studiare e leggere qualunque cosa trattasse dell’argomento; soprattutto rigida analista di tutti i fenomeni che costellarono, da allora in poi, il mio percorso di vita in questo campo. Per moltissimi anni cercai una risposta che potesse chiarirmi le ragioni di quel fenomeno.

La mia casa è stata abitata solo dalla mia famiglia e nessuno vi è deceduto. Nel tempo feci una ricerca storica sulla zona territoriale al quale apparteneva il suolo sul quale la casa era stata costruita: nessun cimitero, nessun fatto cruento e nessun incidente mortale durante la costruzione. Cominciai a comprare libri e riviste che trattavano delle tematiche parapsicologiche nella speranza di trovare qualche articolo o dei resoconti che descrivessero la stessa tipologia della “mia” apparizione, delle similitudini in altri accadimenti: nulla. Finalmente, solo qualche anno fa, trovai le risposte su un libro dei coniugi Maria e Alberto Fenoglio (cultori di storia, archeologia e parapsicologia): “Fantasmi, spettri e case maledette. Che cosa sono, come si presentano, dove appaiono” (Ed. MEB, 1991).

Nella prefazione di Jean d’Essigny (Professore di decrittazione medioevale. Studioso di magia pentacolare. Parapsicologo) si legge: “(…) Vi sono persone che restano fortemente impressionate dalla visione di un fantasma ed evitano di parlarne per timore di essere tacciati da visionari(…) Non tutti riescono a vedere un fantasma anche se gli si trovano vicino, sia in un locale chiuso come all’aperto e questo dipende dalla sensibilità di alcuni, oppure dalla volontà del fantasma di farsi vedere solo da chi vuole lui, e qui entra in gioco anche la simpatia(…)”. Nel capitolo “VARI TIPI DI FANTASMI”, così lessi (pg. 173): “Fantasmi aiutatori. I1 loro compito è di proteggere, guidare, indirizzare sulla giusta e retta via, vigilare in modo particolare sui bambini, assistere le persone in pericolo e trarle a salvamento. Si presentano in genere come una forma umana femminile, lattiginosa, che di notte assume una vaga luminosità.(…)”.Era lei! La mia visione. Poche righe rassicuranti e chiarificatrici, che oggi mi fanno pensare alla manifestazione di quella che era, e sarebbe poi stata negli anni, un’invisibile “guida protettrice” la quale aveva avuto il compito, a suo tempo, di farmi comprendere e conoscere l’esistenza di “un’altra realtà” ma, soprattutto, di farmi accettare la particolarità costituita dal fatto di essere capaci di percepirla! Il mio fantasma “aiutatore” è apparso di fronte a me una sola volta, sì, ma è sempre presente pur rimanendo invisibile, e, certamente, ha fatto in modo di rendersi agli occhi del mio spirito, INDIMENTICABILE! (12/02/2003) Luciana Loprete  Ricercatrice Articolista e Componente del Centro Ricerche Leonardo da Vinci Cosenza1 e Calabria

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